«Magnifica humanitas». Mons. Celso Dosi: quale umanità vogliamo costruire?
di Micaela Ghisoni  
28 Ottobre 2026

«Magnifica humanitas». Mons. Celso Dosi: quale umanità vogliamo costruire?

 

Quale umanità vogliamo costruire? Come custodire la grandezza dell’uomo nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Sono queste le domande al centro dell’enciclica “Magnifica Humanitas”, interrogativi a partire dai quali l’assistente ecclesiastico mons. Celso Dosi ha sviluppato la sua riflessione per mettere in luce contenuti e valori del documento pontificio. Intitolato “Magnifica Humanitas”, la prima Enciclica di Papa Leone XIV”, l’incontro, promosso dall’associazione Convegni di cultura Maria Cristina di Savoia, si è tenuto lo scorso 21 ottobre presso la Sala delle Colonne del palazzo vescovile.

Magnifica Humanitas: la grandezza dell’umanità

“L’intelligenza artificiale è entrata rapidamente nella nostra vita quotidiana – ha ricordato il sacerdote -. Può assistere un medico nell’interpretazione di immagini diagnostiche, aiutare un insegnante a predisporre materiali, affiancare il lavoro amministrativo, tradurre documenti. Possibilità importanti, che però schiudono questioni inedite. Siamo ancora capaci di verificare ciò che leggiamo? Sappiamo ancora assumerci la responsabilità di giudicare? Sappiamo custodire il valore dell’incontro reale? È in questo contesto che Leone XIV ha pubblicato la “Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII. A orientare la lettura è il titolo stesso: al centro non c’è la magnificenza della macchina, ma la grandezza dell’umanità. E il sottotitolo precisa la prospettiva: la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

“L’Enciclica non invita quindi a temere il progresso – sottolinea -; chiede piuttosto di interrogarsi sul suo orientamento. La domanda decisiva su cui riflettere non è quindi che cosa possono fare le macchine, ma quale umanità desideriamo costruire?”

Da Leone XIII a Leone XIV: il progresso torna a interpellare la coscienza

Poi il richiamo alla “Rerum novarum” di Leone XIII, non una semplice commemorazione ma un confronto contestuale.
“Nel 1891 Leone XIII si trovava di fronte alle grandi trasformazioni della rivoluzione industriale – ha spiegato il relatore -. La tecnologia aveva moltiplicato la produzione senza però garantire condizioni di vita e di lavoro giuste e il Papa comprese che la Chiesa non poteva lasciare la questione sociale fuori dal proprio sguardo evangelico. Da allora si è quindi sviluppata la Dottrina sociale come patrimonio di principi e criteri di discernimento. A partire da Pio XI, che ha affrontato la concentrazione del potere economico, fino a Francesco, con la sua attenzione all’ecologia integrale e alla fraternità; passando per Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ogni passaggio ha custodito il nucleo del Vangelo, traducendolo dentro domande storiche nuove”.

Custodire la dignità delle persone

“Rispetto all’avvento dell’intelligenza artificiale, anche Leone XIV riprende allora quel metodo – continua -, e al paragrafo 17 della sua Enciclica evidenzia che la tecnica non è soltanto un insieme di strumenti ma influenza ambienti, opinioni, poteri, decisioni. A differenza della rivoluzione industriale la digitalizzazione raggiunge il pensiero, la comunicazione e il giudizio. Il nuovo problema sociale è quindi anche antropologico: quando un’attività sembra poter essere affidata ad un algoritmo, il rischio è far coincidere la persona con la sua prestazione. È proprio a questo punto che la fedeltà creativa del magistero può assumere allora un ruolo primario: non serve una dottrina dispensatrice di ricette tecniche o cristallizzata nella ripetizione di formule del passato. Occorre invece una Chiesa pronta a offrire una sapienza morale capace di dialogare con le scienze e con le istituzioni. E a ricordare che una società è veramente progredita non se possiede mezzi potenti, ma solo quando riconosce e costudisce la dignità delle persone”.

Babele e Neemia: due modi di costruire il futuro

Ma per monsignor Dosi è la scelta di due immagini bibliche a costituire l’aspetto più originale dell’introduzione alla “Magnifica Humanitas”: Babele, nel libro della Genesi, e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, nel libro di Neemia. Due cantieri differenti tra loro, due forme di cooperazione, due concezioni del potere per rispondere alla domanda decisiva in qualsiasi epoca: per chi e per che cosa stiamo costruendo il futuro?

“A Babele, gli uomini vogliono edificare una città e una torre che raggiunga il cielo – ha osservato il sacerdote -. Possiedono un progetto, una tecnica comune, una lingua sola. Ma la loro unità è fragile, perché poggia sull’autosufficienza e sulla volontà di farsi un nome. Il riferimento ha una sorprendente attualità. Sempre connessi, oggi fatichiamo a comprenderci; disponiamo di linguaggi comuni, eppure rischiamo di perdere la capacità reale dell’incontro. Tutto è classificabile, misurabile e prevedibile, ma cosa resta della singolarità della persona?

“Alla torre di Babele Leone XIV contrappone quindi Neemia. Dopo l’esilio, Gerusalemme è ancora ferita – racconta -: mura rovinate, porte bruciate, popolazione esposta all’insicurezza. Prima di organizzare i lavori, Neemia piange insieme alla gente, prega, osserva. Poi convoca le famiglie, distribuisce i compiti e invita tutti a partecipare. Ci sono ostacoli e tensioni da superare, ma la ricostruzione diventa possibile perché nessuno pretende di fare da solo. Le differenze tra i due cantieri diventano decisive: Babele cerca unità nell’omologazione; Neemia costruisce comunione attraverso la pluralità delle responsabilità. Babele rappresenta un potere che si impone; Neemia descrive un popolo che lavora insieme per rendere abitabile la città”.

Magnifica Humanitas: il compimento dell’essere umano è la comunione con Dio

“Nella conclusione del paragrafo 1 il Pontefice ci invita dunque a «fermare il cantiere dell’ennesima Babele» – ha fatto notare don Celso in chiusura -. Non ci esorta a fermare tutti i lavori, ma ad interrompere quelli sbagliati: i progetti che sacrificano la persona al profitto e alla potenza. La risposta cristiana non è restare immobili; è mettersi a costruire diversamente. E Il futuro digitale è la scelta tra una logica di dominio e un’ottica di ricostruzione fraterna.  Da qui l’importanza di costruire una società che tuteli la dignità umana, in cui ogni persona sia un soggetto in relazione con gli altri e non venga identificata in funzione di ciò che produce. La fede aggiunge poi una prospettiva più alta: il compimento dell’essere umano è la comunione con Dio, non l’autosufficienza potenziata. La solidarietà è allora parte della definizione di una società autenticamente umana e il progresso più promettente è quello che allarga le possibilità di vivere e partecipare, soprattutto per chi corre il rischio di essere escluso”.