Gli irriducibili della montagna
Gli irriducibili della montagna
A Farini la forza della speranza viene dalla solidarietà.
“Sono arrivati gli agricoltori e i boscaioli delle frazioni”.
“I giovani: una meraviglia”
“Speriamo di non essere dimenticati”. “Almeno qui non è morto nessuno”. “Povero Luciano”.
Sono tre le frasi ricorrenti nella Farini del dopo-alluvione. Rimbalzano nei bar dove nel tardo pomeriggio la gente – con gli stivali ancora sporchi di fango – tenta di riconquistare, al tavolino, con un bicchiere di bianco o una birra davanti, a seconda dell’età, un frammento di vita normale. Rotolano giù per la piazza, che ha l’aspetto più di un cantiere o di uno sfasciacarrozze che non del centro del paese, presidiato da chiesa, municipio e caserma dei carabinieri, tutti vicini e tutti inagibili. Scivolano in via Roma, tra le case lungo il Nure prese a sberle dal fango e dall’acqua all’alba del 14 settembre.
“Speriamo di non essere dimenticati”. “Almeno qui non è morto nessuno”. “Povero Luciano”. La paura che nulla sarà più come prima e che – spenti i riflettori dei media – si resterà soli a lottare. La gratitudine per non dover piangere nessuna vita umana. L’impotenza che assale alzando lo sguardo all’edificio squarciato dove Luciano Picca aveva la sua casa e la sua azienda, al di là del sottopasso che fino a dieci giorni fa era la continuazione di via Roma e poi via dei Sassi Neri, quella che portava alla “spiaggia” di Farini. Adesso è un letto di pietre in cui si muovono le ruspe dei vigili del fuoco. “Li abbiamo tirati fuori appena in tempo, Luciano e la sua famiglia”. Il maresciallo Danilo Brunori, comandante della stazione dei carabinieri di Farini, abita poco distante. È stato tra i primi a sentire le loro urla di aiuto, intrappolati sul balcone. Con altri compaesani – “sono qui da 13 anni, ma mi sento uno di Farini” – appoggiando una scala sul muro esterno riescono a farli scendere. L’anziana mamma, disabile, viene portata giù con un cestello, con un mezzo della Degani Srl. Tempo cinque minuti e viene giù la parte anteriore della casa, quella che guarda il Nure. “Me li sogno ancora la notte, quei momenti”.
“C’è la mano di Dio”
Farini è un paese dal volto sfigurato, che insieme all’anagrafe ha perso la memoria cartacea della sua storia e le mappe del suo territorio. Ma non ha perso la speranza. “La vita del paese ci ha aiutato a rimetterci in piedi: il lunedì dell’alluvione qui c’eravamo solo noi di Farini e la gente della nostra montagna, i boscaioli e gli agricoltori, che sono arrivati in massa dalle frazioni con i trattori per aiutarci”, racconta Serena Masini, 29 anni, un lavoro a Montale e la scelta di fare la pendolare per non stare lontana dalle sue radici. “I primi ad arrivare sono stati gli alpini di Groppallo”, le fa eco un vicino. Con altri colleghi delle sezioni Ana e la loro cucina da campo danno 300 pasti al giorno a sfollati e volontari.
“Noi abbiamo perso l’auto, il cortile, i miei amati cani, abbiamo problemi seri alle fondamenta, però siamo fortunati – ha il coraggio di sorridere, Serena, dietro gli occhiali scuri -. Se penso a quante volte da bambina ho giocato in quel cortile – e fa segno alla casa sventrata, che se ne sta lì come una ferita sempre pronta a sanguinare -. Era sempre aperta, per tutti. C’è la mano di Dio, se nessuno è morto”.
Serena e i suoi genitori sono ospiti degli zii a pochi chilometri da Farini. Vengono di giorno a sistemare e salvare il salvabile, come i vicini. Non c’è nessuno che si piange addosso. Non serve. Su le maniche e pedalare. Anche se quello che hai perso è il frutto di una vita di fatiche, messo su anta dopo anta, credenzino dopo credenzino, di generazione in generazione.
“La mia casa è della prima metà del Novecento, qui siamo tutti in regola – ci tiene a precisare Serena -. Sono le case dei nonni che poco alla volta dal piano terra sono state alzate di uno o due piani, man mano che la famiglia cresceva. I miei hanno voluto comprare un appartamento a Piacenza, pensando al domani. Mia mamma aveva un negozio e l’ha chiuso da poco, mio padre è in mobilità. Ci ritroviamo ora con il mutuo da pagare e in più le spese per la ristrutturazione qui”. Che arrivino in fretta i risarcimenti in grado di coprire i danni, su questo sì tutti sembrano dubitare.
15 minuti di terrore
Piero Masini abita in via Roma da quand’era bambino. In sessant’anni ha imparato a riconoscere dal rumore se il Nure può diventare pericoloso. “Ma, nei peggiori dei casi, era arrivato al massimo a lambire il cortile, niente più”. Adesso al posto dell’orto e del cortile c’è una voragine. Dalla porta sul retro di casa sua si vede addirittura un agglomerato di cemento, “un pezzo di muraglione che era più a monte”. A pian terreno si era appena ristrutturato un appartamentino. “Pensando alla vecchiaia: vede, non bisogna essere troppo previdenti”, e ci mostra due armadi del secolo scorso gonfi d’acqua, la cucina su misura rovinata, gli elettrodomestici e la caldaia da buttare, il bagno con la parete squarciata – “vista Nure”, scherza – a fare da contrasto con i sanitari nuovi di zecca.
“La pelle l’abbiam salvata”, commmenta Piero, e non è un modo di dire. Quando si è accorto che entrava acqua dall’ingresso posteriore, ha cercato di puntellarlo, per far scappare figlia e moglie dalla parte di via Roma. “Mio fratello era passato da due minuti e loro invece si son trovate davanti un metro e mezzo d’acqua. Io ero dentro col terrore che annegassero, loro fuori col terrore che annegassi io”. D’istinto è tornato in cucina, le ha aiutate a rientrare dalla finestra; sono corsi al piano superiore. “Tempo 15 minuti ed è tutto finito. Per fortuna la casa ha retto”.
La statuetta di Maria
Ha retto anche la canonica, desolatamente vuota. Sul davanzale, un quadro con S. Giuseppe e il Bambino, la corona del rosario e una copia dell’annuario diocesano. Il parroco, don Luciano Tiengo, per fortuna dormiva al piano di sopra la notte del disastro. È sfollato anche lui, dorme e mangia da un parrocchiano, ma è vivo. L’acqua non ha risparmiato nemmenp il salone col piccolo teatro da poco realizzato sotto la chiesa. Domenica la messa l’ha celebrata sul sagrato. Il breviario l’ha ricomprato venerdì scorso alla “Berti”.
Silvia Aina un regalo per don Luciano ce l’ha. Gliel’ha lasciato l’inondazione, incastrato nel legname che è andato ad ostruire il portone del capannone a fianco della sua casa, dietro la chiesa. È una statuetta della Madonna di Lourdes. Intatta, salvo la mano sinistra e qualche dito della destra. “Forse era in una nicchia ed è stata trascinata fin qui. Voglio darla a don Luciano”. Anche Silvia non può restare nell’abitazione dove vive da 49 anni, quando si è trasferita dalla Toscana. Con alcuni volontari sta ripiantando una pianta di salvia vicino all’ingresso. Dove adesso passano cingolati e camion carichi di rami e tronchi c’era un giardino. “Dodici piante di rose rosse, l’altalena che era delle mie figlie e adesso dei nipoti… Ora è un’autostrada”, scrolla la testa. “Sa cos’è l’unica cosa bella in questo dolore? La solidarietà. Sono venuti tantissimi giovani a sbadilare di gran lena: altro che bamboccioni!”.
“Dei ragazzi meravigliosi – conferma Piero Masini -. Hanno portato secchi di 40-50 chili di fango senza sosta. Alla fine ci siam trovati in strada: chi apriva una bottiglia, chi tagliava un salame”. Gli irriducibili della montagna sono fatti così.
Barbara Sartori
Dalle parrocchie oltre 21mila euro
Il primo bilancio della giornata offertoriale. A Bettola nasce un comitato
L’alluvione che il 14 settembre ha devastato Val Nure, Val Trebbia, Val d’Aveto e varie zone della pianura – Roncaglia la più colpita – ha lasciato danni per quasi 90 milioni di euro. Sono state evacuate 95 persone; gli edifici danneggiati sono 437. Ancora critica la situazione viabilistica in diversi tratti dell’alta Val Nure e Val Trebbia; la Provinciale 654 di Valnure è sprofondata nel tratto di Recesio, provocando la morte di Luigi Albertelli e Luigi Agnelli (mentre andiamo in stampa risulta ancora disperso il padre, Filippo Agnelli).
È di 21.000 euro – il dato è aggiornato al 23 settembre – il primo bilancio delle offerte in arrivo all’ufficio Economato della Curia raccolte domenica 20 durante le messe nelle parrocchie della diocesi, a cui si aggiunge una somma della parrocchia di San Rocco al Porto che porta la cifra oltre i 22mila euro. Saranno consegnati alla Caritas diocesana, che individuerà con le altre realtà del territorio le urgenze; resta aperta anche la possibilità di versare un contributo direttamente agli uffici di via Giordani 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 dal lunedì al venerdì o con c/c bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Autonoma Caritas Diocesana di Piacenza-Bobbio Iban: IT 61 A051 5612600 0000032157 (causale “Emergenza alluvione in Valnure e Valtrebbia”) .
A Bettola è nato un comitato, presieduto da Daniele Fogliazza, che riunisce le associazioni del paese con l’obiettivo di raccogliere fondi per ricostruire il centro sportivo sul Lungo Nure. Per contribuire: c/c intestato a comitato Di nuovo Bettola, Iban IT 23 J051 566518000 200007643 (causale alluvione Bettola).
Per Farini il c/c è quello intestato all’associazione “Amici del volontario”, presso la filiale del paese della Banca di Piacenza, IBAN IT 59 X051 56652 0007000. Anche gli emigrati a New York dal centro della Val Nure si stanno mobilitando.
Articolo pubblicato sull’edizione di venerdì 25 settembre 2015
