Don François Kitenge Owandji, prete da 40 anni. Festa a Trevozzo
Quarant’anni di sacerdozio per don François Kitenge Owandji, parroco di Trevozzo. I festeggiamenti per il suo giubileo di smeraldo si terranno domenica 9 agosto alle ore 16.30 con la santa messa di ringraziamento nella chiesa parrocchiale di Trevozzo. A seguire, la comunità si riunirà per una cena in compagnia in parrocchia. In realtà la data precisa della ricorrenza sarebbe il 10 agosto, ma la celebrazione è stata anticipata alla domenica pomeriggio.
Nato il 6 dicembre 1960 a Nongo – un piccolo villaggio nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo dove è cresciuto – don François è un sacerdote congolese che vive e opera in Italia da più di vent’anni, unendo profondamente le sue radici con il cammino pastorale nella diocesi. In questa intervista si racconta a tutto tondo, ripercorrendo la sua vocazione, gli incontri che lo hanno segnato e l’amore per i giovani e la preghiera.
I ricordi dell’infanzia
— Lei è originario della Repubblica Democratica del Congo. Quali sono i ricordi che porta con sé della sua terra e come questi influenzano il suo modo di vivere il sacerdozio qui in Italia?
Sono nato a Nongo, un piccolo villaggio nel sud-est della Repubblica Democratica del Congo, dove sono cresciuto. Poi mi sono trasferito a Lubao, dove ho studiato al liceo agrario ed è lì che sono diventato prete nel 1986. Fino a 33 anni non ho mai lasciato il Congo; successivamente il mio vescovo mi ha mandato a Roma per studiare all’Università Gregoriana. Lì ho conosciuto maestri, dei geni di fama internazionale, che con tanto rigore mi hanno insegnato a camminare e a sviluppare le mie conoscenze.
Mi sono aperto al mondo grazie all’Italia. Ho conosciuto nuove culture e nuove persone che mi hanno arricchito. Ho abitato al Collegio San Pietro con più di 100 studenti: amici indiani, africani, americani. Ogni incontro mi ha aperto il cuore, gli occhi e la mente, e questa è la mia più grande gioia. Ad oggi posso dire che appartengo a due culture, la mia e quella europea.
Ho toccato la miseria con le mani in Congo e ho cercato di risolverla con quel poco che avevo. Non si può fare tutto per tutti, ma si può fare qualcosa con le persone che il Signore mette nella nostra strada. Tutto quello che ho lo spendo per aiutare i bambini e gli altri, non ho niente per me.
Don François con la mamma Louise Ngoyi.
L’inizio della vocazione
— Può raccontarmi il momento preciso in cui ha sentito che la sua vita avrebbe dovuto prendere la strada del sacerdozio?
Non ho mai pensato a questa strada da bambino. Sono cresciuto in una famiglia cristiana praticante: mio padre un po’ meno, mia madre invece era un assidua frequentatrice della parrocchia. Solo alla fine del liceo ho pensato al sacerdozio per un concorso di circostanze. Dio, nel percorso della mia vita, mi ha mandato molti “buon samaritani”. I miei genitori non avevano molti soldi, ma il Signore ha messo nel mio cammino da studente delle persone di buona volontà che hanno avuto pietà di me e mi hanno sostenuto soprattutto economicamente. Ho conosciuto missionari europei che hanno fatto della mia vita una causa, e quando uno andava via il Signore ne portava un altro. L’unico modo per riuscire a ringraziare questi buon samaritani era mettermi anche io al servizio del Signore e degli altri diventando prete.
Tutto questo grazie a padre Yves Bleunven, un missionario spiritano originario della Francia, che è venuto a mancare da poco ed è lui che mi ha aiutato a maturare la mia vocazione.
Il percorso verso il sacerdozio
— Il percorso verso il sacerdozio è spesso una sfida di crescita personale. Quali sono stati i dubbi o le difficoltà che ha incontrato lungo la strada e come li ha superati per arrivare a dire il suo ‘sì’ definitivo?
Un altro prete molto presente è stato don Jan Dumon, sacerdote della diocesi di Bruges in Belgio. Era il mio insegnante di teologia in seminario, un grande benefattore, il mio migliore amico, che mi è stato di aiuto in un momento di grande dubbio. Essendo il primogenito di cinque figli e sapendo che i miei genitori puntavano molto su di me, mi sono chiesto se la mia scelta non avrebbe trascinato diversi problemi per i miei cari. Avrei voluto aiutare la mia famiglia in modo più semplice, magari facendo degli studi che mi portassero ad avere un lavoro. Don Jan Dumon mi ha aiutato molto. I miei genitori mi hanno sostenuto nel cammino verso il sacerdozio, anche se mia mamma all’inizio non era molto convinta. Adesso quarant’anni dopo, non mi pento assolutamente di aver preso questa strada.
L’arrivo in Italia
— Qual è stato il suo percorso in Italia?
Il mio primo soggiorno in Italia è stato per sei anni all’Università Gregoriana. Poi sono andato a fare un’esperienza in Puglia, in provincia di Taranto. Dovunque sono stato in Italia, il Signore mi ha messo sulla strada tante persone che poi sono diventate fratelli e sorelle. Poi sono tornato in Congo per lunghi anni e sono stato rettore del seminario di teologia. In seguito, sono tornato in Italia per due anni, precisamente a San Giorgio Piacentino, poi la Chiesa congolese mi ha richiamato e sono stato rettore di teologia nella capitale. Successivamente ho chiesto al vescovo di ritornare in Italia per motivi di salute e sono stato a Podenzano per circa due anni, poi a Zerbio di Caorso per cinque anni, e a Gragnano per circa due anni. Adesso il Vescovo mi ha mandato a Trevozzo.
Per un concorso di circostanze ho chiesto di incardinarmi nella diocesi di Piacenza, con il permesso del mio vescovo di origine che mi ha excardinato, e sono stato accolto nella diocesi di Piacenza-Bobbio.
L’incarico di insegnante
— Lei mantiene il suo incarico di professore in Congo, mentre guida la parrocchia di Trevozzo. Come riesce a conciliare questi due mondi?
Io, da quando sono prete, ho consacrato tutta la mia vita all’insegnamento dei giovani. Sono sempre stato con i giovani, volevo insegnare. Poi, quando mi sono incardinato nella diocesi di Piacenza-Bobbio, ho chiesto all’allora vescovo Gianni Ambrosio se potessi continuare ad insegnare nella mia terra d’origine pur essendo in una parrocchia italiana, e lui ha accettato volentieri. Lo stesso ha fatto mons. Adriano Cevolotto. Quindi, ogni anno vado in Congo per circa due mesi, così posso insegnare di persona e poi continuo a distanza grazie a degli assistenti. Insegnare è una cosa che mi realizza.
L’arrivo di don François Trevozzo
— È passato un anno da quando si trova a Trevozzo: qual è l’immagine o il momento che più le è rimasto impresso del calore ricevuto dalla comunità?
Era il 29 giugno 2025. Quello che è rimasto nel mio cuore è quando ho visto nella chiesa di Trevozzo la presenza di tanti amici del Signore e di tutti gli altri miei amici che sono venuti perché ci tenevano a vedere il mio ingresso: gli amici di Ferriere, di Podenzano, di Zerbio, di San Giorgio, persino gli amici della Puglia. Molti vengono a trovarmi ancora. Ho lasciato i fratelli e le sorelle in Congo, ma il Signore me ne ha dati altrettanti anche qui in Italia.
— È singolare che lei e il suo vicario, don Paulin Kutenalu Tshitenge, vi conosciate da tempo. Come cambia il rapporto di collaborazione sapendo che siete passati dal banco di scuola al lavoro in parrocchia?
Don Paulin è stato mio alunno: gli “scherzi” di Dio ci hanno riportati nella vigna del Signore in Italia. Sono molto contento del suo impegno e non posso che ringraziare il Signore. Avevo paura che, essendo stato il suo rettore, continuasse a darmi troppa considerazione, e quindi gli ho detto subito: «Io qui sono tuo confratello, siamo uguali». Così abbiamo lasciato i vecchi schemi. Come diceva Benedetto XVI, io sono un semplice lavoratore nella vigna del Signore: quello che sono lo devo solo a Lui.
Il messaggio di don François alla sua comunità di Trevozzo
— C’è un messaggio particolare o un valore che vorrebbe trasmettere ai parrocchiani di Trevozzo per il futuro?
Tra le cose urgenti che ho capito subito, c’era quella che una parrocchia non è prima di tutto un’organizzazione sociale – anche se lo è – ma non è una struttura di mera carità; è il luogo dove si vive di Cristo, si respira Gesù, e la dimensione della preghiera deve essere al centro della vita. Quando siamo arrivati non c’era la messa quotidiana: per celebrarla si andava a Pianello, e noi lo abbiamo trovato strano, perché non ci manca niente per celebrare l’Eucarestia quotidiana. Quindi abbiamo iniziato. All’inizio eravamo solo noi due preti perché la gente non era abituata, ma adesso sono una decina le persone presenti. Cerchiamo anche di avvicinare i giovani, e questa è una grande sfida. Con i tempi di adesso, purtroppo, vediamo i giovani andarsene dopo la comunione e la cresima; quindi, cerchiamo iniziative per continuare il percorso. Ogni lunedì celebriamo il rosario in comunità e abbiamo intensificato le visite agli anziani a casa.
— Per lei, cosa significa “amare e guidare la propria comunità”?
Cerchiamo di trasmettere quella che è la bellezza e il gusto di pregare insieme. Cerchiamo di far passare l’idea che la vita cristiana si vive principalmente nella famiglia, che è il primo nucleo cristiano; quindi, è lì che si fa il primo passo. I genitori ci chiedono di riavvicinare i figli a Gesù, ma non possiamo fare miracoli: se la vita cristiana non c’è in famiglia, noi non possiamo fare miracoli.
