Menzani, un uomo prudente ma non un fascista
Menzani, un uomo prudente
ma non un fascista
Un libro del liceo Mattei di Fiorenzuola riapre
il dibattito. Deciso il giudizio di mons. Ponzini
— Mons. Ponzini, come si può descrivere il rapporto tra il regime fascista e le Chiesa cattolica?
In Italia ci furono per diverso tempo scontri anche cruenti tra cattolici e socialisti. In questo senso la marcia su Roma di Mussolini nel 1922 fu vista dalla Chiesa come una liberazione. L’avvento di Mussolini – ex socialista – e del fascismo apparve come il ritorno all’ordine dopo il caos. La firma dei Patti Lateranensi del ‘29 sanciva l’idea di un processo grazie al quale si poteva definitivamente cattolicizzare lo stato italiano. Tale situazione di apparente collaborazione rispondeva agli obiettivi sia del duce che della Chiesa, ma evidentemente si trattava non di una condivisione effettiva di valori, ma di un compromesso nutrito di reciproca sfiducia creato per raggiungere scopi diversi: per il fascismo, creare uno stato totalitario, per la Chiesa, far diventare il cattolicesimo la religione di stato. Il susseguirsi degli avvenimenti cambiò la situazione, fino alla condanna da parte della Chiesa del nazifascimo e della guerra.
— Il libro dice apertamente che la Chiesa piacentina e il vescovo Menzani sostennero il fascismo. Cosa ne pensa?
Io credo che gli autori non abbiano realmente attinto a tutti i documenti disponibili. L’atteggiamento del vescovo Menzani era quello di un diplomatico che almeno esteriormente manteneva con i vertici fascisti dei buoni rapporti per poter avere la giusta credibilità nei loro confronti, nel caso ci fossero problemi da risolvere. Quando, ad esempio, per volontà fascista vennero chiusi gli uffici dell’Azione Cattolica, egli si mosse immediatamente con il prefetto per permetterne la riapertura.
È pur vero che, come molti altri prelati, si sbilanciò con dichiarazioni a favore della battaglia del grano e della battaglia demografica, ma in quest’ultimo caso lo faceva perché era per lui un modo per contrastare l’aborto. Va inoltre detto che spesso, in opposizione alle marce e manifestazioni pubbliche di forza del partito fascista, organizzava affollate celebrazioni religiose per parlare con la popolazione. E quando i fascisti reclutarono i bambini al sabato per le loro attività, impedendo il catechismo, Menzani organizzò il catechismo alla domenica. Il vescovo, tra l’altro, protestò, pur con il consueto garbo, contro le persecuzioni degli ebrei.
In generale il vescovo Menzani seguì le decisioni del Vaticano e cercò di applicarle con estrema prudenza nell’ambito piacentino, con l’obiettivo di avere il minor male possibile. In questo senso operò come del resto fecero molti altri vescovi. Quando, alla fine degli anni Trenta, si strinse l’alleanza nazifascista, fino ad arrivare alla guerra, il libro afferma che il Vescovo fu silente. La verità è che in quel periodo Menzani aveva problemi di salute e di stanchezza fisica e mentale e non era più in grado di svolgere la sua funzione e di fatto fu sostituito in tutte le decisioni dal vicario generale mons. Sgorbati e da mons. Mondini.
Voglio anche dire che nell’ambito della Chiesa piacentina ci furono diversi esponenti apertamente antifascisti e ci fu un’ampia partecipazione ecclesiastica a favore della Resistenza (mons. Civardi, don Dallavalle, don Prati, don Calza). Alcuni preti si sono particolarmente distinti, come mons. Boiardi e mons. Becchi, che salvò molti ebrei. Nel dizionario dei piacentini illustri di cui mi sto occupando per quanto riguarda il clero, cito don Aristide Conti, l’arciprete di Castelsangiovanni che durante la guerra con coraggio ebbe modo di salvare molte vite umane e fece molti scambi di prigionieri, salvando lo stesso mons. Menzani che era finito nelle mani dei nazifascisti durante i rastrellamenti nel pianellese nel 1944.
— Anche “Il Nuovo Giornale” viene accusato nel volume di essere ossequioso verso il fascismo.
Al vescovo Menzani fu nei fatti imposto di mandar via l’allora direttore della rivista, mons. Gregori, convinto antifascista. Da quel momento il giornale cambiò linea editoriale, dovendo inevitabilmente aderire alla linea politico/religiosa allora in atto. Del resto, cosa avrebbe dovuto fare? Ma non era vigliaccheria o sostegno incondizionato, tanto che quando cominciarono le discriminazioni razziali e la deportazione degli ebrei, la condanna del giornale diocesano fu esplicita e convinta.
— Cosa si può dire in definitiva di questo infausto periodo storico?
Il fascismo era una dittatura che non lasciava spazi di libertà. Chi si opponeva veniva ucciso o imprigionato. Il totalitarismo valeva per i cittadini e per la comunità cattolica tutta. Quando durante la guerra d’Etiopia il duce obbligò gli italiani a cedere il loro oro per finanziare la guerra, nessuno poté opporsi, nemmeno il clero. Quando ci fu la requisizione delle campane per farne cannoni per la guerra mondiale, i parroci e i vescovi dovettero accettare.
La maggior parte delle persone accettava la situazione per non pagarne tristi conseguenze. La Chiesa cattolica si trovò necessariamente, dopo un’iniziale adesione, ad accettare per lungo tempo una situazione di compromesso. La verità è che, di fronte a una guerra, nessuno ha ragione. Bisognerebbe sempre battersi per la pace, non per la guerra e invece anche oggi si vede che il dio che comanda è il dio denaro e in nome di questo si uccidono vite umane.
Andrea Nempi
La questione fascismo secondo il libro
Nato nel 1954 con il nome di liceo scientifico “E. Fermi”, l’Istituto “E. Mattei” di Fiorenzuola ha festeggiato nel 2014 il suo sessantesimo anniversario e per l’occasione ha realizzato un significativo progetto di ricerca storiografica ed editoriale volto ad arricchire il già notevole lavoro di formazione e diffusione di conoscenze a favore della popolazione del bacino dell’Arda e dei piacentini sul periodo storico dell’Italia fascista.
L’INIZIATIVA. Si è trattato di un’iniziativa impegnativa, realizzata dagli studenti della scuola, che si è sviluppata nel corso di tre anni con tre differenti pubblicazioni. La prima, nel 2013, esamina lo squadrismo fascista a Fiorenzuola durante il Biennio Nero; la seconda, nel 2014, tratta gli anni della diffusione del fascismo nel territorio piacentino; pubblicato invece lo scorso aprile è il libro “Il regime fascista e la Chiesa Cattolica nella provincia di Piacenza durante gli anni del consenso (1929 – 1940)”.
Realizzata dalla Classe V sezione B sotto la guida del docente di storia Luciano Orlandini e da quello di storia dell’arte Giuseppe Dossena, la ricerca per questo volume è consistita nella raccolta di materiale che riguarda il rapporto tra fascismo e Chiesa piacentina e la produzione artistica di alcuni pittori e architetti piacentini dell’epoca (si pensi a Osvaldo Bot o Luciano Ricchetti) per comprendere anche l’influenza del Regime sull’arte del tempo.
Per la ricerca si è attinto in particolare alla biblioteca Passerini Landi e, in misura minore, all’archivio vescovile e le fonti sono state soprattutto gli articoli della rivista diocesana “Il Nuovo Giornale” e de “La Scure”, il giornale fascista fondato nel 1921 dal podestà di Piacenza Barbiellini Amidei, che, nel 1926, con le leggi speciali e la soppressione della libertà di stampa, assorbì il giornale “Libertà”.
Il volume è senza alcun dubbio di grande interesse perché narra, riportando gli articoli dei giornali sopra citati o stralci di essi, la relazione talvolta collaborativa, altre volte di confronto, altre ancora di contrasto, comunque spesso ambigua tra il fascismo e la Chiesa Cattolica e, nello specifico tra il regime e la chiesa piacentina.
L’analisi parte dai Patti Lateranensi e il plebiscito e attraversa gli anni dello scioglimento dell’Azione Cattolica, della conquista d’Etiopia, della guerra civile spagnola, della battaglia demografica e di quella del grano, delle leggi razziali e antisemite, fino alla seconda guerra mondiale. Dal libro emerge un quadro di rapporti – che vede tra i protagonisti principali della Chiesa il pontefice Pio XI e, nell’ambito piacentino, il vescovo Menzani – fatti inizialmente di sostegno, talvolta convinto, poi di dubbio, quindi di presa di distanza, fino alla definitiva condanna a seguito dell’alleanza con il nazismo.
MENZANI SOTTO ACCUSA. Soprattutto, secondo gli autori del volume, è evidente come i “vertici della Chiesa piacentina manifestarono «apertis verbis» la loro dedizione alla Patria fascista sostenendone le rivendicazioni morali e materiali”. Sotto accusa mons. Ersilio Menzani, nominato vescovo di Piacenza nel 1920 e il direttore del Nuovo Giornale Falferi che “sono stati durante gli anni del consenso – scrive il prof. Orlandini – un costante e potente fattore di sostegno verso le politiche del regime e le loro traduzioni sul territorio piacentino […] un’azione ad ampio raggio e fortemente avvolgente nei confronti della massa dei fedeli, che ha mobilitato con i vertici diocesani gran parte dell’organizzazione del clero e del laicato […] pochissimi cattolici, nella plaga piacentina, rimasero indenni da questa tabe”.
Indubbiamente un forte convincimento, quello degli autori dell’opera. Ci si può però porre il dubbio se questa verità storica possa avere anche una chiave di lettura diversa, per lo meno molto più sfumata. Mons. Domenico Ponzini, per anni archivista del Duomo di Piacenza e direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi, è citato come fonte bibliografica nel libro in un paio di occasioni. Per questo e per la sua grande conoscenza della storia della Chiesa piacentina – oltre che per aver vissuto ancora ragazzino gli eventi della seconda guerra mondiale – gli abbiamo chiesto un parere.
A. N.
Articolo pubblicato sull’edizione di venerdì 9 ottobre 2015
