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Cecilia Sala:«In Iran, Afghanistan e Ucraina la realtà è diversa da ciò che viene mostrato»

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I giovani iraniani istruiti protestano contro il regime scendendo in piazza, ma anche nelle scuole e nelle università. Le donne afghane lavorano come tassiste, pilote e ingegnere aerospaziali. In Ucraina i giovani, la prima generazione nata dopo l’indipendenza del 1991, sono protagonisti. Sono i tre “incendi” che si consumano nel mondo di oggi, che la giornalista Cecilia Sala ha raccontato nel suo ultimo libro con una cronaca “antropologica” che si concentra sulle persone che quei luoghi li vivono. Un lavoro che Cecilia Sala compie giornalmente attraverso il podcast “Stories”, edito da Chora Media, una voce umana e precisa soprattutto durante i viaggi nei Paesi teatro di conflitti. Domenica mattina la giornalista 28enne è intervenuta al Festival del Pensare contemporaneo davanti a una sala gremita – persone sedute per terra, in piedi, appoggiate ai muri – al secondo piano di Palazzo Xnl a Piacenza.

Ucraina, una guerra annunciata?

C’è distanza tra il racconto e la realtà in Iran. “L’immagine che gli ayatollah vogliono dare non corrisponde alla società”, dice Sala. Un altro incendio, quello ucraino, è fatto di opinioni contrastanti. “Ho incontrato molti giovani che dicevano che la guerra per loro era una sorpresa, non pensavano che fosse possibile nel 2022 un conflitto con armi tradizionali, carri armati e corpi riversi nella neve. Katerina invece si aspettava una punizione da parte di Putin per le proteste del 2014”.

Miti da sfatare

“Fuori dall’Ucraina – rivela Sala – sembra a tutti che Zelensky parli a nome di tutta la popolazione; tuttavia, molti non sono d’accordo con il suo modo di gestire il conflitto, pensano che anche lui faccia parte di una vecchia generazione sovietica”. In Iran la crepa è ancora più profonda. “Nel racconto facciamo fatica a cogliere le sfumature – spiega –: vediamo la rappresentazione del potere o delle manifestazioni governative, e così abbiamo un’immagine cupa e tetra. Ma il vero Iran non è così: la parte nord di Teheran in realtà somiglia molto a una città occidentale, con pasticcerie e café, le ragazze vanno in giro con i capelli colorati. Nelle discipline Stem il 70% dei laureati sono donne”.

Se l’economia si distacca dallo Stato si è più indipendenti

“In Iran c’è un’economia di regime – spiega Cecilia Sala – e poi c’è un settore pseudoprivato in cui tutte le industrie fanno capo a holding che rispondono sempre al «clero» del pasdaran (il corpo paramilitare soprannominato “guardiani della rivoluzione islamica”, nda). Un problema per tutti è la chiusura, seppur momentanea, di Internet, che corrisponde a una censura di alcuni siti e social network”. Ma accanto a questo stato di cose c’è l’intraprendenza di alcuni giovani, che hanno fondato startup per ricreare siti come Youtube o servizi come Uber e Glovo. “È un’economia piccola, parallela. Ma i suoi lavoratori, se scendono in piazza, non rischiano di perdere lo stipendio a fine mese come i lavoratori «statali». Questo ha contribuito allo sviluppo di una maggiore intraprendenza”.

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Anche sotto le bombe è concesso ridere

Ironia e potere, i giornalisti si pongono in una posizione di ascolto. La sollecitazione di Colamedici va verso una nicchia rimasta sempre fedele a sé stessa. “Nel libro, così come nei podcast – dice Sala – parto sempre da un personaggio con una storia particolare per poi allargare il discorso. Fa impressione, soprattutto in Ucraina, passeggiare per una città che sembra una qualsiasi capitale europea e poi, dietro l’angolo, imbattersi nel dramma. Racconto anche gli ucraini che non fanno i soldati e quelli le cui case non sono state bombardate. A Kyiv i comici sono degli standupper, somigliano più a Valerio Lundini e a Stefano Rapone che non a Pieraccioni. Li ho incontrati e mi hanno detto che loro non hanno mai smesso di lavorare: il 24 febbraio 2022 (giorno dell’invasione russa, nda) hanno fatto una live su Youtube commentando le notizie con un’ironia amara, e le persone connesse erano tante. Uno di loro mi disse: «Per noi un russo morto fa ridere, è un problema per te?». Mi si gelò il sangue, ma mi fece capire cosa volessero dire l’odio e il rancore per una tragedia fresca. Risposi: «No, sono qui per ascoltare». Altrimenti farei un altro mestiere. Per capire quell’odio penso a una ragazza di quindici anni di Mariupol che, anche dopo il ritiro delle truppe russe, invece di gioire era costantemente a caccia della prova che l’uomo che l’aveva violentata fosse morto. I soldati erano soliti scegliersi una ragazza e farla diventare la propria «fidanzata forzata»”.

Daghestan, la regione più ribelle

Nella regione russa del Daghestan l’opinione pubblica è più critica. “Le mogli spaventate cercano di convincere i mariti ad arrendersi per non rischiare di morire”. La multiculturalità di quel territorio porta ad avere punti di vista differenti. “Quando il patriarca Kirill diceva che il conflitto era una «guerra santa» contro la «lobby gay», nella moschea l’imam diceva l’esatto opposto, smontando l’assurda teoria secondo cui ammazzare gli ucraini garantisse un posto in Paradiso. Non è un caso che le proteste più accese in Russia siano partite dal Daghestan”.

Un disastro evitato da una soffiata

“Se Kiev non ha fatto la stessa fine di Mariupol – osserva Sala – il merito è di un personaggio infiltrato nell’intelligence di Mosca”, dice Colamedici citando un capitolo del libro “L’incendio”. “Denis Kireev era un banchiere di livello internazionale. Nel 2014 scappò dall’Ucraina e da quel momento si diffuse l’idea che fosse filorusso. Arrivò ad avere contatti diretti con i servizi segreti russi. In segreto, però, Kireev lavorava per conto di Kyrylo Budanov, capo dei servizi segreti militari ucraini. Prima dell’invasione di Kyiv, Kireev disse a Budanov – che riferì a Zelensky – l’ora esatta, le 16.30, e il luogo di origine dell’attacco, l’aeroporto di Hostomel”. Il 5 marzo 2023 Kireev morì per mano dei servizi segreti ucraini in circostanze controverse, fra chi pensa che sia stato giustiziato per tradimento e chi reputa insensata questa motivazione dati i legami con l’intelligence ucraina.

Tenere il passaporto sempre in mano

“Gli ucraini vedono in qualsiasi straniero una spia russa. E, se qualcuno viene individuato come tale, il processo non si svolge mai secondo tre gradi di giudizio, piuttosto si preferisce legare il sospettato a un palo e spogliarlo pubblicamente. Un giorno un mio collega – racconta Sala – fu fermato a un checkpoint da un ucraino che gli puntava il fucile. Sorvegliato, prese il passaporto dalla tasca e lo mostrò. L’agente, che in realtà era un civile, gli consigliò di tenerlo in mano da quel momento in poi perché un altro, al suo posto, gli avrebbe sparato se l’avesse visto prendere qualcosa dalla tasca”.

Burka Avenger: un cartone per sensibilizzare le bambine ad andare a scuola

“In una serie di successo in Afghanistan – evidenzia Cecilia Sala – la protagonista è una ragazzina a cui il burqa dà superpoteri. È un programma pensato per parlare sia alle famiglie «progressiste», che manderebbero le figlie a scuola, sia a quelle «conservatrici». Nel cartone, «Burka Avenger» (andato in onda per la prima volta in Pakistan nel 2013, nda), il nemico non è il velo, altrimenti sarebbe censurato, ma un uomo che non vuole che le ragazze vadano a scuola. Un’altra realtà sorprendente dell’Afghanistan è la presenza di un’industria cinematografica, ma anche dell’intrattenimento e del giornalismo”. E poi ci sono le scuole non autorizzate. “Tante donne che hanno perso il lavoro si sono reinventate insegnanti – racconta Sala – esistono scuole clandestine online, ma anche finte scuole coraniche in cui, tra una lezione e l’altra, si riesce a infilare di nascosto un’ora di matematica. Conoscendo da vicino le realtà – conclude – si scopre quanto sono forti i propositi, i desideri e i sogni degli esseri umani”.

Francesco Petronzio

Nelle foto, Cecilia Sala con Andrea Colamedici e il pubblico in sala.

Pubblicato il 25 settembre 2023

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  • Un libro per capire le differenze tra cristianesimo e islam e costruire il dialogo

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    “La grande sfida che deve affrontare il cristianesimo oggi è di coniugare la più leale e condivisa partecipazione al dialogo interreligioso con una fede indiscussa sul significato salvifico universale di Gesù Cristo”. Con questa citazione del cardinale Raniero Cantalamessa si potrebbe cercare di riassumere il senso e lo scopo del libro “Verità e dialogo: contributo per un discernimento cristiano sul fenomeno dell’Islam”, scritto dal prof. Roberto Caprini e presentato di recente al Seminario vescovile di via Scalabrini a Piacenza grazie alle associazioni Confederex (Confederazione italiana ex alunni di scuole cattoliche) e Gebetsliga (Unione di preghiera per il beato Carlo d’Asburgo).

    Conoscere l’altro

    L’autore, introdotto dal prof. Maurizio Dossena, ha raccontato come questa ricerca sia nata da un interesse personale che l’ha portato a leggere il Corano per capire meglio la spiritualità e la religione islamica, sia da un punto di vista storico sia contenutistico. La conoscenza dell’altro - sintetizziamo il suo pensiero - è un fattore fondamentale per poter dialogare, e per conoscere il mondo islamico risulta di straordinaria importanza la conoscenza del Corano, che non è solo il testo sacro di riferimento per i musulmani ma è la base, il pilastro portante del modus operandi e vivendi dei fedeli islamici, un insieme di versi da recitare a memoria (Corano dall’arabo Quran significa proprio “la recitazione”) senza l’interpretazione o la mediazione di un sacerdote. Nel libro sono spiegati numerosi passi del Corano che mettono in luce le grandi differenze tra l’islam e la religione cristiana, ma non è questo il motivo per cui far cessare il dialogo, che secondo Roberto Caprini “parte proprio dal riconoscere la Verità che è Cristo. Questo punto fermo rende possibile un dialogo solo sul piano umano che ovviamente è estremamente utile per una convivenza civile, ma tenendo sempre che è nella Chiesa e in Cristo che risiede la Verità”.

    Le differenze tra le due religioni

    Anche il cardinal Giacomo Biffi, in un’intervista nel 2004, spiegò come il dovere della carità e del dialogo si attui proprio nel non nascondere la verità, anche quando questo può creare incomprensioni. Partendo da questo il prof. Caprini ha messo in luce la presenza di Cristo e dei cristiani nel Corano, in cui sono accusati di aver creato un culto politeista (la Santissima Trinità), nonché la negazione della divinità di Gesù, descritto sempre e solo come “figlio di Maria”. Queste divergenze teologiche per Caprini non sono le uniche differenze che allontanano il mondo giudaico-cristiano da quello islamico: il concetto di sharia, il ruolo della donna e la guerra di religione sono aspetti inconciliabili con le democrazie occidentali, ma che non precludono la possibilità di vivere in pace e in armonia con persone di fede islamica. Sono chiare ed ampie le differenze religiose ma è altrettanto chiara la necessità di dover convivere con persone islamiche e proprio su questo punto Caprini ricorda un tassello fondamentale: siamo tutti uomini, tutti figli di Dio. E su questo, sull’umanità, possiamo fondare il rispetto reciproco e possiamo costruire un mondo dove, nonostante le divergenze, si può convivere guardando, però, sempre con certezza e sicurezza alla luce che proviene dalla Verità che è Gesù Cristo.

                                                                                                   Francesco Archilli

     
    Nella foto, l’autore del libro, prof. Roberto Caprini, accanto al prof. Maurizio Dossena.

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