“Il mio detenuto amore”: il teatro in carcere diventa occasione di verità, confronto e speranza
di Riccardo Tonna  
13 Giugno 2026

“Il mio detenuto amore”: il teatro in carcere diventa occasione di verità, confronto e speranza

Quando il teatro arriva in carcere. Un debutto carico di emozione e significati è stato “Il mio detenuto amore” lo spettacolo diretto dal regista e drammaturgo Mimmo Sorrentino, andato in scena giovedì 11 giugno, all’interno della Casa Circondariale di Piacenza, che ha visto salire sul palco, accanto all’attrice Valentina Verre, dieci detenuti di età e nazionalità diverse. Per tutti loro si è trattato della prima esperienza davanti a un pubblico. L’iniziativa si inserisce nel progetto Educarsi alla libertà, promosso dalla cooperativa Teatroincontro e sostenuto dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, un percorso che utilizza il linguaggio teatrale come strumento di crescita personale, consapevolezza e reinserimento sociale.

 

Il regista Mimmo Sorrentino.

Una profondità emotiva

Prima dell’inizio dello spettacolo, Mimmo Sorrentino ha voluto condividere con il pubblico il significato profondo di quella rappresentazione. Il regista ha sottolineato quanto sia particolarmente difficile per i detenuti recitare davanti ai propri compagni di detenzione e alle autorità presenti. La familiarità dei luoghi e dei volti, ha spiegato, rende necessario raggiungere una profondità emotiva che non sempre è facile esprimere in un contesto tanto esposto e delicato. Per questo ha chiesto sostegno e un grande applauso per tutti i partecipanti, chiamati a mettersi in gioco con coraggio davanti alla comunità.

 

L’attrice Valentina Verre.

Teatro in carcere: il bisogno autentico
di riconoscimento e rinascita

La pièce si è sviluppata attraverso racconti, confessioni e riflessioni che hanno portato in scena il peso delle responsabilità, il dolore e il desiderio di riscatto. Sono emerse parole di pentimento e richieste di perdono rivolte al pubblico, alla giustizia e persino all’ingiustizia. Alcuni detenuti-attori hanno raccontato il senso di vergogna che accompagna il loro percorso, sintetizzato nell’espressione ricorrente degli “occhi a terra”. È il simbolo della difficoltà di sostenere lo sguardo degli altri, di essere riconosciuti o, talvolta, del desiderio di non esserlo affatto.

Lo spettacolo di teatro in carcere ha affrontato anche il tema dell’impatto trasformativo dell’arte. Attraverso il personaggio interpretato da Valentina Verre, si è raccontata la storia di una donna che decide di partecipare a un laboratorio teatrale in carcere e di comunicarlo al proprio compagno. La reazione dell’uomo è segnata da “rancore, sofferenza, odio”. Sono emozioni che testimoniano come il percorso artistico possa riportare alla luce ferite profonde e conflitti irrisolti. Ma proprio in questo confronto con il dolore e con il passato emerge la possibilità di una trasformazione. In una delle scene più intense, un detenuto-attore rivolge una richiesta di aiuto per guarire e semplicemente “essere”, dando voce a un bisogno autentico di riconoscimento e rinascita.

Il teatro in carcere diventa così uno spazio in cui le fragilità possono essere espresse senza filtri. Un luogo in cui la sofferenza non viene nascosta, ma condivisa, offrendo al pubblico uno sguardo diverso sulla realtà carceraria e sulle persone che la abitano.