Paesi a basso reddito: dall’aiuto alla cooperazione
di Riccardo Tonna  
11 Giugno 2026

Paesi a basso reddito: dall’aiuto alla cooperazione

 

Come sostenere i Paesi a basso reddito in modo che, un giorno, non abbiano più bisogno di essere sostenuti? È stata la domanda al centro della mattinata del 10 giugno nella Sala Piana del campus di Piacenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Attorno a questo interrogativo si è sviluppato il convegno “Perché un nuovo paradigma per gli aiuti ai Paesi a basso reddito”, promosso dalla Facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali e realizzato grazie al contributo della Fondazione Invernizzi. Un appuntamento che ha riunito accademici, operatori della cooperazione, rappresentanti del mondo ecclesiale e testimoni provenienti dall’Africa per riflettere sui limiti dei modelli tradizionali di aiuto e sulle strade possibili per costruire uno sviluppo realmente sostenibile.

Non solo progetti, ma cambiamenti

Ad aprire i lavori sono stati i saluti di mons. Claudio Giuliodori, Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, collegato online, e del professor Giuseppe Bertoni, che hanno richiamato la necessità di affrontare le sfide globali con uno sguardo capace di coniugare competenze scientifiche, responsabilità sociale e attenzione alla persona.
A delineare il quadro delle sfide contemporanee è stata Sandra Corsi,  GEF Technical Officer  FAO, che ha invitato i presenti a superare una visione frammentata della cooperazione internazionale. I risultati ottenuti attraverso il portafoglio di iniziative sostenute dalla FAO e dal GEF testimoniano la portata di questo approccio: milioni di ettari gestiti con pratiche migliorate, programmi di adattamento climatico, formazione diffusa e sostegno alle popolazioni più vulnerabili. Non semplicemente progetti conclusi, ma cambiamenti destinati a radicarsi nel tempo.

 

Il pubblico presente al convegno in Cattolica sui Paesi a basso reddito.

La cooperazione autentica

Se Sandra Corsi ha illustrato le condizioni necessarie per uno sviluppo resiliente, Marco Caselli, direttore del Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale (CeSI), ha affrontato il nodo delle ragioni strutturali che spesso rendono inefficaci gli aiuti internazionali.
Attraverso il racconto di una vicenda accademica – quella di un promettente dottorando il cui lavoro venne progressivamente snaturato dalle continue revisioni del suo mentore fino a diventare un’opera che non apparteneva più a nessuno dei due – Caselli ha proposto una metafora efficace delle dinamiche che spesso caratterizzano la cooperazione. Troppo frequentemente, infatti, chi finanzia un progetto e chi dovrebbe beneficiarne perseguono obiettivi differenti, generando interventi che finiscono per non soddisfare nessuno.
Da qui la sua tesi: occorre abbandonare la categoria dell’“aiuto” per sostituirla con quella della “cooperazione” intesa come investimento condiviso. L’aiuto, ha osservato, implica una relazione asimmetrica tra chi possiede risorse e competenze e chi viene percepito come carente. La cooperazione autentica, invece, presuppone pari dignità, corresponsabilità e capacità decisionale condivisa.

Valorizzare le risorse locali

Le relazioni successive hanno approfondito il valore del senso di comunità nelle società africane, il ruolo decisivo dell’educazione nella formazione di una leadership locale preparata e responsabile, le opportunità offerte dall’innovazione rurale e il contributo dell’imprenditorialità alla crescita economica e sociale.
Particolarmente significativa la tavola rotonda coordinata dalla professoressa Simona Beretta, dedicata al modello C3S come possibile risposta alle tre grandi barriere che ostacolano lo sviluppo: ignoranza, inerzia e ideologia.

Ad arricchire il confronto le testimonianze provenienti dall’Africa di don Roger Nyembo, dalla Repubblica Democratica del Congo, e del dottor André Ndereymana, dal Burundi.
Nel corso della mattinata è emersa con forza una convinzione condivisa: lo sviluppo non nasce da interventi calati dall’alto, ma dalla capacità di valorizzare le risorse, le competenze e le aspirazioni delle comunità locali. Un cambio di prospettiva che trasforma l’assistenza in collaborazione e l’aiuto in un investimento sul futuro.