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Nel gennaio del 1276 il Papa piacentino moriva ad Arezzo



gregorioXIl Papa Gregorio X (Tedaldo Visconti, piacentino, 1210-[1271]-1276), per il periodo specifico in cui si trovò a vivere e a realizzare la sua missione e il suo ministero, per la verve particolare con cui seppe muoversi in eventi di grande dimensione spirituale e politica, per la dinamica relazionale con altri grandi protagonisti della societas Christiana del XIII sec., assume certamente il carattere di grande protagonista egli stesso, forse anche più di quanto la letteratura biografica pontificia ordinariamente gli assegna.

Il dato biografico e storiografico di immediato rilievo in base al quale egli balza ordinariamente alla cronaca della storia della Chiesa, è indubbiamente legato alla sua piuttosto irrituale elezione al soglio pontificio - lui semplice diacono ancorché già in vista negli ambienti della diplomazia ecclesiastica, oltrettutto, all’atto dell’elezione, piuttosto lontano dal baricentro degli affari ecclesiastici – al termine di quel noto lunghissimo conclave viterbese di cui si ricorda il pittoresco episodio dello scoperchiamento del tetto da parte della popolazione spazientita (“per facilitare l’azione dello Spirito Santo e far concludere i grandi elettori”, si disse allora, fra ironia e nervosismo): “un’elezione di compromesso e la scelta cadde su Tedaldo, estraneo al conclave e dotato solo degli ordini minori, ben visto per rettitudine di temperamento e per purezza di intenti e soprattutto per l'esperienza politico-diplomatica lungamente maturata; la notizia dell'elezione lo raggiunse in San Giovanni d'Acri, donde partì per sostare a Gerusalemme in preghiera.” (Ludovico Gatto, Dizionario Biografico degli Italiani)

Qual’era il turbine degli eventi di quel periodo e quale il motivo di una così lunga controversia dei grandi elettori (il predecessore Clemente IV era morto nel 1268!)?

In conclave, la forte disputa fra cardinali italiani e francesi; nel mondo, tutto il dopo della lotta mortale fra Guelfi e Ghibellini – non solo una contesa di potere, bensì il duello pieno fra due ben diverse visioni della politica -; nell’Impero, ancora il grande vuoto lasciato dal primo e dal secondo “vento di Soave”, con due differenti approcci alla suprema auctoritas e due ben divergenti schemi di generale dimensione relazionale – ma anche di complessiva organizzazione della macchina statuale - nell’esercizio del Regno, nonché – e questo è il punto che qui ci interessa di più – due diversi stili di rapporti con la Chiesa e con il suo Capo: l’Impero deve essere reimpostato e occorre scegliere una persona degna e adeguata; nei meandri del potere ancora si aggira, autoritario, colui che aveva sconfitto gli epigoni del ghibellinismo federiciano, vale a dire Carlo d’Angiò. La Crociata attende di trovare il suo naturale epilogo, ma anche la sua autentica ragion d’essere, e non basta che vi sia un Re santo (Luigi IX) ad animarla, perchè gli aneliti valoriali più alti si mescolano con manovre di potere secondarie, così come i successi militari si alternano alle disfatte più amare: occorre ridare alla Crociata un senso per cui abbia senso abbracciare la Croce, e c’è: i Luoghi Santi, iI Sepolcro di Cristo devono essere tutelati e protetti, in quanto i Turchi dilagano e minacciano, così come i Tartari, e la Chiesa è scossa da non pochi sussulti dottrinari di alto significato, come la fondamentale questione dei rapporti intertrinitari, ma non solo.
E in tutto questo contesto i cardinali, messi alle strette dai viterbesi spazientiti ma certamente consapevoli delle impellenze del momento, scelgono (papa di transizione?) un diacono lontano mille miglia da Roma, ma molto stimato sia per le doti di pietà e limpidezza spirituale sia per quelle di carattere diplomatico.

Tedaldo/Gregorio, nel quinquennio che gli fu dato per l’esercizio del suo ministero petrino, seppe occuparsi di tutto, dalle questioni dottrinali (risolte, o quasi, nell’importante Concilio di Lione, da lui convocato e curato nei dettagli) a quelle procedurali (regole per il conclave, sostanzialmente quelle di oggi, modalità per l’intronizzazione papale), alla direzione del movimento crociato; dalle spinose questioni di politica ecclesiastica (penosa per lui la questione dell’interdetto che dovette confermare su Firenze) fino al suo autorevole e determinante intervento nella scelta – fra diversi agguerriti contendenti – del nuovo titolare della massima carica imperiale, identificato in Rodolfo d’Asburgo, personalità molto probabilmente non perfetta per quel ruolo, ma certamente il più adatto al presente.

Denominatore comune, fil rouge di tutta la sua intensa attività di Vicario di Cristo e Capo della Cristianità (che lo portò a un deciso logoramento psicofisico e ad ammalarsi mortalmente a sessantasei anni circa), fu l’altrettanto intensa e disinteressata ricerca della pace, quella pace che il Medioevo sapeva identificare solo come pax Christi, come puro raggiungimento di una visione evangelica dell’uomo e della società, ove anche le tensioni – non certo estranee all’epoca – erano inevitabilmente sempre in funzione di quell’unità di fondo che della societas Christiana era presupposto fondamentale.
Gregorio X uomo di pace, dunque? Sì. Gregorio X papa medievale, dunque? Sì. Due assunti fondamentali e ineludibili, che andremo a motivare a dovere.

Papa medievale

Il pontificato di Gregorio si pone in un momento crocevia della storia medievale, quando quest’epoca incunabolo della nostra civiltà occidentale ha già espresso se stessa in tutte le sfaccettature della sua società organicamente unitaria, vale a dire quando il rapporto fra la somma autorità imperiale ha già elaborato tutta la gamma della sua intima ragion d’essere quale espressione massima e garante assoluta del bene comune, interprete, in tal senso, della divina volontà, nonché realizzazione vicaria della stessa divina autorità (teoria dell’impero), così come i più autorevoli testi biblici, filosofici, patristici attestavano e così come di lì a non molto il massimo interprete di questa teoria avrebbe sistematicamente teorizzato nel suo trattato De Monarchia. Era anche andato ormai a maturazione – pur certamente anche attraverso passaggi pieni di tensione, come spesso il Medioevo usa fare per realizzare quell’unità di fondo che è nel suo dna – il rapporto non sempre facile ma inevitabile fra la centralità dell’Impero stesso, i regni (superiorem recognoscentes) e le diverse autonomie locali (fueros, diremmo in lingua spagnola), esprimendo anche forme moderne di statualità talora mature talaltra già un po’ degeneranti. Ora tale equilibrio è chiaro e va mantenuto, per cui occorrono interpreti sicuri e affidabili, sia come rappresentanti della massima autorità sia come garanti dei corpi intermedi stessi.

Il rapporto fra le due massime autorità, papa e imperatore, aveva ormai esperito tutte le forme di reciproca considerazione e ciascuna delle due poteva ormai contare su un’autorevolezza che loro veniva dall’evidenza di quanto ciascuna fosse indispensabile al bene dell’uomo, alla sua felicità, terrena e ultraterrena, e di come ciascuna avesse contribuito alla costruzione di una cristianità matura e capace ormai di uscire dalla dimensione locale per attingere a quell’universalità che le spettava e che era chiamata ad attuare.

La Chiesa sta elaborando il depositum fidei, basandosi sul dato scritturale, sul mandato divino del suo Maestro, sul magistero del papa e del collegio dei vescovi e dei cardinali, sull’autorità della patristica e della scolastica, avendo ormai ben dimostrato la sua capacità di trionfare sull’errore proprio per l’infallibilità dono dello Spirito ma anche di trionfare sui suoi stessi errori “politici” e sulle sue miserie umane, proprio in virtù del “quid”, del valore aggiunto di essere la sposa di Cristo. Ora sa imporre la verità, con la sola autorità della Verità stessa, nei documenti papali e nei concilii, e Gregorio ne guidò uno di grande importanza (Lione II), che unì pronunciamenti dottrinali (la conferma del Filioque, vale a dire il fatto che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio insieme) ad altri di natura disciplinare e procedurale, comunque fortemente connessi anche a esigenze di carattere ecumenico (rapporti fra chiesa latina e greca): non intendiamo sopravvalutare le risultanze di questo concilio, in quanto ben sappiamo che la queaestio rimase ancora controversa fra Roma e l’oriente, ma è fuori discussione il cospicuo impegno di Papa Visconti per il raggiungimento dell’unità.

E veniamo al tema della pace, della ricerca della pace. Uno studioso contemporaneo ha detto che, ai tempi nostri della contemporaneità, la pace è diventata la causa dei papi. Ed è vero, noi abbiamo imparato a ben scorgerlo perlomeno nell’azione pontificia che va da Benedetto XV ai giorni nostri, ininterrottamente, intensamente e appassionatamente. Ma come non attribuire tale caratteristica anche a un papato quale quello di Gregorio X? Il quale alla causa della pace dedicò tutta la sua saggezza, tutta la sua autorevolezza, tutta la sua dottrina, tutte le sue energie. E come non vedere un filo di raffronto fra lui e il suo successore di oltre sei secoli dopo, intendiamo dire Benedetto XV Giacomo della Chiesa, colui che definì la Grande Guerra che stava insanguinando l’Europa e il mondo – quel conflitto mondiale dalle profonde e perverse motivazioni ideologiche – “inutile strage”, quel papa che, proprio come Tedaldo Visconti, fu scelto, fra i meno papabili e prevedibili, per le sue doti diplomatiche in un momento di grande tensione bellica e politica: entrambi si spesero con tutte le loro energie per la causa della pace, non limitandosi ad appelli etici ma scendendo anche – grazie alle loro rispettive competenze “di mondo” – sul piano delle indicazioni concrete (beninteso, l’uno secondo lo stile del XIII sec., l’altro coi condizionamenti di una Chiesa sempre universale ma non più temporale). Entrambi, poi, ben poco furono ascoltati dai grandi della terra, ma entrambi poterono contare su un imperatore di quella grande Casa che centralissima fu in Europa, quella degli Asburgo: Rodolfo nei confronti di Gregorio, Carlo – il Beato Carlo d’Asburgo – nei confronti di Benedetto.

La nobile città di Piacenza, che molti illustri ecclesiastici anche porporati annovera fra i suoi figli, un unico papa ha espresso, Gregorio X, Tedaldo Visconti. Ma, insieme con quell’altra nobile città che è la toscana Arezzo, la quale ne conserva le venerate spoglie mortali, è pienamente consapevole della forza morale e spirituale di questo Vicario di Cristo, il quale ha saputo unire la dolcezza del tratto umano a una fermezza dottrinale e disciplinare di cui la Cristianità grande necessità aveva in quel complesso momento della sua storia.

Maurizio Dossena

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Pubblicato il 18/1/2018

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