A Calendasco viaggio nell’identità di San Francesco
di Riccardo Tonna  
19 Settembre 2026

A Calendasco viaggio nell’identità di San Francesco

Centro e periferia unite nel nome di San Francesco. La mostra “Giovanni chiamato Francesco. Il Santo di Assisi nelle opere del pittore Angelo Antonio Falmi” –  che fino al 4 ottobre resta esposta nella Basilica di San Francesco a Piacenza -allarga i confini  al Castello di Calendasco. Un’esposizione che accanto alle opere di Falmi raccoglie i lavori dei suoi giovani collaboratori: Thomas Kent, Nicole Viranin, Angelo Tressoldi, Carlo Pizzichini, Davide Antolini, Bogdan Radu e Lo Zevidenau.

L’inaugurazione è stata accompagnata da una tavola rotonda coordinata dalla giornalista Barbara Sartori, alla quale sono intervenuti il sindaco di Calendasco Filippo Zangrandi, l’artista Angelo Antonio Falmi, già docente all’Accademia di Brera di Milano, il professor Luigi Pietro Maria Colombo, prorettore delegato del Polo territoriale di Piacenza del Politecnico di Milano, e don Ezio Molinari, parroco della Basilica di San Francesco a Piacenza.

È stato il sindaco Zangrandi a introdurre l’incontro, mentre Falmi ha raccontato la genesi di un progetto nato dalla collaborazione con don Ezio Molinari e con la Fondazione CinqueQuarti.

Tre pannelli di Giovanni chiamato Francesco a CAlendasco.

Alcune delle opere di Angelo Falmi in mostra al castello di Calendasco.

Giovanni chiamato Francesco

Il titolo della mostra nasce da una scoperta che ha colpito particolarmente Falmi: il nome di battesimo di Francesco era Giovanni. Il nome Francesco gli venne attribuito dal padre al ritorno da un viaggio in Francia. Una scelta allora insolita, destinata però a diventare, proprio grazie al Santo di Assisi, uno dei nomi più diffusi.

Per Falmi quel primo nome, Giovanni, richiama anche la figura di Giovanni Battista, il precursore. Ma soprattutto introduce una domanda sull’identità: chi era davvero Francesco, prima ancora di diventare il Francesco che conosciamo?

A ottocento anni dalla sua morte – ha sottolineato l’artista – Francesco continua a essere una figura di straordinaria attualità. Prima ancora che un santo, è stato un uomo capace di lasciare un segno profondo nella storia dell’umanità.

Da qui anche il riferimento a Giotto, che Falmi considera quasi un “primo regista cinematografico”. Nelle sue immagini Giotto, ad Assisi, ha saputo raccontare Francesco attraverso scene capaci di rendere visibile la sua umanità. Una modalità particolarmente efficace in un’epoca nella quale le immagini, nelle chiese francescane, erano anche uno strumento per trasmettere la storia e i valori della fede.

 

Un viaggio attraverso gli sguardi degli artisti

La mostra è stata pensata come un viaggio spirituale. Il nucleo principale è costituito da 28 disegni di Falmi, ai quali si aggiungono le opere degli altri artisti coinvolti. Il pittore ha insistito sul valore della collaborazione. Francesco stesso – ha osservato – non può essere rinchiuso in una sola interpretazione. Per questo ha voluto coinvolgere altri artisti, mettendo in relazione pittura, musica e differenti sensibilità. Una scelta – per Falmi – che richiama anche il modo con cui Francesco viveva la propria esperienza: una dimensione personale profonda, quasi eremitica, ma nello stesso tempo fortemente comunitaria. I frati venivano inviati sempre insieme, mai isolati. La sua ricerca spirituale diventava così anche una ricerca condivisa.

 

Falmi e due suoi studenti alla mostra su san Francesco a Calendasco

Thomas Kent, Nicole Viranin e Angelo Falmi alla mostra “Giovanni chiamato Francesco” a Calendasco.

 

La santità è un modo di essere pienamente umani

Sul rapporto tra umanità e santità si è soffermato don Ezio Molinari. Francesco, ha spiegato, porta alla luce qualcosa che appartiene a ogni uomo. La santità non è dunque una fuga dall’umano, ma la possibilità di viverlo fino in fondo. Anche la struttura stessa del progetto espositivo nasce da questa convinzione. Arte, musica e cultura vengono accostate in un percorso che non vuole soltanto mostrare delle opere, ma accompagnare il visitatore in una sorta di itinerario visivo e cognitivo. Don Ezio ha ricordato anche la trasformazione della Basilica di San Francesco a Piacenza, normalmente caratterizzata da una grande sobrietà nelle decorazioni pittoriche, che in occasione del progetto è “fiorita” con opere dedicate al Santo. Accanto alle testimonianze più antiche, legate alla storia della basilica, sono entrate opere moderne e contemporanee, caratterizzate da colori ed energie differenti.

 

Un’identità sempre in cammino

Il tema dell’identità è tornato più volte nelle parole di don Ezio. L’identità, ha spiegato, non è qualcosa di già compiuto, una definizione da custodire immutata. È piuttosto un “work in progress”, qualcosa che si trova davanti a noi e che si costruisce lungo il cammino.

Anche Francesco ha vissuto questa ricerca attraverso crisi, tensioni e momenti di incomprensione, persino con i suoi stessi compagni. La sua vicenda mostra quanto possa essere difficile seguire una persona che continua a interrogarsi e a cercare la strada indicata dal Vangelo.

Il messaggio che ne emerge – per Molinari – riguarda allora la fraternità, la misericordia, la compassione e la comprensione. Ma riguarda anche ciascuno di noi: la necessità di scoprire la propria verità interiore senza lasciarsi imprigionare dalle definizioni che gli altri costruiscono sulla nostra persona.

 

 

relatori alla tavola rotonda a Calendasco su "Giovanni chiamato Francesco"

Il saluto del sindaco Zangrandi alla tavola rotonda dedicata a San Francesco. Nella foto, da sinistra, Barbara Sartori, l’artista Angelo Falmi, il professor Luigi Pietro Maria Colombo e don Ezio Molinari.

 

“Riparare la chiesa” significa ricostruire la comunità

Un’altra chiave di lettura è arrivata dal professor Luigi Pietro Maria Colombo, che ha collegato la vicenda di Francesco al tema della rigenerazione urbana. Il Politecnico è infatti coinvolto nel progetto di recupero della piazza di Boscone Cusani, che gli stessi abitanti hanno scelto di intitolare al Santo di Assisi.

Nel 1205 Francesco riceve a San Damiano il comando di “riparare la mia chiesa”. In un primo momento lo interpreta nel senso più concreto: intervenire su un edificio deteriorato. Ma quella parola, chiesa, dal greco ekklesia, indica innanzitutto un’assemblea, una comunità.

Per Colombo, dunque, il gesto di Francesco assume un significato più profondo: riparare una chiesa significa anche ricostruire una comunità, ricomporre relazioni spezzate, restituire dignità alle persone più fragili e ricreare legami.

È una prospettiva che incontra direttamente il significato della rigenerazione urbana contemporanea. Non basta recuperare un edificio o trasformare uno spazio fisico. Un luogo torna davvero a vivere quando tornano a vivere le relazioni tra le persone che lo abitano.

 

 

Calendasco, la mostra su Francesco parla a noi stessi

In questa lettura, Francesco appare ancora una volta sorprendentemente vicino al presente. La sua azione non riguarda soltanto un edificio di Assisi, ma contiene una domanda che può essere posta anche alle nostre città: che cosa significa davvero riparare un luogo?

Forse significa, prima di tutto, ricucire ciò che si è spezzato tra le persone.

 

È anche questa la domanda che la mostra di Calendasco consegna ai visitatori. Attraverso le opere artistiche, “Giovanni chiamato Francesco” non propone semplicemente un ritratto del Santo di Assisi. Invita a guardare Francesco come una figura ancora capace di mettere in movimento l’uomo contemporaneo: nella ricerca della propria identità, nel rapporto con gli altri, nella custodia del creato e nella costruzione della pace.

 

 

Con gli studenti delle scuole di Calendasco, Falmi dipinge e spiega Francesco

Anche la scelta di devolvere i proventi della vendita del catalogo della mostra – tolte le spese di stampa – ai progetti dei ragazzi e delle ragazze del Venezuela coinvolti in percorsi musicali va nel segno di questa apertura di orizzonti e di una fratellanza universale. 

Un viaggio artistico che, partendo da Francesco, finisce così per parlare a noi stessi. Le opere restano esposte fino al 20 settembre al Castello di Calendasco. Il 3 ottobre, invece, nell’ambito del progetto, ci si sposta a Boscone Cusani: alle ore 17, presentazione del progetto di rigenerazione urbana della piazza e concerto dell’orchestra CinqueQuarti. Il pittore Falmi la prossima settimana farà del castello il suo “atelier” per incontrare gli studenti delle scuole del territorio: attraverso la pittura, dal vivo, rivivrà anche il carisma e l’attualità di Francesco.