13 Marzo 2017

Io, cacciato dalla mia casa

Sonko Lamin, originario del Gambia, ha raccontato la sua odissea: “Grazie, Piacenza”


(F. M.) Può sembrare paradossale, ma una parte dei migranti arrivati sulle coste italiane in realtà non voleva partire per tentare fortuna in Europa. Questa è la storia di un giovane ragazzo del Gambia, che ha trovato il coraggio di parlare al convegno “Migranti: persone oltre ai numeri”.
Sonko Lamin parla già un buon italiano e si sente, ogni giorno che passa, sempre più integrato nella società italiana, anzi, piacentina. Sonko è un ex richiedente asilo: ora ha in mano un permesso temporaneo di soggiorno. La sua sentita testimonianza colpisce chiunque.

“Mio papà – ha raccontato – faceva il commerciante: aveva prestato dei soldi a mio zio affinché si comprasse una casa. Ma i soldi non sono serviti per l’abitazione. Quando mio padre è morto – avevo già perso la mamma in precedenza -, lo zio ha preso tutti i nostri documenti e mi ha cacciato di casa. Ho dormito in strada, non avevo posto dove stare e niente da mangiare”. Il giovane decide di emigrare nel vicino Senegal nel dicembre 2013. “Ho fatto l’imbianchino e stavo da una zia. Sono poi scappato, perché non volevo subire la pratica della circoncisione, come voleva questa mia zia. Non l’ho accettata perché mia madre mi aveva messo in guardia”.

Sonko sale su un camion diretto in Mali. Viaggia anche in Nigeria, dove viene arrestato. “Poi sono andato in Libia in cerca di fortuna, insieme ad altri ragazzi, nel maggio 2014. Non avevo niente: girava voce che in Libia potevamo lavorare e guadagnare qualcosa. A Tripoli mi hanno però fermato e portato in carcere perché non avevo documenti. In carcere ci sono rimasto due mesi: un connazionale un giorno si è presentato alle sbarre chiedendo se c’era qualche detenuto proveniente dal Gambia. Ho alzato la mano, mi ha fatto liberare a patto che lavorassi per lui”.
Così il giovane dà una mano a casa di questa persona per tre mesi. “C’era la guerra in Libia – prosegue nel racconto -, la situazione era molto pericolosa. L’uomo mi spiegò che era pronto ad aiutarmi a tornare a casa, ma per me una casa non esisteva più, non avevo più un posto dove stare in Gambia”. Ed ecco il terribile colpo di scena. “Una notte mi ha svegliato, mi ha fatto preparare le mie cose, e mi ha caricato in auto. Cercava di farmi scappare, non capivo dove mi portava. Poi eravamo sulla costa: intendeva farmi salire su un barcone, ma non volevo. Lui e altri, a quel punto, mi hanno picchiato per costringermi a salire sulla barca diretta per l’Italia”.

Il racconto commovente di Sonko s’interrompe. D’ora in poi ha solo belle parole da annunciare. “Voglio ringraziare la città di Piacenza per tutto quello che fa per noi”, dice. E poi lancia un appello: “Voglio dare un consiglio a tutti quelli come me. Prima di tutto seguite le regole italiane. Dobbiamo seguirle e comportarci bene, e imparare la lingua nel più breve tempo possibile per integrarci nella società. La prima cosa che ho fatto arrivato qua è stata quella di studiare la lingua. Ho fatto pure dei corsi da magazziniere e gioco a calcio. Grazie”.

Migranti, l’integrazione inizia sul campo di calcio

In Sant’Ilario confronto a più voci per mettere a fuoco la situazione dei profughi.
L’iniziativa promossa da Casa del Fanciullo, Hotel Petit e parrocchia Santa Franca

“In Libia possono prendere un emigrante e venderlo, così, da un momento all’altro. Ci fermavano chiedendoci continuamente soldi. Molti vengono torturati e sbattuti in carcere se non hanno niente con sé. Scafisti e autisti pretendono soldi, sempre. Ero con mio padre, poi al momento dell’imbarco per l’Italia ci hanno separato e da allora non ho più notizie di lui”. Questa è una delle tante storie ascoltate nel documentario del videomaker Andrea Roda, che ha messo insieme le esperienze di un gruppo di migranti ospiti del “Petit Hotel” di Piacenza, una struttura privata che negli ultimi tre anni è impegnata nell’accoglienza dei richiedenti asilo. Durante la serata “Migranti: persone oltre ai numeri”, organizzata in Sant’Ilario e coordinata dalla giornalista Paola Romanini, sono stati messi a fuoco alcuni aspetti dell’accoglienza. 

STORIE DI GIOVANI SENZA NIENTE. I presenti hanno potuto conoscere storie di giovani (tra cui quella di Sonko Lamin, vd sopra, ndr) che rimangono senza niente per sbarcare in Italia e in Europa. Pochi, in realtà, hanno intrapreso il viaggio veramente per scelta e consapevolmente. Sono giovani e giovanissimi costretti dagli eventi, dalle difficoltà, da persecuzioni di vario genere a spostarsi dal proprio villaggio. Un giovane ospite – si è visto nel video – ha denunciato, da solo, uno stupro di gruppo. Un altro ha visto un suo amico ingaggiato dalla seconda moglie di suo padre per ammazzare la madre. Un terzo è stato perseguitato per l’impegno politico del padre ed è rimasto ferito da alcuni colpi di kalashnikov. Ragazzi in fuga, per scappare e cercare una salvezza. Per scampare dalle insidie di tante società africane.
L’Hotel Petit ha coinvolto nell’accoglienza la Casa del Fanciullo e la parrocchia di Santa Franca. “Siamo un team – ha detto la responsabile dell’hotel Sabrina Baldini – che porta la sua esperienza. Da tre anni abbiamo fatto questa scelta: non diamo solo vitto e alloggio, cosa che ci viene facile, ma ci siamo organizzati per fare formazione e integrazione”. Sabrina ha coinvolto prima la Casa, poi la parrocchia. “Ora vogliamo fare da ponte con la città per far conoscere questi ragazzi. Essere chiusi e ostili nei loro confronti non serve a nessuno, sfondiamo questa parete e iniziamo a conoscerli meglio”.

SERVE UN APPROCCIO DIVERSO. “Sono un amico antico degli africani – ha aggiunto don Maurizio -, fin da ragazzo ho dato una mano a don Vittorione di Africa Mission. Purtroppo quando si parla di profughi ci fermiamo ai numeri. Dieci a Ottone, 70 a Piacenza, 20 a Marsaglia, diamo sempre e solo i numeri degli sbarchi in Italia e degli arrivi nel Piacentino”.
Don Maurizio propone un approccio diverso. “Quest’esperienza è iniziata da un campo di calcio: molti ragazzi di via Colombo vengono in parrocchia per giocare. Ho pensato di approfittare dello sport per fare integrazione tra i giovani. Attraverso il calcio e il linguaggio dello sport si può creare amicizia con i ragazzi del Petit. Abbiamo dato voce a loro, li abbiamo ascoltati. Questo bisogna fare. Diamo invece i numeri quando non sappiamo dire i loro nomi, quando non conosciamo i volti, quando li distinguiamo solo per il colore della pelle, quando separiamo i «nostri» dagli «altri», quando non ci interessano le persone, quando le classifichiamo, quando non siamo disposti ad ascoltare, quando abbiamo paura di non avere abbastanza da dare, quando ci è chiesto di condividere, quando ci rifiutiamo di cambiare e soprattutto quando non siamo capaci di amare”.

Filippo Mulazzi

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