Fine vita: in Regione si confrontano medici, ricercatori, sindacati, giuristi e associazioni
di Redazione  
06 Luglio 2026

Fine vita: in Regione si confrontano medici, ricercatori, sindacati, giuristi e associazioni

Fine vita: medici, ricercatori, sindacati, giuristi, associazioni esprimono parere sostanzialmente favorevole al progetto di legge Avs, Pd, Civici e M5s a prima firma Paolo Trande (Avs) sul suicidio medicalmente assistito. Unica voce espressamente contraria quella di Francesco Perboni di Provita e famiglia. È quanto è emerso nel corso della commissione Politiche per la Salute presieduta da Gian Carlo Muzzarelli che ha ascoltato i pareri sul progetto di legge che, di fronte a pazienti affetti da malattie irreversibili, fonte di sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili, vuole regolamentare in Emilia-Romagna l’accesso al suicidio medicalmente assistito in coerenza con i principi costituzionali, la giurisprudenza costituzionale, la legislazione statale, che definisce i diritti fondamentali – tra cui il diritto alla cura e all’autodeterminazione -, e l’organizzazione dei servizi sanitari sul piano territoriale.

Il fine vita non è un tema solo politico

“Non agire a livello nazionale non aiuta il lavoro delle Regioni”, ha premesso il presidente Muzzarelli per il quale “vivere fino all’ultimo giorno con dignità e senza sofferenza è un diritto. Il tema del fine vita non è solamente politico perché riguarda tante famiglie ed è giusto promuovere un sistema sanitario capace di prendersi cura delle persone nella lora interezza. L’autodeterminazione di ciascun individuo è una scelta personale e il ruolo delle istituzioni non è giudicare ma fare sì che avvenga in modo dignitoso e protetto”.
“La legge si prefigge di dare piena attuazione e garantire equità di accesso e medesime condizioni a tutti i pazienti emiliano-romagnoli che presentino i requisiti che rendono non punibile l’aiuto al suicidio, come da ripetute sentenze della Corte costituzionale”, spiega la relatrice di maggioranza Alice Parma (Pd) che ricorda come “la proposta valorizza il ruolo del Servizio sanitario regionale, delle professionalità coinvolte e della relazione di cura, prevedendo verifiche rigorose, valutazioni multidisciplinari e il pieno coinvolgimento del paziente. Restano centrali l’informazione completa, l’accesso alle cure palliative e la possibilità di revocare in qualsiasi momento la propria richiesta: questa legge rispetta tutte le sensibilità. Riteniamo che una Regione abbia il dovere di utilizzare tutti gli strumenti che le proprie competenze consentono per tutelare i cittadini ed evitare disparità di trattamento”.

Opposta la posizione del relatore di minoranza Nicola Marcello (FdI) per il quale “siamo contrari a ogni deriva che porti all’eutanasia, mentre siamo a favore del potenziamento delle cure palliative. Questa proposta di legge è una fuga in avanti da parte della Giunta e della maggioranza su una materia estremamente delicata che coinvolge aspetti etici, giuridici e sanitari fondamentali e che meriterebbe equilibrio, prudenza e rispetto delle competenze istituzionali. Mentre il Governo e il Parlamento stanno lavorando seriamente per individuare una disciplina nazionale condivisa sul tema, il centrosinistra in Regione decide improvvisamente di accelerare su una questione tanto delicata, rischiando di bloccare per settimane i lavori dell’Assemblea legislativa e lasciando in secondo piano le vere priorità degli emiliano-romagnoli”.  Per l’assessore alla Sanità Massimo Fabi “è un onore affrontare un tema così importante. La proposta di legge è un atto di civiltà”.

Fine vita: la parola alle associazioni

Francesco Perboni di Provita e famiglia è categorico: “La proposta va respinta. Se si inseriscono queste prestazioni nel Servizio sanitario regionale si mette la morte procurata tra le risposte pubbliche cambiando il volto del sistema sanitario. Ci sono rischi da evitare come abusi e abbandono delle persone sole e fragili. Il diritto di morire può essere percepito dal malato come ‘dovere di morire’ per non essere di peso. Le cure palliative devono essere un prerequisito concreto per ridurre la domanda di suicidio assistito. La Regione deve prima di tutto garantire il diritto a essere curati, non organizzare la morte ma garantire fino in fondo la cura. L’autodeterminazione non è un valore assoluto: quando una persona è sola non dobbiamo trasformare la sua richiesta di morte in una prestazione sanitaria”.

Di diverso avviso Danila Valenti, presidente della Società italiana di cure palliative, per la quale bisogna porre al centro la persona malata: “L’accesso alle cure è un diritto fondamentale della persona ed è doverosa la possibilità di scegliere sul fine vita. Le cure palliative esprimono massima efficacia quando sono applicate precocemente, non nel fine vita. Il paziente deve essere informato sulla possibilità di accedere alle cure palliative che devono essere proposte ma non obbligatorie. Cure palliative e suicidio assistito sono approcci diversi poiché rispondono a domande umane, cliniche ed etiche diverse. ‘Dare un senso alla vita pur nella sofferenza della malattia’ è la richiesta di chi desidera accedere alle cure palliative; ‘aiutatemi a porre fine in maniera dignitosa alla mia vita perché la sofferenza è insopportabile’ è ciò che desidera chi vuole ricorrere al suicidio medicalmente assistito. Sono domande che meritano risposte adeguate e diverse”.

Per Mario Riccio, medico anestesista e membro dell’associazione Luca Coscioni, che ha seguito personalmente il primo caso di suicidio assistito in Italia, è apprezzabile la proposta, in particolare il fatto che prevede la formazione dei comitati: “In molti ospedali mancano e i malati devono aspettare anni per avere i farmaci procurando profonde sofferenze e difficoltà al paziente stesso e ai suoi familiari. La morte medicalmente assistita non deve essere considerata necessariamente sbagliata, c’è un preconcetto di fondo. Nei paesi che hanno legiferato da tempo, molti pazienti erano già in terapia palliativa per cui ritengo che sia dovere morale di un medico accogliere il suicidio medicalmente assistito”.

Favorevole alla proposta di legge anche Francesca Battista, responsabile dipartimento Welfare della Cgil: “Il sindacato ha molto a cuore il benessere e i diritti delle persone ed è giusto garantire uno strumento per assicurarne l’autodeterminazione. Serve una legge regionale per offrire una presa in carico sollecita, certa e compatibile con le condizioni cliniche. L’auspicio è che si arrivi in tempi rapidi alla sua approvazione. Resta comunque necessaria una legge nazionale che garantisca procedure uniformi; è molto grave che la richiesta sia rimasta ancora inascoltata e ostaggio di calcoli politici. Per questo sosteniamo fortemente l’iniziativa della Regione Emilia-Romagna”.

Per Ludovica De Panfilis, ricercatrice dell’università di Bologna e membro del Comitato regionale per l’etica nella clinica (Corec), “sono apprezzabili gli obiettivi del progetto di legge che sosteniamo fortemente”. Ha inoltre evidenziato “l’importanza del ruolo del Corec ritenendo che debba fare le proprie valutazioni ‘a monte’, con le commissioni mediche, e non dopo che queste si sono già espresse, per avere uno scambio equo tra professionisti”.

“Su questo tema le Regioni sono state lasciate sole per l’assenza di una legge nazionale che è bloccata per le troppe rigidità: se penso alla legge in discussione qui in Emilia-Romagna penso che si debba fare una buona legge e per fare questo occorre chiarire bene alcuni aspetti del progetto di legge”, spiega Donata Lenzi, già deputata Ds e dell’Ulivo all’inizio del secolo che invita soprattutto a concentrarsi su come gestire gli effetti nel caso di un parere medico che porti al rifiuto della domanda di un paziente di accedere al suicidio medicalmente assistito.

“La legge proposta dai consiglieri dell’Emilia-Romagna è in linea con la nostra proposta di iniziativa popolare: bisognerebbe solo specificare meglio alcuni temi sulle responsabilità e sui tempi di applicazione dei singoli casi”, sottolinea Pier Francesco Bresciani dell’Associazione Luca Coscioni.

Corrado Caruso, professore ordinario di diritto costituzionale dell’università di Bologna, ha sottolineato la necessità di rendere effettivo il dettato della Corte costituzionale secondo cui, con sentenza del 2025, le Regioni possono intervenire sul suicidio assistito: “L’intervento regionale sul tema del suicidio assistito è opportuno per evitare difformità di trattamento all’interno delle singole Ausl. Le Regioni possono adottare discipline diverse, secondo le modalità ritenute più opportune nel rispetto del dettato della Corte”.

Matteo Caldironi, docente dell’università di Modena e Reggio Emilia, condivide le considerazioni sul fatto che una disciplina sul fine vita sia costituzionalmente necessaria: “La questione più rilevante riguarda i termini poiché diventano garanzia”.

Per Luana Valletta, psicologa e psicoterapeuta, “è importante poter scegliere. Bisogna creare percorsi istituzionali per migliorare la qualità della vita e del fine vita. Ci sono strumenti che possono valutare la sofferenza psicologica ed è un aspetto importante: il supporto psicologico va previsto in tutte le fasi del percorso del fine vita. Parlare di morte non deve essere un tabu e come psicologici siamo interessati alla consapevolezza e all’autodeterminazione degli individui. Una legge è necessaria anche per evitare disuguaglianze tra i cittadini”.

Francesco Feletti, segretario regionale di Anaao Assomed, ha sottolineato come “nella professione medica sia in atto da tempo un dibattito sulla questione del fine vita. C’è un vuoto normativo su un tema etico e tecnico fondamentale per i medici ospedalieri ed è bene che la Regione intervenga per normarlo”.

Il progetto di legge della maggioranza

L’obiettivo della proposta di legge a prima firma Paolo Trande (Avs) e sottoscritta anche da Alice Parma (Pd), Giovanni Gordini (Civici), Vincenzo Paldino (Civici), Lorenzo Casadei (M5s), Simona Larghetti (Avs)  e  Paolo Calvano (Pd), è regolamentare l’accesso al suicidio medicalmente assistito secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale che ha individuato in coloro che si trovino in queste situazione il profilo di chi può accedere a questa procedura: la persona è affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La persona deve poi aver ricevuto informazioni appropriate e complete sulle alternative disponibili, comprese le cure palliative. La sussistenza di queste condizioni è verificata da una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale, con garanzie procedurali rigorose.

La Commissione di valutazione multidisciplinare (CoVam)

Le decisioni in merito all’autorizzazione o meno al suicidio medicalmente assistito è affidato a una Commissione di valutazione multidisciplinare (CoVam) all’interno del Servizio sanitario regionale su base territoriale, ovvero per “Area Vasta”, a cui spetta anche la definizione e la verifica delle relative modalità di attuazione. La commissione è composta dalle seguenti professionalità cliniche, medico palliativista, anestesista rianimatore, medico legale, psichiatra, medico specialista nella patologia di cui è affetto il richiedente, farmacologo o farmacista, psicologo, infermiere e, ove richiesto dall’interessato, può partecipare alla commissione anche il medico di medicina generale o altro medico di fiducia da lui indicato, esclusivamente con funzioni di consulenza.
La CoVam si avvale del parere, non vincolante, del Comitato Regionale per l’Etica Clinica (Corec), anch’esso multidisciplinare e istituito con delibera già nel 2024. La proposta di legge non fissa tempi rigidi entro cui la commissione deve dare il proprio parere alla richiesta del paziente, compatibili con la condizione clinica del paziente, senza ingiustificati ritardi. Tutta la procedura è gratuita per il paziente.