22 Ottobre 2015

Il Collegio S. Isidoro compie 60 anni /1

La testimonianza degli ex assistenti spirituali dell’Università Cattolica di Piacenza

Il Collegio S. Isidoro
compie 60 anni

Ricordi che strappano un sorriso, amicizie forti che resistono al tempo quelle legate alla formazione all’Università Cattolica di Piacenza e alla vita al Collegio S. Isidoro che è giunto al suo 60° anno di vita. Sabato 10 ottobre 2015 si è celebrato lo storico anniversario della struttura avviata nell’ormai lontano 1955.
Don Celso Dosi, attuale segretario del vescovo Ambrosio e per oltre 20 anni assistente spirituale del Sant’Isidoro, ha le idee chiare su quanto il suo servizio a fianco degli universitari sia stato importante per loro ma anche e soprattutto per sé. “Mi consideravo un po’ un fratello maggiore, ero al contempo una guida, ma anche un amico che condivideva la trepidazione per gli esami” – ha affermato il sacerdote, che dal 1991 al 2009 ha unito la funzione di assistente spirituale a quella di direttore del Collegio.

INSIEME NELLA SEQUELA DI CRISTO. “Il problema più sentito per quanto riguarda la convivenza consisteva nella difficoltà di sentirsi parte di un tutto, di sentirsi in una relazione molto ravvicinata con altre persone, superando quindi l’innata «tentazione» dell’individualismo. Essere insieme ti costringe al dialogo, al confronto, quindi è una grande palestra di vita. Ritengo insomma che la vita di un collegio – ha concluso il sacerdote – rappresenti un anticipo della realtà sociale, dove tutti sono fra di loro «interconnessi»”.
Fiducia, cura e accompagnamento verso l’età adulta erano i capisaldi del lavoro di don Celso come assistente, che ovviamente non tralasciava di proporre e testimoniare la strada tracciata da Cristo. Attraverso le celebrazioni, le proposte della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), svariate iniziative di solidarietà e l’organizzazione di diversi incontri con personaggi del mondo accademico e della vita civile e religiosa della città, don Dosi si è premurato di mostrare quanto bella potesse essere la vita cristiana, accettando i no di alcuni ragazzi, ma raccogliendo comunque molta disponibilità, anche da parte di chi, inizialmente indifferente, ha riscoperto la fede proprio grazie all’esperienza presso il S. Isidoro.

DON MAURO BIANCHI, DAL BRASILE AI GIOVANI UNIVERSITARI. A raccogliere il testimone da don Celso è stato nel 2009 don Mauro Bianchi, che ha concluso il suo compito nell’agosto di quest’anno.
“Quando mi è stato chiesto di assumere l’incarico di assistente spirituale ero tornato da pochi mesi dalla parrocchia di Picos, nella regione brasiliana del Piauì, dove avevo svolto 12 anni di attività pastorale. La componente giovanile nella parrocchia brasiliana era predominante, evidentemente però i ragazzi vivevano in maniera molto diversa dai nostri giovani universitari. Ho iniziato il mio percorso qui consapevole che il Signore mi avesse chiamato ad un servizio totalmente nuovo. Stare in mezzo ai ragazzi, mettermi a loro disposizione, capire e imparare quali fossero le loro attese, i loro sogni e i loro interessi: così ho cominciato, scoprendo passo passo questo nuovo mondo”.
L’osservatorio di don Mauro in questi anni è stato privilegiato: ha infatti risieduto in una stanza del Collegio insieme ai circa 180 ospiti, ha incontrato realtà umane molto diverse, a cui ha rivolto proposte di incontri biblici, “anche se la migliore occasione di dialogo e confronto rimane la coabitazione, l’incontro casuale” – ha affermato il sacerdote. A favorire il rapporto con i ragazzi anche il suo ruolo di docente di teologia, che tuttora svolge nella sede piacentina dell’Università Cattolica.
L’atmosfera del Collegio, le proposte di don Mauro e della direzione hanno segnato la vita di due ragazze, “una laureata in economia e una in giurisprudenza: hanno scelto di entrare in convento e oggi sono pienamente realizzate” – ha raccontato don Bianchi, la cui esperienza brasiliana ha incuriosito altre due giovani collegiali che nell’estate scorsa si sono recate a Picos per mettersi al servizio della parrocchia e condividere una realtà così lontana dalla nostra. Il Collegio, per queste quattro ragazze, è stato dunque estremamente formativo, ha significato una svolta, le ha aperte a nuovi orizzonti e a scelte decisive. Sono diventate grandi, sono state accompagnate verso il loro futuro, così come avviene per tutti i ragazzi del Sant’Isidoro.

Elisa Bolzoni

“Arrivai in Collegio nel 1957”

Mons. Carlo Tarli, marchigiano di Ascoli, fu uno dei primi giovani
ad entrare al Sant’Isidoro come studente.
Dopo la laurea, divenne 
sacerdote e assistente spirituale
dell’Università Cattolica

(Eli. Bolz.) Mons. Carlo Tarli, marchigiano di Ascoli, delegato vescovile per il diaconato permanente, può vantare una doppia esperienza al S. Isidoro: prima di essere assistente spirituale per 20 anni, nel novembre del 1957 ha varcato la soglia della residenza in qualità di studente.
“Sono stati anni decisivi per la mia formazione – ricorda – non solo per la preparazione professionale, ma anche per la mia crescita umana e spirituale. È proprio in questi anni di studio, infatti, che è maturata la mia vocazione al sacerdozio”. Ordinato nel 1966, ha assunto subito il ruolo di assistente spirituale alla facoltà di Economia e Commercio alla Cattolica di Milano, proprio negli anni della contestazione studentesca. “Un movimento che ha colto di sorpresa l’intera società – ha affermato mons. Tarli -, ma nel mio caso il dialogo non si è mai interrotto, anzi con i ragazzi in protesta avevo un costante confronto e nell’università occupata celebravo la messa”.
Tornato a Piacenza nel 1969, don Tarli è stato assistente fino al 1988. “Vivevo con gli studenti, ai quali proponevo incontri e iniziative religiose ma anche sociali” – afferma il sacerdote, che con i giovani della Cattolica si recava ogni settimana in visita agli anziani alla casa di riposo Maruffi. Particolarmente significativa anche l’esperienza di alcuni anni in Abruzzo: durante l’estate gli universitari organizzavano un doposcuola per i rimandati e si occupavano anche dell’animazione catechistica.
“Il collegio era luogo di studio in primis, ci si concentrava molto sul percorso universitario – ha continuato mons. Tarli -, ma era, e ritengo che sia tuttora, un luogo di formazione completa, di grande crescita e di apertura al mondo”. In quegli anni già la presenza di ragazzi da tutta Italia costituiva un’occasione di scambio culturale, arricchiva ed educava alla diversità. Proprio in quel periodo, poi, arrivarono anche i primi studenti stranieri.
Uno dei ricordi più cari a don Carlo, però, riguarda il restauro della canonica di Olmo: “I ragazzi che abitavano più lontani avevano l’esigenza di occupare i fine settimana in cui non potevano rientrare a casa – racconta il sacerdote – e così ci era stata affidata prima la canonica di Rompeggio, poi quella di Olmo. Era abbandonata da diversi anni, necessitava di tanti lavori e, così, ci siamo rimboccati le maniche tutti insieme in un restauro che è durato per diversi anni”. Olmo è quindi diventata «casa» per tanti studenti. Ecco allora che l’Università e il Collegio non sono solo luoghi dove si apprendono nozioni, ma un punto di riferimento per la vita, come ha sempre voluto il fondatore della Cattolica, padre Gemelli.

Nella foto, il giovane Carlo Tarli (il primo a destra nella prima fila) con tutti i laureati del 1960/’61.

Servizio pubblicato sull’edizione di venerdì 2 ottobre 2015