Dall’Amazzonia a Piacenza per la Veglia missionaria
Cosa ti resta dentro quando torni da un viaggio missionario? Non sono solo i paesaggi, ma i volti, le storie e, soprattutto, quel modo nuovo di guardare il mondo e la tua stessa casa. È il filo conduttore della veglia per la Giornata missionaria mondiale 2026, celebrata il 15 ottobre nella chiesa della Besurica, a Piacenza.
A guidare la preghiera il vescovo mons. Adriano Cevolotto, insieme a lui due ospiti speciali dall’Amazzonia: mons. Raimundo Vanthuy Neto, vescovo di S. Gabriel da Cachoeira, e il vescovo emerito, della stessa diocesi, mons. Edson Taschetto Damian. Con la loro presenza, la parrocchia di San Vittore si è connessa direttamente con il cuore del Brasile, scoprendo una Chiesa che si muove in territori immensi, custode di culture indigene ricchissime ma anche di sfide sociali durissime.
Ritratti di Santi alla Veglia missionaria.
Una preghiera per sconfiggere l’indifferenza
La serata è stata un momento per guardarsi dentro. Si è pregato per ritrovare la comunione e per chiedere scusa per tutte le volte che non sappiamo ascoltare, per le nostre chiusure e per quell’indifferenza che ci fa girare dall’altra parte davanti alle ingiustizie. La stessa preghiera è stata ribadita da mons. Cevolotto, commentando il Vangelo.
Il Brasile visto con gli occhi dei giovani
Il momento più vivo della veglia è stato l’ascolto di Giovanni, Gloria, Francesca, Gaia e Giulia. Questi cinque ragazzi piacentini, la scorsa estate, hanno passato tre settimane nel nord del Brasile, tra il Roraima e l’Amazzonia, in un viaggio organizzato dalla Pastorale Giovanile insieme don Giancarlo Dall’Ospedale, direttore dell’Ufficio Missionario diocesano.
Lassù hanno incontrato i migranti in fuga dal Venezuela e hanno vissuto a contatto con le comunità indigene nella terra di Raposa Serra do Sol. Un’esperienza forte, che ha scosso le loro certezze.
Giovanni ha raccontato di come l’impatto con la natura incontaminata lo abbia fatto riflettere. In un mondo dove tutto si misura in base alla produttività, ha riscoperto il valore del tempo “perso” a contemplare la bellezza. Anche la musica e il gioco, apparentemente inutili, sono diventati il ponte più bello per fare amicizia e creare legami veri.
Gaia ha parlato del silenzio, la prima cosa che le è tornata in mente una volta a casa. Un silenzio profondo, a tratti pesante ma anche liberatorio, di fronte a una terra meravigliosa e ferita. Incontrare i cristiani del posto l’ha aiutata a sognare una Chiesa più capace di ascoltare e rispettare le culture locali. Tornare, per lei, significa ora trasformare tutto questo in attenzione verso chi fa più fatica.
Un momento della Veglia missionaria.
Giulia ha condiviso il desiderio di una Chiesa che sia davvero una casa per tutti: aperta, fraterna, dove le differenze non fanno paura e dove i giovani non siano solo spettatori. Un antidoto all’egoismo per far sentire chiunque accolto e amato.
Insieme a Gloria e Francesca, i ragazzi hanno mostrato che la missione non si è conclusa con il volo di ritorno. È un percorso umano e spirituale che continua a lavorare dentro di loro nella vita quotidiana.
Un impegno per tutti
La veglia si è chiusa con il mandato missionario e la benedizione dei tre vescovi. Non è stato un semplice saluto, ma un invito concreto per tutta la comunità: fare della missione uno stile di vita quotidiano. Per i cinque giovani restano le domande aperte e la voglia di cambiare le cose; per tutti gli altri, l’esortazione a non fermarsi alle parole, ma a trasformare ogni incontro in ascolto e vicinanza.
