Addio al vescovo Berni, apostolo a cavallo in Perù
È morto nella Casa degli Agostiniani a Genova il vescovo mons. Domenico Berni Leonardi, sacerdote agostiniano, a lungo missionario in Perù doveva aveva conosciuto don Robert Prevost, anch’egli agostiniano, oggi papa Leone XIV.
In Sud America dal 1971, ha dedicato tutta la sua vita al popolo delle Ande, discendente del glorioso impero Incas. Vescovo di Chuquibambilla dal 1989 al 2018, mons. Berni ha sempre conservato il suo spirito semplice di parroco tutto dedito all’annuncio, che lo ha spinto a passare la sua vita in mezzo alla gente e ai sacerdoti di quella terra affascinante e misteriosa.
Nel 2018 era rientrato in Italia e nel 2019 aveva ricevuto a Piacenza il Premio Antonino d’Oro per il suo generoso servizio all’evangelizzazione.
Il Perù ha una popolazione di 35 milioni di persone su un territorio che è quattro volte l’Italia. La difficoltà principale, con la presenza della Cordigliera delle Ande, erano le comunicazioni. “Per più di 25 anni il mezzo di comunicazione di mons. Berni per visitare diocesi e parrocchie è stato il cavallo.
Ottavo di dieci fratelli
“Sono nato a Bedonia, a Piane di Carniglia, il 26 maggio del 1940 – raccontava di sé -. Sono l’ottavo di dieci fratelli, sette maschi e tre femmine. La nostra era una famiglia numerosa e povera. Mio padre, Angelo Berni, era mezzadro. Io da bambino portavo al pascolo nei boschi vicini a casa le mucche del padrone. Mia mamma, Caterina Leonardi, morì molto giovane nel 1954 ad appena 49 anni. La maggior parte dei miei fratelli, subito dopo la guerra, emigrò in Francia o in Canada. I miei genitori non potevano credere che uno dei loro figli potesse diventare sacerdote. Si ritenevano indegni, perché a loro sembrava impossibile che da una famiglia così povera potesse uscire un prete”.
Mons. Berni, una vocazione nata quasi per caso
La sua vocazione nacque in modo semplice e quasi per caso. “Il parroco di Carniglia – spiegava in un’intervista al nostro settimanale – era venuto a benedire la casa e incontrò mia madre e me. Parlando con mia madre le chiese se, di tanti figli maschi, non potesse regalarne uno al Signore. Mia madre ne parlò con mio padre e io fui subito contento dell’idea. Così i miei genitori si misero d’accordo col parroco perché io andassi al Seminario di Bedonia, però il sogno si spezzò quando ci dissero che ci sarebbero volute, oltre agli effetti personali, anche diecimila lire di retta al mese. Quella spesa i miei non se la potevano proprio permettere. E così il capitolo del Seminario sembrava chiudersi, prima ancora di potersi aprire”.
Mons. Berni, primo a sinistra, stringe la mano all’allora cardinal Prevost, poi eletto papa con il nome di Leone XIV.
Mancano i soldi, però…
Ma la Provvidenza avrebbe aperto un’altra via. “Il maestro elementare di Carniglia ogni mese andava a Genova a trovare il figlio che studiava lì e si fermava sempre dai padri agostiniani che hanno la chiesa della Consolazione. Spiegò il mio caso al confessore, padre Pinasco, e questi gli disse che io avrei potuto andare da loro a Loano, in provincia di Savona, dove non si pagava la quota, perché tra i frati bastava portare con sé gli effetti personali. E così, io che non sapevo nemmeno cosa fosse la ferrovia e non avevo idea di dove fosse Loano… partii insieme a mio padre, che mi accompagnò. A Loano feci le scuola medie, poi il noviziato a San Gimignano, a Siena, poi quattro anni di filofosia a Viterbo e infine teologia a Bologna”. Il 29 giugno 1966 Domenico viene ordinato sacerdote e inviato a Roma a studiare diritto canonico e civile comparato alla Pontificia Università Laternanense”.
“Padre Berni, vuoi andare in Perù?”
Anche la partenza per il Perù sembra un fatto casuale (ma per chi crede, il caso non esiste). “Nel 1968 – sono le sue parole – i padri agostiniani avevano aperto, invitati da un vescovo del Perù, una missione. La Santa Sede aveva affidato agli agostiniani italiani una nuova prelatura. E mentre io ero ancora al terzo anno di diritto, l’amministratore apostolico, padre Lorenzo Micheli, che mi conosceva dai tempi in cui studiavo filosofia, mi disse: «Ma, padre Berni, cosa stai a fare qui a Roma a studiare diritto, mentre noi abbiamo bisogno di missionari là in Perù?». Io diedi subito la mia disponibilità, ma bisognava prima che finissi gli studi”.
“Una volta presa la laurea, mi trovavo a Loano e venne il superiore provinciale a chiedermi se fossi ancora disponibile per la missione. Ovvio, che lo ero! Se mi ero detto disponibile due anni prima, certamente lo ero ancora. Era febbraio e partii a fine luglio. I patti erano che sarei partito solo per due anni. Accettai, perché agli ordini dei superiori si può solo obbedire”.
Mons. Berni ricevuto in udienza da papa Francesco.
Berni in Perù. Il Vescovo che viaggiava a cavallo
Venne il momento della partenza. “Feci un lungo viaggio, perché passai prima in Francia e poi in Canada per salutare i miei fratelli che vivevano a Montréal e finalmente, ai primi di agosto del 1971, arrivai a Lima. L’impatto fu forte. Feci le prime esperienze nella capitale della prelatura, Chuquibambilla, ma dopo nemmeno un mese il Vescovo mi mandò in un’altra parrocchia, anche se non sapevo ancora parlare quasi per nulla lo spagnolo. I viaggi missionari li facevo tutti a cavallo, perché non c’erano altri mezzi di trasporto a disposizione. La vita era dura e l’inizio fu tutto in salita. Non fu facile abituarsi ad uno stile di vita tutto nuovo. Ma l’avevo fortemente desiderato e, nonostante le difficoltà, volevo con tutto me stesso andare avanti nel cammino appena intrapreso”.
Vivere a 4mila metri di altitudine
“Venni assegnato – proseguiva il suo racconto – ad un territorio impervio e montuoso nel cuore della Cordigliera delle Ande, dove abitano gli indigeni della sierra, cioè della montagna. Eravamo ad un’altezza che va dai 3500 ai 4500 metri di altitudine, con punte fino a 5mila. Sulle Ande il popolo parla ancora il quechua, la lingua tradizionale del popolo Incas. Una lingua antichissima, che non aveva una scrittura sua e la cui la fonetica è stata tradotta dagli spagnoli. La fede nel popolo sudamericano è qualcosa di intrinseco, che fa parte della vita, una religiosità naturale che si vive a livello popolare, in maniera molto semplice”.
“In quechua – aggiungeva – Dio si chiama Apu: Apu è lo Spirito e si può riferire all’Apu della montagna, all’Apu del fiume, tutto ha uno spirito nella loro cultura. In questo luogo, nella parrocchia di Antabambas, a 3800 metri di altitudine, sono rimasto per quindici anni. La parrocchia che oggi conta circa 14-15 mila persone. In tutta la prelatura vivono cento mila abitanti, divisi in due province principali, Chuquibambilla e Kotabambas. Nei lunghi viaggi per visitare i villaggi mons. Berni portava con sé una piccola équipe missionaria con le suore che avrebbero curato la catechesi. Queste missioni, rigorosamente a cavallo, duravano almeno una settimana”.
“Non avevamo nulla ma eravamo felici”
“Sulle Ande – confidava – la vita è dura. Siamo stati per molti anni isolati da tutto e da tutti. Per vent’anni abbiamo potuto comunicare con gli altri solo attraverso un ponte radio concesso dallo Stato, solo per un’ora al giorno, di sera. L’energia elettrica è arrivata da poco e i telefonini sono una conquista molto recente. Eppure, nonostante tutto, eravamo contenti. Liberi da tutto. A volte, quando tornavo in Italia ogni due o tre anni, vedevo i miei amici sacerdoti che avevano tutto ed erano tristi e mi domandavo perché. Noi non avevamo nulla, eppure eravamo felici. Per la povera gente, non era facile andare avanti. Le medicine sono state un miraggio per molto tempo e quando ci si ammalava, si percorrevano anche 4 o 5 ore di strada a piedi per trovare un’aspirina”.
Il messaggio su Whatsapp a papa Leone XIV
Mons. Berni era agostiniano come Robert Prevost, anch’egli per diversi anni missionario in Perù. “Dopo la sua elezione a Papa, l‘8 maggio 2025 – raccontava – gli ho mandato un messaggio di congratulazioni su Whatsapp”. Leone XIV gli ha risposto su Whatsapp intorno alle 23, tre ore dopo la sua prima benedizione dal loggiato di San Pietro. Sempre. “Mi ha ringraziato e mi ha chiesto di pregare per lui perché adesso ne ha più bisogno di prima”.
