Giovanna, orfana di femminicidio: trasformare il dolore in dono per altri
di Barbara Sartori  
14 Ottobre 2026

Giovanna, orfana di femminicidio: trasformare il dolore in dono per altri

Una borsa di studio per studenti e studentesse che discutano una tesi sulla violenza di genere. È l’omaggio che Giovanna Cardile tributa alla madre, che ha visto uccidere, insieme alla nonna, quando aveva cinque anni e mezzo, per mano dell’uomo che chiama soltanto “lui”, perché “padre per me è stato chi mi ha cresciuto e mi ha insegnato a vincere il dolore mettendolo al servizio di altri”, sottolinea.

 

Alla Settimana del Dono: la legge si fa volto nella storia di Giovanna

Da insegnante e pedagogista, Giovanna Cardile – siciliana di origine, da anni trapiantata a Piacenza, dove vive e lavora – è particolarmente felice quando può incontrare i giovani. E nell’aula dell’Università Cattolica stipata di studenti iscritti a Giurisprudenza, al quarto e quinto anno, la sua testimonianza, nell’ambito della Settimana del Dono, ha dato volto ad articoli di legge e codici studiati finora solo sui libri.

Invitata dalle docenti Roberta Casiraghi e Priscilla Bertelloni, Giovanna Cardile ha ribadito il valore dello studio e della cultura come strumenti di emancipazione. Quella che a sua madre è stata tolta da un uomo più vecchio di lei di 11 anni incontrato mentre frequentava le scuole superiori. “Le aveva promesso una vita meravigliosa: una famiglia, dei figli, ma anche la possibilità di continuare a studiare e di lavorare. Ma la realtà era molto diversa. Non ricordo sera in cui non la massacrasse. Mia madre subì ogni sorta di violenza: fisica, psicologica, economica. Lui teneva un coltello sotto il materasso per costringerla ad avere rapporti”.

 

A cinque anni e mezzo, vedersi uccidere davanti la mamma e la nonna

Una spirale a cui la donna non si rassegna. Fa un concorso come inserviente delle pulizie in Comune per avere una indipendenza, si iscrive alla scuola guida, che frequenta la sera, quando il marito non c’è. “Quando ha avuto la forza di andarsene – e di portarmi dalla nonna con lei – lui ha cercato in ogni modo di tenere i contatti, me lo trovavo su per le scale, con delle caramelle, dei giochini. Oggi, quando c’è una denuncia o un allontanamento, vengono sequestrate le armi, se chi viene denunciato le detiene. Nel 1985 non era così. La sera tra il 5 e il 6 aprile, era Pasqua, intorno a mezzanotte, sentimmo suonare il campanello. Io dormivo nella stanza a fianco dell’ingresso con mia mamma. La nonna dallo spioncino vede che è lui, però apre: sapeva che la nonna paterna stava male,  credeva dovesse darci qualche notizia su di lei.  Invece è entrato, ha sparato a mia nonna e poi a mia madre. Io avevo cercato di mettermi davanti a lei, ma mi ha spinto via. Si barricò in casa con me. Devo dire grazie ad un agente della Polizia di Stato che si offrì di entrare come ostaggio, purché facesse uscire me”.

 

Rinascere grazie ai genitori adottivi

Giovanna Cardile ha la straordinaria capacità di vedere le tracce di luce anche dove c’è il buio profondo. Si definisce fortunata per non aver mai dovuto fare neppure un giorno di istituto. Perché gli orfani di femminicidio spesso non hanno dove andare, non è automatico si trovi qualche familiare dove possano stare al sicuro. “Io passai qualche giorno da una vicina di casa che aveva una bambina della mia età, con la quale giocavo. Poi andaii dagli zii paterni. Lui pretendeva lo andassi a trovare in carcere, il magistrato negò il permesso”.

La svolta avviene con l’incontro con i genitori adottivi. “Ricordo perfettamente: ero seduta sulle gambe di mia zia, in un incontro con l’assistente sociale. Sentii dei passi. Due persone stavano entrando, io non le avevo mai viste prima eppure accadde io mi divincolai dalle braccia di mia zia e andai correndo verso di loro, abbracciando quello che sarebbe divenuto mio papà. Fu amore a prima vista“. Non fu un affidamento facile, e non solo per le minacce che arrivavano dal carcere. “Adottare dei figli, soprattutto adottare dei figli con un grande dolore, è un atto d’amore immenso”.

 

Giovanna Cardile con le docenti Roberta Casiraghi e Priscilla Bertelloni, la consigliera di parità della Provincia Nadia Pompini, Gloria Zanardi e Lucia Girometta della Commissione delle Elette del Comune con gli studenti che hanno partecipato all’incontro.

«Mio padre mi ha insegnato a non cedere all’odio»

Lui pediatra, lei insegnante di matematica e fisica, riescono ad aiutare una bimba ferita a non soccombere al rancore e al peso del suo passato. “Mi hanno allevata, accudita, dato delle opportunità e sempre lasciata libera di decidere. Lui mi mandava dei pacchi dal carcere, delle lettere. Sono sempre stata libera se aprirli o no. E per me questa libertà ha contato moltissimo. Mio padre – l’ho chiamato papà dopo nemmeno due settimane che ero con loro – mi ha ridato fiducia nella figura maschile. E mi ha introdotto nel mondo del volontariato. Mi ha insegnato che l’odio mi avrebbe solo fatto stare male. Devo a lui la donna che sono diventata”.

 

Un padre e “lui”

In segno di riconoscenza, Giovanna ha 18 anni ha scelto di assumere il cognome dei genitori adottivi. Affrontando un iter burocratico lungo, “dovevo produrre un sacco di documenti”. Un passo importante, per ribadire l’importanza di un legame che l’aveva accompagnata nella ricostruzione della sua vita. “Vedi – mi diceva sempre papà, è morto nel 2010 – tu hai avuto la possibilità di rinascere. Tanti altri bambini questa possibilità non ce l’hanno. L’ho visto facendo volontariato nei reparti di pediatria oncologia e con i pazienti affetti da fibrosi cistica. Ho partecipato a missioni umanitarie”.

Il padre biologico Giovanna non lo ha odiato, ma non la più voluto incontrare. Ci ha provato, una decina di anni fa. “Voleva che lo assistessi nella vecchiaia. E non capiva perché il magistrato avesse impedito che io, bambina, lo andassi a trovare in carcere”. Giovanna è realista. Se la pena deve essere rieducativa, non tutti accettano le occasioni che vengono proposte per pentirsi e redimersi. “È nato violento ed è morto violento”. Il primo atto, uscito dal carcere, era stato di andare a distruggere lo studio dell’avvocato della figlia.

 

La battaglia civile per far riconoscere gli orfani di femminicidio

L’impegno civile di Giovanna nasce dal non chiudersi nell’indifferenza, nel dare voce ai tanti figli di donne uccise da mariti e compagne che sono rimasti non solo senza un punto di riferimento affettivo fondamentale, ma anche senza riconoscimento pubblico. “Me ne sono accorta facendo le prime domande per le supplenze a scuola: nelle categorie protette ci sono gli orfani di guerra e delle vittime di mafia, non gli orfani di femminicidio”. Per questo ha iniziato la sua battaglia per ridare un futuro e dei diritti a chi ha attraversato il suo stesso dolore. Ha depositato in Parlamento la domanda per una legge che istituisca un albo degli orfani di femminicidio e li ricordi in una Giornata nazionale specifica. La Provincia di Piacenza e la Commissione speciale delle Elette del Comune di Piacenza sono state le prime a sostenere la proposta.

 

Raccontarsi per ridare speranza

La prima volta invece in cui Giovanna ha parlato di sè è stato il 2013. “Frequentavo la Facoltà di Scienze Politiche a Messina, in un laboratorio si parlò di femminicidio ed io raccontai  cosa avevo vissuto. È nata lì l’idea di condividere la mia storia, non per restare «la vittima», ma per dare speranza, una sperazan possibile pure nel dolore più estremo”. Ha scritto un libro, gira nelle scuole. Si prodiga perché gli orfani di femminicidio possano avere anche un sostegno economico immediato. “Per chiedere un aiuto bisogna depositare in Prefettura la prima sentenza: passano mesi, a volte anni… Eppure il femminicidio quando avviene è un fatto conclamato: c0è bisogno di dimostrarl0? Conosco ragazzi che hanno dovuto smettere di studiare, perché non se lo potevano più permettere”. Con Confindustria Piacenza sta lavorando per garantire opportunità lavorative. Ha in mente anche una campagna sociale, #L’UnioneFaLaForza, per ridare visibilità a quelli che chiama “orfani invisibili”. Il desiderio è anche di offrire dei percorsi di formazione per dirigenti scolastici e insegnanti, perché siano attrezzati al meglio per accompagnare bambini e bambine con un passato così pesante.

 

Il diploma alla memoria della mamma:
è la prima vittima di femminicidio ad ottenerlo

E poi la borsa di studio per universitari che vogliano approfondire il tema della violenza di genere e dei femminicidi. Il 15 giugno, Giovanna ha ottenuto dalla scuola che frequentava sua madre un diploma alla memoria. “È stata la prima donna vittima di femminicidio ad ottenerelo. Voleva diplomarsi e non ha potuto farlo, iscriversi a Storia dell’Arte e non le è stato concesso…”. Alle sue studentesse raccomanda sempre di custodire la loro libertà, compresa la libertà culturale. “Ci aiuta a proteggerci, a capire, ad avere una indipendenza anche economica”.

 

Il valore dell’adozione

“Trasformare il dolore in dono”. Giovanna ha sentito dai suoi genitori adottivi di aver ricevuto un dono e ora cerca di continuare a seminare del bene, a rispondere con la forza mite del bene ad un male che è inspiegabile e che – i dati lo dicono – non si ferma mai. Lei non ci sta a dichiare la resa. “Sono fatta così: voglio trovare sempre soluzioni davanti ai problemi. Nelle relazioni ho sempre voluto amare e ed essere riamata, non ho perso fiducia. Ho seguito mio padre malato e per 15 anni mia mamma con l’Alzheimer. I figli adottivi non sono figli di serie B”, sottolinea, per sgretolare un’altra categoria, ed un altro istituto – l’adozione – che rischia di scivolare nell’ombra. “La gente si stupiva che io li seguissi così tanto nella malattia, perché non erano i miei genitori biologici. Invece per me loro stati sempre mamma e papà”. Genera chi cresce, chi si fa accanto. Non solo chi dà alla luce.

La fede

Nel suo impegno civile Giovanna ha incontrato persone con cui ha fatto squadra. Non si sente sola. È sposata, è mamma di una bambina di 8 anni, “che, con le parole e nel modo giusto per la sua età, conosce la mia storia”. Giovanna è una donna di fede. “Nelle difficoltà, dico sempre: «Mamma, ti prego», e poi trovo una soluzione o qualcosa che mi fa capire ancora la strada giusta da prendere. Il premio per la tesi di laurea lo voglio dedicare a lei: era una donna dal cuore grande. Voglio aiutare un giovane ad aprire una strada, a costuirsi un futuro. Quel che a lei è stato negato”.