Il Sì per sempre di suor Maria Caterina
di Riccardo Tonna  
21 Settembre 2026

Il Sì per sempre di suor Maria Caterina

Un sì definitivo è stato quello pronunciato da suor Maria Caterina Carbone, sabato 19 settembre nella chiesa del monastero benedettino di San Raimondo a Piacenza, dove, a 37 anni, ha emesso la professione solenne, consacrando la propria vita a Dio nella clausura monastica secondo la Regola di san Benedetto.

Suor Maria Caterina, dal Venezuela all’Italia

La sua è una storia che attraversa confini, lingue e continenti. Suor Maria Caterina è figlia di migranti ed è lei stessa una migrante. È arrivata in Italia dal Venezuela nel 2002, quando la sua famiglia, come tante altre famiglie venezuelane e numerosi parenti e connazionali, aveva scelto di lasciare il proprio Paese alla ricerca di un lavoro e di una vita possibile. Da quel viaggio è maturato, negli anni, un altro viaggio: quello della vocazione, che l’ha condotta fino alla soglia del monastero e oggi alla scelta definitiva della vita consacrata.

A presiedere la celebrazione è stato il vescovo di Piacenza-Bobbio, mons. Adriano Cevolotto, affiancato dall’abbadessa del monastero, madre Maria Emmanuel Corradini, dalla comunità monastica e a da numerosi sacerdoti. Al vescovo è spettato anche il gesto particolarmente significativo della consegna del velo nero, che suor Maria Caterina d’ora in poi indosserà al posto del velo bianco ricevuto con l’ingresso nel noviziato e mantenuto dopo la prima professione.

 

suor maria caterina

Nella foto, la prostrazione di suor Maria Caterina nella chiesa di San Raimondo.

“Eccomi”: una risposta che diventa vita

Dopo la proclamazione del Vangelo ha avuto inizio il rito della professione monastica. La consacranda è stata chiamata per nome. E lei ha risposto: “Eccomi”.

È avanzata con una candela accesa tra le mani, segno della fede ricevuta nel Battesimo e richiamo alle vergini prudenti del Vangelo.

Nell’omelia mons. Cevoloto ha invitato l’assemblea a guardare alla vita monastica andando oltre le impressioni immediate. Una scelta come quella di suor Maria Caterina può apparire incomprensibile, persino a molti credenti. La clausura, la rinuncia a una vita fatta di progetti personali, la stabilità in un luogo e in una comunità possono essere percepite come un’esistenza ritirata, lontana dalla realtà e difficile da comprendere.

Eppure – ha ricordato il vescovo – proprio qui si apre un mistero che non si lascia afferrare soltanto attraverso la sapienza umana.

Richiamando le parole di Gesù sui “piccoli”, mons. Cevolotto ha sottolineato che i misteri del Regno vengono accolti da chi si lascia raggiungere dall’iniziativa di Dio. La vocazione monastica, dunque, non è anzitutto qualcosa da spiegare con categorie umane, ma una realtà da contemplare nella luce della fede.

Suor Maria Caterina, una vocazione che riguarda tutta la Chiesa

La professione di suor Maria Caterina non riguarda soltanto lei e la comunità di San Raimondo, è  – ha  sottolineato il vescovo – una realtà ecclesiale.

La vita monastica non è infatti una ricerca privata di benessere spirituale, ma una professione di fede che parla di Dio e del suo amore. Attraverso la sua scelta, la monaca diventa in qualche modo una parola vivente rivolta anche a quanti stanno fuori dal monastero.

Per custodire questa tensione – secondo mons. Cevolotto – non ci sono scorciatoie: ci sono il Vangelo, la Regola di san Benedetto e la vita concreta della comunità. Strumenti che appartengono alla tradizione monastica, ma che possono parlare anche alla vita di ogni battezzato.

La stabilità: rimanere là dove Dio chiama

Tra gli elementi più caratteristici della professione benedettina c’è la stabilità: promettere di rimanere per tutta la vita nella comunità nella quale si è riconosciuta la propria chiamata.

È una promessa – per il presule – particolarmente significativa in un tempo nel quale spesso la soluzione alle difficoltà sembra essere quella di cambiare luogo, ambiente, relazioni. La stabilità monastica dice invece che anche la fedeltà passa attraverso un luogo concreto e persone concrete.

Non si tratta, però, di immaginare una comunità perfetta. Il vescovo ha ricordato che la comunità, come ogni realtà umana, conosce fragilità e mancanze. Ma proprio lì può manifestarsi la grazia di Dio, capace di rigenerare i cuori e di operare anche attraverso i limiti delle persone.

Suor Maria Caterina – ha detto mons. Cevolotto – ha bisogno della sua comunità e la comunità ha bisogno di lei. È una reciprocità che racconta la paziente tenacia dell’amore di Dio: un amore che continua a operare nonostante le infedeltà dell’uomo.

Anche per questo la preghiera del rito richiama le “sottili insidie” del nemico, tra le quali la tristezza e l’accidia. Può insinuarsi la tentazione – ha richiamato il Vescovo – di pensare che altrove sarebbe più facile, che un altro luogo, altre relazioni o un’altra condizione di vita potrebbero dare quella pienezza che qui sembra mancare. Custodire la fedeltà al luogo nel quale si è riconosciuta la chiamata diventa allora parte stessa della vocazione.

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La messa presieduta nella chiesa di San Raimondo dal vescovo Adriano Cevolotto nella chiesa di San Raimondo.

La prostrazione e le Litanie dei Santi

Dopo la chiamata è arrivato uno dei momenti più intensi del rito. Suor Maria Caterina si è prostrata a terra, con il volto rivolto al pavimento del presbiterio, mentre l’assemblea e la comunità monastica cantavano le Litanie dei Santi.

La prostrazione esprime la consegna totale di sé. È il segno di una morte al mondo e, insieme, dell’inizio di una vita nuova in Cristo.

È un’immagine potente: mentre una donna si distende a terra, apparentemente nella massima debolezza, la Chiesa canta e prega. La vita che sta per iniziare non poggia soltanto sulle sue forze, ma sulla grazia di Dio e sulla comunione dei santi.

«Stabilitas, conversio morum, oboedientia»

Poi suor Maria Caterina si è rialzata e, davanti alla madre abbadessa e al celebrante, ha letto ad alta voce la cedola della propria professione.

Nel cuore della professione benedettina ci sono i tre impegni della stabilità, della conversione dei costumi e dell’obbedienza.

Al termine della lettura, suor Maria Caterina ha firmato la cedola sull’altare. Un gesto concreto che ha dato forma visibile alla promessa pronunciata davanti a Dio e alla Chiesa.

«Suscipe me, Domine»

Poi è arrivato il momento culminante della professione benedettina: il Suscipe.

Con le braccia aperte e levate verso il cielo, suor Maria Caterina ha cantato per tre volte le parole del Salmo 118:

“Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et non confundas me ab exspectatione mea”. “Accoglimi, Signore, secondo la tua parola e avrò vita, non deludere la mia speranza”.

Tre volte la monaca ha affidato a Dio la propria vita. E tre volte la comunità ha risposto in coro, accogliendo il suo “sì”.

Il velo nero, l’anello e la Parola

Il vescovo ha quindi pronunciato la solenne preghiera di consacrazione, invocando lo Spirito Santo sulla nuova professa.

Sono seguiti i riti esplicativi: la consegna della veste e del velo nero, l’anello, segno visibile dello “sponsalizio” eterno con Cristo, e la Bibbia, la Parola che dovrà accompagnare ogni giorno della sua vita. Infine, l’abbraccio di pace della madre abbadessa ha espresso l’accoglienza piena nella comunità. Con quel gesto suor Maria Caterina è stata inserita a pieno titolo nel capitolo del monastero. La celebrazione è poi proseguita con la liturgia eucaristica.

L’abbraccio di suor Maria Caterina con la famiglia: una storia che continua

Particolarmente significativo e commovente è stato l’abbraccio di pace di suor Maria Caterina con i genitori, i parenti e gli amici presenti alla celebrazione. È stato un momento nel quale si sono incontrate la storia personale della giovane monaca e la sua nuova vita. Gli abbracci, le lacrime, gli sguardi hanno raccontato anche un’altra dimensione della sua vocazione: quella di una donna che non cancella le proprie origini, ma le porta con sé davanti a Dio.

Dal Venezuela all’Italia, da una famiglia di migranti alla clausura di San Raimondo: il percorso di suor Maria Caterina è segnato da partenze e arrivi, ma soprattutto da una chiamata che, nel tempo, ha trovato il suo luogo nel monastero.

E nella chiesa di San Raimondo, nel canto ripetuto della comunità, quel «Suscipe me, Domine» (Accoglimi, Signore) è diventato la preghiera di una donna e, insieme, la preghiera di tutta la Chiesa.