In corsia entra il «meravigliometro»: se l’arte e la bellezza sono parte della cura
di Barbara Sartori  
16 Ottobre 2026

In corsia entra il «meravigliometro»: se l’arte e la bellezza sono parte della cura

Dal “meravigliometro” al “curificio”. Se le parole fanno cultura e plasmano la realtà, c’è un modo di stare accanto al paziente che parte dai gesti più semplici – “come sta?” – e arriva alla seduta di radioterapia in una stanza immersiva dove si può scegliere se stare nel Colosseo, in mezzo alla natura o, perché no, allo stadio in Curva Sud.

Il fin della cura è la meraviglia. Forziamo la mano al poeta Giambattista Marino per sintetizzare l’intensa lectio magistralis del prof. Vincenzo Valentini, direttore Centro di oncologia ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola di Roma al convegno “Dall’ospedale al territorio”, promosso dall’associazione Cure Palliative Piacenza insieme ad Ausl, Omceo e Opi all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Una giornata – aperta dalla dottoressa Raffaella Berté, direttore della Rete Cure Palliative dell’Ausl, e dal presidente dell’Ordine dei Medici dottor Augusto Pagani – per riflettere sul valore della cultura delle cure palliative non sono in corsia ma anche a domicilio e per tutte le forme di patologie croniche, al di là dell’ambito oncologico a cui normalmente si associano.

 

Aver cura: “Il dottore non mi guarda negli occhi”

Ha smosso le emozioni e fatto sognare – pensando anche al nuovo ospedale che dovrà essere costruito a Piacenza – la presentazione dei progetti portati avanti dal professor Valentini e dalla sua équipe per valorizzare la relazione nei percorsi di cura. L’arte in particolare, come evidenzia l’esperienza in corso nel nosocomio romano, ha il potere di accendere nelle persone quella fantasia che – sottolinea il prof. Valentini – permette alla speranza di farsi spazio. Cita il pittore olandese Van Gogh, che per due volte dipinse il suo medico e, scrivendo al fratello Theo, confidava: “Secondo me, il medico che mi cura è malato quanto me, perché non mi guarda mai negli occhi”.

Una relazione generativa è invece quella che inizia con questa attenzione. “Oggi ti sei sentito accolto come persona?”: a questa domanda, il 94% dei pazienti nel reparto del prof. Valentini risponde con una faccina verde sorridente. Un risultato reso possibile grazie ad un approccio che non dà nulla per scontato nemmeno nell’ambiente in cui “ci si prende cura”. Fatto di macchinari all’avanguardia, certo. Ma che non si ferma  a quello.

 

La sala per la radioterapia come il Colosseo

Al Gemelli la scomessa è stata di “mettere la vita che l’arte esprime in luoghi vissuti da persone che con la perdita della vita ci stanno facendo i conti”. Ecco allora la sala per la radioterapia che sulle pareti proietta il Colosseo, gli schermi con le opere d’arte dei Musei, i boschi verticali, i corridoi con i quadri donati da pittori contemporanei. Le poltrone per la chemio anziché essere contrassegnate da un numero hanno il nome di un fiore e sono del colore coordinato. O i visori con la realtà virtuale dove immergersi dove si preferisce e riaccendere la fantasia. “Non abbiamo più l’accettazione, ma l’accoglienza – esemplifica ancora il prof. Valentini -. Questi ambienti creano una cultura anche tra il personale. Ci sono tecnici radiologici che sono venuti a dirci che anziché l’ora e mezza di pausa pranzo potevano farne solo mezz’ora, offrendo in questo modo un’ora in più di terapia ai pazienti. Nessuno glielo ha suggerito. È stata una loro proposta”.

 

Cura: la sala immersiva per la chemio con la natura.

La sala immersiva per la chemioterapia.

Per i bambini la cura passa per un sottomarino

Il Gemelli-Isola Tiberina ha anche una convenzione con l’ospedale pediatrico Bambin Gesù: vengono trattati con la radioterapia circa 200 bambini l’anno. “Per loro abbiamo pensato ad un grande acquario che li conduce nella sala del trattamento, che rimanda un sommergibile con tanti oblò dove i bambini diventano dei piccoli Capitano Nemo. È la leva della favola, in cui si sentono immersi. Li rilassa: devono entrarci da soli e così abbiamo notato che c’è anche meno bisogno di ricorrere a sedazioni o anestesia”.

Il progetto Arte e Cura – partito dal Gemelli e poi sviluppatosi nella sede all’Isola Tiberina – si regge su una rete di donazioni, “è il grande cuore italiano di aziende, di associazioni, di sposi che anziché fare le bomboniere scelgono di devolvere la somma corrispondente”.

 

In farmacia non si vedono pillole di spiritualità e di resilienza

Ci sono fior di studi che dimostrano come l’utilizzo delle arti, ma anche delle attività ginniche – per esempio una passeggiata nella natura -, attivino processi psicologici con ricadute benefiche sulla persona. Il prof. Valentini cita una ricerca sui pazienti affetti da gliobastoma, un tumore al cervello tra i più feroci: una trentina di persone del campione sono sopravvissute il doppio rispetto ad altre. Come mai? “Abbiamo sottoposto ai pazienti due test di spiritualità e resilienza: chi è sopravvissuto il doppio è chi ha dimostrato capacità di dare un senso alla propria vita – nei modi più diversi, ho anche pazienti atei con una profonda spiritualità – e di vedere il positivo anche nel negativo“. Eppure, fa notare il medico, quante Oncologie al mondo profilano i pazienti per spiritualità e resilienza? “Pochissime: qualche centro negli Usa, qualche ospedale in Germania. Ma in farmacia non si vendono le pillole di spiritualità e di resilienza”, rilancia, provocatoriamente, il prof. Valentini. Come a dire: c’è bisogno di curare anche queste dimensioni, di attivarle, di nutrirle, di accompagnarle.

 

Vincenzo Valentini: arte e cura

Il prof. Valentini durante il suo intervento.

Come i gladiatori al Colosseo

“L’arte funziona perché parla di vita rispettando la tua libertà”, osserva. Certo, non tutte le arti funzionano allo stesso modo e con la stessa efficacia con tutti. L’équipe del professor Valentini sta lavorando su dei test – il radar antropologico – e su strumenti di “misurazione” della meraviglia. “Il meravigliometro”, lo definisce, ovvero provare a testare il cambiamento, prima e dopo l’esposizione a stimoli legati all’arte, alla bellezza, alla fantasia. “Nella sala d’attesa della radioterapia da noi ci sono i resti di un tempio del 3° secolo: sono stati illuminati, ci sono schermi che illustrano di che si tratta. Ma anche schermi con mare, monti, lo stadio… laddove uno desidera essere”. Grazie alla collaborazione di 14 custodi di siti storici ed artistici, si organizzano visite guidate ad hoc. “Al Colosseo c’è un percorso per i pazienti: entriamo un’ora prima del tramonto, quando è vuoto, lasciando parlare il silenzio. Si parte dal corridoio sotterraneo dove i gladiatori si preparavano a scendere nell’arena: la guida racconta le loro paure, ma anche come si alleavano, come controllavano le armature, come ripassavano i consigli degli allenatori, che, guarda caso, si chiamavano «doctores» – fa notare il prof. Valentini -. Il percorso si conclude passando per la «porta del trionfo»: ho visto pazienti piangere, attraversandola, e dire: «voglio venire anche io, qui, a fare il volontario per queste esperienza»”.

Non più ospedale ma “curificio”

Arte, ballo, favola, musica… Ogni forma espressiva rientra nel progetto. La sfida, oggi, è trasformare tutto l’ospedale con questo approccio. “E non chiamarlo più ospedale ma «curificio»”, rilancia il prof. Valentini. Per il 2027 ci si concentrerà sulla dialisi, una terapia che chiede tante ore di tempo, più volte a settimana. “Avremo grandi finestre dove si può vedere il sole che si muove, schermi, tablet interattivi per leggere, comunicare con gli altri, scrivere il proprio diario emotivo”. Attraverso dei sensori ottici si potrà cogliere quando la mente inizia quel “rimuginio” che genera ansia ed intervenire subito.

In oncologia, invece, gli spogliatoi sono arricchiti dei mosaici dedicati alla natura realizzati dai giovanissimi reclusi del carcere minorile Casal del Marmo. “Questi ragazzi, che vivono anche loro le grandi fratture dell’umano, donano arte, l’arte con cui si stanno riabilitando e curando le loro ferite”.

L’eccedenza e la cura

Il professor Valentini chiude il suo intervento ricordando ai tanti professionisti della sanità presenti che c’è una “eccedenza” da mettere in conto. Non tutto l’umano è descrivibile a parole. Ci sono paradossi inspiegabili, che fanno parte dell’economia della persona. Morte e vita vanno sempre insieme: è un paradosso? Sì. Ma è così. “Ogni giorno viviamo piccole morti, distacchi e incontri. Anche quando la persona e la sua famiglia vanno verso il distacco – la morte è il collasso delle relazioni – quel momento può essere vissuto come un passaggio vitale, generando luce che continua oltre, che genera oltre. Anche la morte crea connessione, perché il distacco genera un transito di vita, una eccedenza. Cosa ci è chiesto? Di stare accanto”.

Il silenzio. Un semplice “come stai?”. L’altro – avverte il medico – “diventa nutrimento anche per me, che curo”. E perfino la malattia e il distacco possono generare o rigenerare relazioni e nuova vita. Come dice la cantante Angelica Bove nella canzone presentata a Sanremo, in cui racconta della perdita dei genitori: “Dicono che porto un peso che per me è un mattone. Ma un mattone serve a costruire”.