Il prof. Fiorentini e il «suo» Corpus Domini
Libri, fotografie, ricordi che hanno ravvivato memorie ed emozioni… Così, mercoledì 27 maggio, nei locali della parrocchia del Corpus Domini di via Farnesiana, la comunità si è ritrovata per “Ciao Fausto”, serata dedicata al prof. Fausto Fiorentini, docente di lettere, giornalista, storico e per lunghi anni guida dell’Ufficio stampa della diocesi di Piacenza-Bobbio, scomparso il 30 maggio 2022.
A quattro anni dalla morte, il ricordo di Fiorentini si è intrecciato naturalmente con la storia della “sua” comunità parrocchiale, raccontata nei volumi che egli aveva dedicato al Corpus Domini: “Una comunità e la sua chiesa. Gli ottant’anni della parrocchia piacentina del Corpus Domini”, “La chiesa e la parrocchia del Corpus Domini di Piacenza” e “Don Aldo. Il prete e l’uomo, la vita e i suoi scritti”.
L’incontro, coordinato da don Davide Maloberti, direttore del Nuovo Giornale, ha assunto presto il tono di una narrazione collettiva. Non una semplice commemorazione, ma un viaggio dentro la memoria di un quartiere e delle persone che ne hanno costruito l’identità.
Daniela Morsia durante il suo intervento.
Un quartiere in progressivo sviluppo
Il primo intervento, quello della ricercatrice storica Daniela Morsia, ch è anche conservatrice dei Fondi antichi della Biblioteca Passerini Landi di Piacenza, dove spesso si incontrava con Fausto, suo amico di lunga data. “Essere qui questa sera è motivo di gratitudine e di gioia – ha detto – ricordando Fausto come uno studioso appassionato, capace di trasformare documenti e immagini in racconto vivo”.
Proprio il valore delle fotografie è stato uno dei temi centrali del suo intervento. Morsia ha spiegato come le immagini custodiscano una forza narrativa unica, maturata anche attraverso il lavoro di sistemazione di importanti fondi fotografici in biblioteca. E due fotografie, in particolare, sono diventate il simbolo della storia del Corpus Domini.
La prima ritrae don Aristide Bosoni nel 1928 davanti alla chiesa di legno originaria: uno sguardo rivolto avanti, quasi a intuire il futuro di una comunità ancora agli inizi. La seconda mostra invece don Aldo Corbelletta sulla sua Vespa, probabilmente diretto a uno dei tanti appuntamenti pastorali nel quartiere. Due istanti lontani nel tempo ma uniti dallo stesso spirito: quello di una parrocchia cresciuta insieme al suo territorio.
Nel ripercorrere le pubblicazioni dedicate a don Aldo e al Corpus Domini, Morsia ha ricordato il primo volume uscito nel 1993, poco dopo la morte di Corbelletta, che raccoglieva biografia e scritti del sacerdote, molti dei quali apparsi sul bollettino parrocchiale In comunità, nato nel 1977. Poi il libro del 2007 per l’ottantesimo anniversario della parrocchia e infine il volume del 2017, definito “centrale” per il suo sottotitolo che dice “un quartiere in progressivo sviluppo”. Una formula che, secondo Morsia, racchiude il vero filo conduttore della vicenda umana e spirituale della comunità.
Don Aldo e il Corpus Domini
Molto personale e intenso anche l’intervento di Filippo Agosti, dedicato a “L’eredità di Aldo Corbelletta”. Agosti ha parlato di una figura capace di segnare profondamente la vita delle persone, tanto da generare quasi inevitabilmente un processo di idealizzazione. “Pensavamo che nessuno potesse essere come lui”, ha osservato, riconoscendo però come ogni uomo sia fatto insieme di limiti e talenti.
Da qui la riflessione sulle due forme dell’eredità lasciata da don Aldo. Quella tangibile, rappresentata dagli spazi e dalle strutture dell’oratorio, ancora oggi cuore della vita comunitaria. E quella intangibile, morale, forse la più preziosa: una crescita personale e umana trasmessa quasi senza accorgersene. Agosti ha utilizzato anche l’immagine giuridica della “quota legittima”: quella parte di eredità che spetta comunque agli eredi. Così, ha spiegato, anche chi forse non si sentiva “degno” ha ricevuto qualcosa del patrimonio umano di don Aldo.
L’intervento di Filippo Agosti e, accanto a lui, don Davide Maloberti e Giuseppina Remondini.
Il servizio caritativo al Corpus Domini
A raccontare invece il volto concreto della solidarietà parrocchiale è stata Giuseppina Remondini, presidente della San Vincenzo del Corpus Domini, intervenuta sul tema “L’esperienza del gruppo del Volontariato Vincenziano nei cento anni della parrocchia”.
La storia del gruppo affonda le radici nel 1937, tra visite alle famiglie in difficoltà, assistenza ai malati e attenzione ai bisogni quotidiani del quartiere. Remondini ha ricordato le figure delle storiche presidenti – Giuseppina Sali, Carla Grisi e Lucia Badagnani – che hanno guidato negli anni il servizio caritativo.
Un’esperienza che oggi continua, pur dentro un quadro normativo profondamente cambiato. La trasformazione in realtà del Terzo Settore ha introdotto nuovi obblighi amministrativi: relazioni annuali, rendiconti gestionali, verbalizzazione delle riunioni e documentazione da inviare alla sede regionale di Bologna. Un cambiamento organizzativo che però, è stato sottolineato, non ha modificato lo spirito originario del gruppo.
Lo sguardo affettuoso di Fausto per la sua parrocchia
A chiudere la serata è stato il parroco don Piergiovanni Cacchioli, che ha riportato il ricordo di Fiorentini sul terreno dell’arte e della storia della chiesa. Ha ricordato l’amicizia e la collaborazione con Fausto, autore non solo dei tre volumi dedicati alla parrocchia, ma anche di un pieghevole illustrativo sulle opere artistiche custodite nel Corpus Domini.
Da lì, il racconto si è soffermato su una piccola opera quasi nascosta: la miniatura della portina del tabernacolo. Don Cacchioli ne ha evidenziato l’eccezionalità, spiegando che si tratta di un’opera firmata e datata dalla pittrice piacentina Piera Faustini, realizzata nel 1938 su commissione di don Aristide Bosoni. Un dettaglio raro e prezioso, soprattutto perché molte opere della Faustini non recano firma. Piccoli particolari, apparentemente marginali, che Fausto Fiorentini aveva saputo riportare alla luce con la pazienza dello storico e lo sguardo affettuoso di chi conosce profondamente una comunità.
Ed è forse questa l’immagine più autentica lasciata dalla serata: quella di una memoria che non resta immobile, ma continua a vivere nelle parole, nelle fotografie, nei libri e nei volti di chi ancora oggi si riconosce in quella storia comune.
