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Maria Cristina di Savoia: una testimonianza cristiana esemplare di vicinanza all'altro

 

reliquia 

“Questa eucarestia vuol essere un rendimento di grazie per una testimonianza che la Chiesa ci indica come esemplare: quella della Beata Maria Cristina di Savoia, una battezzata che da regina di censo è diventata regina di carità e ha saputo esprimere al meglio la vita nuova in Cristo”. Con queste parole il vescovo mons. Adriano Cevolotto ha introdotto la messa da lui celebrata per il decennale della beatificazione di Maria Cristina di Savoia nella Cattedrale di Piacenza, lo scorso 29 ottobre. Per l'occasione è stata donata alla diocesi una reliquia della beata, consegnata a Roma ai rappresentanti piacentini dell’associazione “Convegni di cultura Maria Cristina” durante il congresso nazionale dal francescano padre Giovanni Giuseppe Califano, postulatore della causa di beatificazione. 
“L'associazione Convegni Maria Cristina è una presenza discreta, ma importante – ha detto mons. Cevolotto - , perché svolgono una funzione culturale invitando a porsi in modo intelligente rispetto alle esigenze del nostro tempo. Ogni incontro è un'occasione per richiamare a ciascun battezzato la necessità di vivere il proprio tempo attraverso un percorso di formazione permanente. Che Dio benedica tutte le consociate nel nome di Maria Cristina e permetta loro di continuare la propria opera”.
A queste considerazioni è seguito l'intervento di Donatella Vignola, presidente dell’associazione piacentina, che ha brevemente ricordato la vita e la figura della beata. Giovane sposa del Re di Napoli Ferdinando II di Borbone, Maria Cristina è diventata regina del Regno delle due Sicilie e per tutto il periodo di governo, interrotto dalla sua morte prematura, ha praticato con devozione la carità a favore delle donne e dei poveri, nei quali ha saputo scorgere il «Cristo vivente».

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Nella foto, un momento della messa presieduta dal vescovo Adriano Cevolotto.

Regina di carità
“Pensando alla beata Maria Cristina mi piace riprendere l'espressione che oggi abbiamo sentito usare più volte, per cui divenne «regina di carità» - ha ribadito il Vescovo all'inizio dell'omelia -. Di solito quando si parla di re, regine e potenti si pensa sempre al potere, al dominio, alla superiorità. Maria Cristina invece ha accettato per necessità la propria condizione di regnante, sebbene non facesse parte della sue aspirazioni, e l'ha saputa trasformare in qualcos'altro: in attenzione, cura e dedizione alla carità. Una carità non intesa come elemosina, ma come impegno a ridare dignità alle fasce più deboli, tra cui le donne, offrendo loro un lavoro”. Quello della beata è quindi un modo molto attuale di pensare la carità, un'attenzione a cogliere le povertà così come si presentano in ogni tempo – continua - . Così facendo la regina si introduce dentro la logica di un regno che non è quello degli uomini ma quello di Dio, presentato da Gesù nel Vangelo.
“Il regno di Dio è «simile» – sottolinea il celebrante richiamando un'espressione del Vangelo di Luca. Significa che non è qualcosa, ma somiglia. Si nasconde e va oltre ciò a Gesù lo associa, però è presente. Si manifesta in quei piccoli segni che Gesù sceglie per indicarci dove scorgere e costruire il regno di Dio. È simile a un piccolo granello di senape che viene gettato a terra e dà origine a una pianta: una pianta che accoglie, che ospita. È simile ad un po' di lievito che, mescolato nella farina, le dà vita: in quella mescolanza non si moltiplica il lievito, ma la farina. Il regno di Dio allora si manifesta, si nasconde e si costruisce in ciò che è disposto a morire per generare qualcosa di più grande, per dare accoglienza e ospitalità, per generare vita”.
“La figura di Maria Cristina può essere letta alla luce di questa parabola –. La beata ha infatti saputo scomparire per generare altro attorno a sé. Anche lei, con la sua opera di carità, è simile al lievito impastato, che viene unito e si mescola”.
Tante volte noi ci preoccupiamo di rivendicare la nostra identità per distinguerci dagli altri – ha spiegato - , ma Dio ci ricorda che l'identità del cristiano credente è generosità, ed è capace di scomparire per far lievitare la farina. Il gesto d'amore della carità riesce ad esaltare, far vivere e portare a compimento quello che l'altro è nelle sue potenzialità: a valorizzare l'identità che l'altro nella condizione in cui si trova non può esprimere.“L'opera caritatevole compiuta da Maria Cristina può essere quindi interpretata come la sua capacità di unirsi, di accostarsi, di partecipare alla realtà dell'altro per farla fiorire. Ma l'esempio di questa figura è anche un invito per ciascuno di noi – ha concluso il vescovo - , perché il Signore ci doni la capacità di avvicinarci all'altro nelle cose semplici, così da poter vivere la carità e fare in modo che il regno di Dio si manifesti anche attraverso di noi”.

La cerimonia si è conclusa con i ringraziamenti a tutti i convenuti di Rossella Beoni, vicepresidente nazionale dei “Convegni di cultura” e delegata dell'Emilia – Romagna. E poi con l'auspicio formulato da mons. Celso Dosi che la beatificazione di Maria Cristina, avvenuta nel 2014 dopo un lungo iter iniziato nel 1852, possa presto trasformarsi nella sua canonizzazione.

Micaela Ghisoni

Nella foto, la reliquia della beata Maria Cristina di Savoia esposta in Cattedrale.

Pubblicato il 5 novembre 2024

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

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    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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