Festa di San Benedetto. Mons. Cevolotto: «La risposta alla fatica non è la fuga, ma la fedeltà»
“Uno dei pilastri della vita del discepolo monaco, è la stabilitas loci, cioè la stabilità del luogo: rimanere lì dove il Signore ti ha collocato”: sono le parole di mons. Adriano Cevolotto che hanno fatto da collante, l’11 luglio, alla celebrazione, nella chiesa di San Raimondo a Piacenza, alla solennità di San Benedetto abate, patrono d’Europa e fondatore del monachesimo occidentale. Alla messa, animata dal canto delle monache benedettine e accompagnata all’organo dal maestro Federico Perotti, presieduta dal vescovo, hanno concelebrato il vicario generale don Giuseppe Basini, il cappellano della comunità monastica don Luigi Chiesa, don Pietro Cesena e don Maurizio Noberini.
Ad accogliere il vescovo, all’inizio della celebrazione, è stata madre Emmanuel Corradini, abbadessa del monastero di San Raimondo, che ha rivolto parole di benvenuto e di ringraziamento a nome della numerosa comunità benedettina, ricca di giovani vocazioni, di Piacenza.
Le monache benedettine in occasione della messa celebrata nella chiesa di San Raimondo.
Stabilitas loci
Nell’omelia mons. Cevolotto ha proposto una riflessione sull’attualità della Regola di San Benedetto, evidenziando come il suo insegnamento continui a offrire orientamenti preziosi non soltanto per la vita monastica, ma per ogni esperienza umana e cristiana. “Ciò che troviamo nella Regola di San Benedetto – ha affermato il vescovo – oltrepassa la vita del monastero e non riguarda solo la vita dei monaci e delle monache. Vi si trovano infatti le condizioni per custodire e valorizzare l’umanità, l’umanità nella sua grandezza”.
Richiamando la recente enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone, il vescovo ha ricordato come il Pontefice indichi proprio Benedetto tra coloro che hanno contribuito a restituire dignità al lavoro umano. Un segno ulteriore, secondo mons. Cevolotto, della straordinaria attualità del messaggio benedettino e della sua influenza sulla stessa civiltà europea.
Il presule ha poi invitato a guardare al monastero di San Raimondo come a una presenza significativa per l’intera città. “Possiamo leggere nella collocazione centrale del monastero di San Raimondo nella nostra città – ha osservato – un richiamo discreto alla città a custodire una sorta di cuore ispirato dal grande monaco di Norcia”.
Al centro della riflessione è stata posta la stabilitas loci, uno dei voti fondamentali della tradizione benedettina. Un concetto che sembra scontrarsi con la mentalità contemporanea, segnata dalla mobilità e dalla precarietà. “Il messaggio – ha rilevato il vescovo – che viene inviato ripetutamente alle nuove generazioni è: dovete essere flessibili, disposti a cambiare. In fondo è un messaggio che niente deve e può diventare definitivo”.
La chiesa di san Raimondo gremita di fedeli.
La stabilità non è l’immobilismo
“La stabilitas, che significa lo stare fermo, lo stare in piedi, non equivale all’immobilismo, piuttosto è sinonimo di radicamento” – ha spiegato mons. Cevolotto. Essa nasce dalla convinzione che proprio nelle relazioni, nelle responsabilità e nelle circostanze concrete della vita si manifestino la presenza e la volontà di Dio.
Riprendendo l’insegnamento dei Padri del deserto, il vescovo ha richiamato una dinamica spirituale quanto mai attuale: la tentazione di immaginare che esista sempre un luogo migliore, libero dalle fatiche e dai pesi del presente. “Si immagina sempre – ha detto – che ci sia un luogo – che poi dobbiamo riconoscere non esiste, è immaginato – dove la fatica non sia di casa”. Una logica che attraversa oggi molti ambiti dell’esistenza, dagli affetti alla professione, dalle responsabilità alla vita di fede.
Per questo la risposta proposta da San Benedetto non è la fuga, ma la conversione. “Quando siamo preoccupati di cambiare le cose o le condizioni fuori di noi, – ha sottolineato il presule – in fondo rinunciamo a cambiare dentro di noi”.
Il momento di fraternità nel chiostro della chiesa di San Raimondo.
Tre stabilitas
Commentando le letture della liturgia, mons. Cevolotto ha quindi individuato tre forme di stabilità essenziali per il cammino cristiano. Anzitutto la fedeltà di Dio e della sua Parola: “La prima stabilitas che la Parola del Signore oggi ci consegna è esattamente quella che ci precede e ci rassicura, che è la fedeltà di Dio”.
Vi è poi – secondo il vescovo – la stabilità delle relazioni fraterne, fondata sulla capacità di portare i pesi gli uni degli altri e sul perdono reciproco. Infine la stabilità espressa dal Vangelo nel verbo “rimanere”: “Rimanete in me e io in voi”.
L’omelia si è conclusa con un invito a vivere la fedeltà come luogo di fecondità spirituale. “Se ogni presente – ha sottolineato mons. Cevolotto – ha in sé tratti di fatica, la strada, ci ricorda oggi Benedetto, non è la fuga ma è la fedeltà, carica di attesa che quella fatica possa essere feconda, feconda di vita, feconda di amore, feconda della presenza di Colui che rimane fedele da sempre, oltre ogni nostra infedeltà”.
Al termine della celebrazione, i numerosi partecipanti sono stati invitati da madre Emmanuel nel chiostro del monastero per un momento di fraternità e convivialità, vissuto nel segno dell’ospitalità benedettina che da secoli caratterizza le comunità ispirate al Santo di Norcia.
