A Veleia il cuore piacentino che non conosce confini
Il legame con la propria terra è stato il filo conduttore del 30° Incontro provinciale delle Comunità Piacentine nel Mondo, che domenica 9 agosto ha riportato a Veleia Romana, nel territorio di Lugagnano Val d’Arda, tanti piacentini provenienti da esperienze e percorsi diversi, ma accomunati dallo stesso sentimento di appartenenza. Un appuntamento ormai tradizionale, promosso dall’associazione Piacenza nel Mondo, quest’anno celebrato nell’antica Veleia, un luogo che ha invitato naturalmente a guardare alle proprie radici.
Le piacentine benemerite premiate a Veleia in occasione dell’incontro delle Comunità Piacentine nel mondo con il Vescovo e lo scalabriniano padre Mario Toffari.
Tre storie di Piacenza nel mondo
La mattinata delle comunità piacentine nel mondo si è aperta alle 10.45 nella chiesa di Sant’Antonino Martire di Veleia. A coordinare gli interventi è stata Patrizia Bernelich, presidente dell’associazione Piacenza nel Mondo. Accanto a lei sono intervenute le autorità civili e politiche del territorio, tra cui la presidente della Provincia di Piacenza Monica Patelli.
È seguita la premiazione delle “Piacentine Benemerite”, un riconoscimento assegnato quest’anno a tre donne che, in ambiti diversi, hanno portato nel mondo competenza, passione e attenzione agli altri.
A ricevere il riconoscimento è stata innanzitutto Elena Soresi, giovane pianista e filosofa originaria di Fiorenzuola d’Arda, che ha lavorato a Parigi come funzionaria presso la missione permanente del Vaticano all’UNESCO. Una storia professionale costruita lontano da casa, ma con le proprie origini piacentine sempre presenti.
Premiata anche PierFrancesca Graviani, giornalista residente a Parigi e collaboratrice dell’UNESCO. Dal 2019 collabora con diversi dipartimenti dell’Organizzazione, contribuendo alla diffusione dei suoi messaggi soprattutto attraverso la realizzazione e il montaggio di video destinati ai canali social.
Il terzo riconoscimento è andato alla dottoressa Francesca Lipeti, medico impegnata da anni al servizio delle persone più fragili in Africa. Non potendo essere presente, il premio è stato ritirato da Patrizia Soffientini, dell’associazione piacentina “L’albero di Yoshua ODV”, che collabora con Francesca Lipeti in progetti di sviluppo nella terra dei Maasai.
Tre percorsi differenti, dunque, ma un’unica idea di fondo: essere piacentini nel mondo non significa soltanto vivere lontano da Piacenza, ma continuare a portare con sé qualcosa della propria terra e, allo stesso tempo, saperlo restituire attraverso il proprio lavoro e il proprio impegno.
A rendere ancora più festosa la mattinata, le esibizioni del gruppo musicale Appenninus.
La celebrazione della messa presieduta dal vescovo Cevolotto nella chiesa di Veleia.
Nel segno di Scalabrini
Alle 11.30 la festa si è trasformata in preghiera con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Adriano Cevolotto, insieme ai padri scalabriniani Mario Toffari e Gianni Borin e al parroco di Veleia, don Germano Gregori. La celebrazione è stata accompagnata dal coro di Veleia. A introdurre la messa è stato padre Mario Toffari, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Piacenza-Bobbio. Il suo pensiero è andato subito a san Giovanni Battista Scalabrini, il vescovo piacentino canonizzato nel 2022 e diventato nel tempo una delle figure più significative della pastorale delle migrazioni.
Toffari ha ricordato come Scalabrini non sia stato soltanto “padre dei migranti”, ma anche un vescovo profondamente legato alla sua gente. Visitò tutte le parrocchie della diocesi per ben cinque volte. Un’eredità che oggi mons. Cevolotto ha raccolto attraverso la sua prima visita pastorale, recentemente conclusa. “E proprio nel segno di questo legame – ha detto padre Toffari – che, durante l’estate il busto con la reliquia di Scalabrini, sarà portato nelle valli piacentine, quasi a permettere al santo di “tornare a visitare” la sua gente: gli emigrati e coloro che sono rimasti. Ma il messaggio di Scalabrini – ha ricordato il religioso – non può essere ridotto a una celebrazione del passato. Il vescovo di Piacenza si oppose all’emigrazione forzata dalla miseria, quella che lasciava alle persone soltanto l’alternativa tra “rubare o emigrare”. Il suo desiderio era invece quello di un’emigrazione libera, scelta e non subita”.
“Non possiamo lasciare morire le nostre valli”: è stato l’accorato appello di padre Toffari, perché i gruppi e le associazioni che già lavorano per il ripopolamento non possono essere lasciati soli. Ripopolare l’Appennino – per lo scalabriniano – significa creare le condizioni affinché qualcuno possa tornare, ma anche perché altri scelgano di venire ad abitarvi. Significa, in definitiva, tenere vive comunità e tradizioni che rischiano altrimenti di scomparire.
Il busto di San Scalabrini nella chiesa di Veleia.
La traversata della vita e una mano da afferrare
Profonda e attuale è stata anche l’omelia del vescovo mons. Adriano Cevolotto, che ha preso spunto dal Vangelo della domenica, con Gesù che invita i discepoli a prendere il largo e raggiungere “un’altra sponda”.
Una pagina evangelica che, in un incontro dedicato agli emigrati, assume un significato particolare. “La vita è una traversata – sintetizziamo le parole del vescovo – non è fatta per rimanere immobili a difendere ciò che già possediamo, ma per andare verso nuove rive. È quello che hanno fatto e continuano a fare tanti emigrati. Partire significa lasciare una terra conosciuta e affrontare l’incertezza. Significa cercare un futuro, spesso senza sapere esattamente che cosa ci sarà dall’altra parte. Poi arrivano le tempeste…” Per Cevolotto le difficoltà non sono semplicemente una disgrazia. Possono diventare persino una “benedizione”, perché ci fanno perdere l’illusione di avere tutto sotto controllo e ci ricordano una verità fondamentale: abbiamo bisogno degli altri. È qui che entra in gioco la mano tesa.
Comunità piacentine nel mondo: i volti dell’emigrazione giovane
“La storia dell’emigrazione – riassumiamo l’intervento di mons. Cevolotto – è piena di mani che qualcuno ha trovato nel momento del bisogno. Mani di familiari, amici, sconosciuti. Mani capaci di offrire un lavoro, una casa, una parola, un aiuto concreto. E spesso – ha sottolineato il vescovo -siamo noi stessi una mano tesa per qualcuno senza nemmeno rendercene conto.
Il contrario è la paura, che può diventare una forza capace di paralizzare. Nel racconto evangelico Pietro ha paura quando si trova in mezzo alla tempesta. Gesù non risponde semplicemente con un “non avere paura”, ma con “Sono io”, segno della sua presenza”.
È una presenza che – per il presule – restituisce orientamento quando ci si sente in balia di forze più grandi. Da qui l’attualità del messaggio per chi oggi parte, per chi arriva e per i tanti giovani che lasciano Piacenza e l’Italia alla ricerca di nuove opportunità. Le traversate cambiano, ma la domanda rimane la stessa: ci sarà qualcuno disposto a tendere una mano?
Cevolotto ha richiamato proprio questa responsabilità. Ascoltare il grido “Signore, salvami” significa anche scegliere la prossimità. E la prossimità non può essere bloccata dalla paura di essere trascinati a fondo. Al contrario, è proprio la mano tesa che permette a tutti di salvarsi.
Scalabrini, un nome che va oltre i confini italiani
Al termine della celebrazione per le comunità piacentine nel mondo ha preso la parola padre Gianni Borin, superiore della Casa Madre degli Scalabriniani a Piacenza, che ha richiamato ancora una volta la figura del santo e il legame profondo tra Scalabrini e la città.
Ha quindi rilanciato l’invito a visitare il Museo delle Migrazioni Scalabrini di Piacenza, definendolo non semplicemente un museo, ma un vero “percorso immersivo”. Un luogo con una forte valenza educativa, come dimostra la presenza ogni anno di oltre mille studenti accompagnati dai loro insegnanti.
Il nome di Scalabrini, ha ricordato padre Borin, è oggi conosciuto ben oltre i confini italiani. Da Parigi all’Australia, dalle Americhe all’Inghilterra, fino all’Asia e all’Indonesia, il suo messaggio continua a essere riconosciuto e apprezzato. Persino la pronuncia del suo cognome può diventare un piccolo segno di questa universalità: Borin ha raccontato, con un sorriso, le difficoltà incontrate dai vietnamiti, abituati a una lingua fatta di parole monosillabiche, nel pronunciare “Scalabrini”. Ma alla fine, anche loro, riescono a dirlo…
E così, tra le antiche pietre di Veleia, la comunità piacentina nel mondo si è ritrovata ancora una volta a fare memoria delle proprie partenze, delle proprie radici e delle mani che, lungo il cammino, hanno aiutato qualcuno a raggiungere l’altra sponda.
