L’omelia integrale del Vescovo per la messa del Patrono
di Redazione  
04 Luglio 2026

L’omelia integrale del Vescovo per la messa del Patrono

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’omelia del vescovo mons. Adriano Cevolotto in occasione della messa solenne di questa mattina per il patrono della città e della diocesi Sant’Antonino.

Il Patrono: un soldato con la spada nel fodero

Anche nel caso di Antonino, un soldato della legione Tebea, l’iconografia oltre a mostrarlo a cavallo lo presenta rivestito di una corazza. Ma non nel gesto di brandire la spada, piuttosto con la spada riposta nel fodero. Si tratta di una tipica rappresentazione, unita al modellino della città in mano o ai piedi, che evidenzia il compito del Patrono: di custodire la città, ma con la forza morale e con la fede. Custode non tanto del perimetro urbano (l’urbs), ma, cosa più impegnativa, della convivenza che trasforma un agglomerato urbano in una civitas. Vale a dire in un tessuto sociale e relazionale che rende uno spazio geografico un luogo umano, un luogo di vita. Se nel passato la custodia richiedeva la costruzione di una cinta murata, perché il nemico poteva attaccarla e conquistarla, oggi i pericoli sono di altro genere. Proprio per questo il nemico o i nemici sono più difficili da individuare. Dovremmo concordare nel cercarli più all’interno che all’esterno e quando, come è accaduto di recente, si agitano pericoli etnici o religiosi (vedi la presunta “Islamizzazione di Piacenza”), si tratta di operazioni ad effetto che in realtà impediscono di vedere e di affrontare le reali minacce. Se vogliamo essere seri, riconosciamo la fatica di cogliere i pericoli e il motivo della loro minaccia alla convivenza: perché sono diversi e complessi e richiedono una sapiente visione della realtà, unita alla disponibilità a mettersi in gioco in una fase di profondi cambiamenti.

 

 

Il Vescovo Cevolotto incensa le reliquie di Sant'Antonino.

Il Vescovo incensa le reliquie di Sant’Antonino all’inizio della messa in basilica (foto Pagani).

Sentiamo di far parte di una civitas?

Lasciamoci guidare dalla pagina di S. Paolo della prima lettera ai Corinti, che usa l’immagine del corpo umano. Un’immagine di straordinaria attualità ed efficacia, perché evidenzia il valore centrale dell’appartenenza: ciascuno è parte di una realtà più grande e il suo valore gli viene proprio da questo legame, da intrecci che si devono scoprire e coltivare. Nel termine ‘appartenere’ è contenuta una tensione, un andare verso: l’appartenenza va costruita, non è solo ricevuta. L’Apostolo dice: l’essere parte non lo decidiamo noi, ci è dato. Ma a ciascuno è affidato il compito di orientare la propria persona e il proprio agire verso quel corpo. Ne deriva la necessità di cogliere prima e di custodire, insieme, la bellezza della varietà di un corpo (sociale ed ecclesiale). E se fosse proprio qui uno dei pericoli più grande che minacciano oggi la nostra ‘civitas’? Se la qualità di un corpo è il grado di appartenenza, da che cosa bisogna guardarsi per non indebolire questa appartenenza? Da ogni operazione di selezione o di esclusione che porti a dire: “Non ho bisogno di te”. Ci sono tanti modi per affermare che l’altro non ci interessa. Che ne possiamo fare a meno. Che ne vogliamo fare a meno. Rispetto ad una convivenza è pericolosa e disgregante questa logica, e, viceversa, è virtuosa e costruttiva la ricerca delle ragioni del valore dell’altro. Data una previa fiducia verso l’altro, tutt’altro che scontata perché prevale dubbio e sospetto, la domanda da porsi è “perché ho bisogno di te?”. Infatti si può giungere a dire: “ho bisogno di te” perché si scopre il suo valore e la sua complementarietà, rispetto alle proprie capacità e competenze.

 

La perdita di rispetto nei confronti delle istituzioni

In questa occasione permettetemi di soffermarmi sulla funzione essenziale delle Istituzioni. Dentro all’immagine paolina del corpo esse ci ricordano che in quanto corpo abbiamo delle leggi che ci anticipano, che ci superano e che ci consegnano a relazioni di cui abbiamo bisogno. Quando parlo di Istituzioni mi riferisco non solo a quelle politiche, amministrative, religiose, militari o giudiziarie, delle quali oggi c’è una significativa presenza (che saluto e ringrazio), ma penso insieme a quelle scolastiche, familiari… Diversi episodi di cronaca anche nel nostro territorio confermano la perdita del rispetto verso le istituzioni e i loro rappresentanti. Non solo tra le nuove generazioni.

 

La cultura dell’onnipotenza dell’io

Un insegnante colpito da un altro adulto-genitore, è un segno della tendenza a delegittimare l’autorevolezza delle varie figure istituzionali. Pensiamo, più a monte, il debole senso di rispetto dei figli verso i genitori (e verso gli adulti in genere), a cui si associa la mancata o almeno debole alleanza tra adulti, che alimenta pericolosamente un discredito generalizzato. A questo riguardo pensiamo a quando, in presenza dei figli, i discorsi verso altri adulti non esprimono stima, lanciando discredito verso altre figure con le quali i ragazzi hanno a che fare. Questo clima fa da incubatrice a quella cultura che non pone limiti al delirio di onnipotenza dell’io, che cresce senza apprezzare il debito verso chi lo precede. Facendo crescere l’illusione di non aver bisogno di ciò di cui uno non può disporre. In realtà abbiamo bisogno di essere contenuti da confini istituzionali che non incentivino a diventare regola insindacabile a sé stessi. È una cultura corrosiva di quella civitas di cui abbiamo parlato.

 

 

Katia Tarasconi, Elena Murelli, Patrizia Palmisani alla messa di Sant'Antonino 2026.

La sindaca Katia Tarasconi, la senatrice Elena Murelli e la prefetto Patrizia Palmisani alla messa per il patrono (foto Del Papa).

Credibilità e responsabilità

Va detto altresì che anche le istituzioni (nel loro insieme) devono custodire il proprio valore, dando prova di credibilità e di responsabilità. Il modo per custodire il valore del ruolo istituzionale che rivestiamo è assumere con serietà il compito che ci è affidato, non con un profilo minimalista, ma esprimendo il meglio di noi stessi e il meglio dell’istituzione che rappresentiamo. La responsabilità richiede anche l’assunzione del valore di ogni parte del tutto: in campo educativo i vari soggetti devono fare alleanza tra loro, a livello amministrativo e politico, altrettanto, dentro alle regole della democrazia. Ho la convinzione che certi spettacoli che vengono offerti da chi è deputato alla costruzione del bene comune, sia tra le cause della disaffezione e del discredito crescente della politica e di qualsiasi funzione di governo. Dovere di tutti è alimentare il senso di appartenenza.

 

Carabinieri e altri militari alla messa di Sant'Antonino

I rappresentanti delle forze dell’ordine e delle forze armate alla messa per il Patrono (foto Del Papa).

 

Costruire la fiducia

In un clima di fiducia che nasce dalla valorizzazione del posto occupato da ciascuno, leggo quest’anno la scelta di assegnare l’Antonino d’oro ad Africa Mission, Cooperazione e Sviluppo. Anche con questa scelta oggi, come comunità, diciamo: “abbiamo bisogno di voi”. In un recente incontro un volontario, raccontando la sua esperienza in Africa Mission, affermava: “ha fatto più bene in Italia che in Africa”. L’Associazione a cui diede vita don Vittorione, con l’appoggio e la spinta di mons. Manfredini, era nata da una richiesta, da un grido proveniente da uno dei paesi più poveri dell’Africa: “Abbiamo bisogno… di cibo, di acqua”. Soprattutto abbiamo bisogno di essere visti, di uno sguardo di attenzione per uscire dall’estraneità. Quante realtà ancora oggi ci sono ‘invisibili’.

 

Aprire gli occhi

Ed è proprio vero che aver familiarizzato con una povertà stabile alla fine ha sortito l’effetto di aver fatta nostra questa sensibilità e attenzione. L’Uganda è diventata più prossima. La presenza di Africa Mission ha contribuito a sentirci maggiormente parte del mondo. Ecco un altro livello di appartenenza che ci appartiene. L’acqua che esce dai pozzi in Uganda serve anche a irrigare il terreno arido del nostro benessere, contribuisce a lavare i nostri occhi, che troppo spesso si spengono e si chiudono. Abbiamo bisogno di avere sguardi che incrociano i volti che continuano a manifestare le contraddizioni delle sperequazioni tra il nord e il sud del mondo. Abbiamo bisogno per crescere in umanità, per non chiudere gli orizzonti e per non diventare ossessionati di pericoli inesistenti. Vittime troppo spesso di paturnie e fobie della sazietà.

Allora chiediamo al nostro Santo Patrono la grazia dell’appartenenza, per riuscire a dire: “ho bisogno di te”, chiunque tu sia e qualunque compito tu abbia, perché con te ciascuno può esprimere al meglio la propria identità e il proprio servizio. Per l’edificazione del Corpo, del quale tutti e ciascuno siamo parte.