Energia, materie prime e geopolitica nell’era dell’AI
Il professor Domenicantonio De Giorgio è stato invitato dalla sezione UCID di Piacenza, l’associazione che unisce imprenditori e dirigenti cattolici per promuovere l’etica cristiana nel mondo del lavoro, a tenere una lezione presso l’Universita Cattolica dal titolo “il futuro delle materie prime e dell’energia”. Come sempre ha introdotto la conversazione il presidente dott. Giuseppe Ghittoni, che ha presentato l’ospite della serata.
Il dott. De Giorgio è consulente Finanziario indipendente e si occupa di analisi e consulenza di investimento in materia assicurativa, previdenziale e del risparmio per soggetti privati. È anche docente a contratto dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, specializzato in energia e materie prime.
La Persona al centro?
Rimettere la “Persona” al centro dell’analisi dei mercati sembra sempre più un’impresa difficile, le scelte politiche che mirano al Green si concretizzano in una complessa rete di leggi, incentivi e regolamenti macroeconomici progettati per azzerare l’impatto climatico. Il motore principale di queste riforme è il Green Deal europeo, che impone tappe rigorose per raggiungere la neutralità carbonica. L’Europa ha scelto la strada della leadership normativa anche se pesa solo per il 7-8% circa sulle emissioni globali. Ma questo sforzo, che implica un impegno economico enorme, troppo spesso si scontra con dati allarmanti, poiché l’inquinamento globale sembra in costante aumento, con oltre il 90% della popolazione mondiale che respira aria dannosa per la salute e milioni di morti ogni anno causati da fattori ambientali.
La ridefinizione contemporanea
di materia prima nell’epoca dell’AI
Oggi le materie prime non sono più soltanto risorse fisiche da consumare, ma sono diventate il motore geopolitico della transazione tecnologica ed energetica globale, la classica distinzione tra beni agricoli ed estrattivi è stata superata dalla nascita di una nuova categoria strategica. Si tratta delle materie prime critiche, che sono gli elementi indispensabili per la digitalizzazione, la difesa e la transizione ecologica: litio, nichel, cobalto, grafite, gallio, germanio, magnesio, antimonio e le terre rare. I minerali critici ed i dati sono diventati la nuova materia prima nell’epoca della rivoluzione intelligente.
Le recenti guerre e le potenze politiche
ed economiche
L’Europa dipende da fonti esterne per tutte le materie prime e, come se non bastasse, ha da anni condotto una politica economica di delocalizzazione produttiva. Questo modello economico ha indebolito il mercato interno e compresso i salari, una strategia che mostra le sue crepe ovunque, creando un cortocircuito che rende il nostro continente fragile ed incapace d’imporre le proprie regole, privandolo di ogni leva negoziale significativa sulla scena mondiale. L’Europa consuma la ricchezza accumulata in passato senza una visione per il futuro, soffrendo più di altri l’instabilità politica. L’era dell’AI ha trasformato le materie prime in arma geopolitica: chi controlla i minerali critici, controlla la catena di valore dell’intelligenza artificiale. Le guerre non hanno più lo scopo di espansione territoriale, ma quello di dominare le risorse strategiche, ridisegnando così anche gli equilibri di potere globale. L’esempio principale è il petrolio: l’ascesa degli Stati Uniti, che sono passati dal produrre il 10% al 22% del petrolio mondiale tra il 2006 e il 2024, ha radicalmente cambiato la loro politica estera. Non avendo più un bisogno vitale del petrolio mediorientale, hanno perso interesse nel ruolo di “guardiani” della regione. Parallelamente, si evidenzia la drammatica dipendenza europea da altri attori: la Cina controlla il 97% della filiera dei pannelli solari e la coppia Taiwan-Corea del Sud domina il mercato dei microprocessori (70% e 20% rispettivamente).
Il controllo di questi componenti, prodotti quasi esclusivamente a Taiwan da colossi come TSMC, conferisce un enorme potere strategico. Gli Stati Uniti per questo motivo proteggono Taiwan, non per ideali democratici, ma per garantirsi l’accesso ai semiconduttori. Nel momento in cui riuscissero a sviluppare una produzione interna sufficiente, l’interesse strategico per l’isola svanirebbe: la Cina è perfettamente consapevole di questa situazione ed attende con pazienza l’evolversi degli eventi. Il rischio, in un contesto democratico come quello europeo, è che la disperazione causata dall’impoverimento spinga i cittadini a votare per chiunque prometta una soluzione, per quanto populista o irrealistica.
