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Burkina Faso: 15 fedeli uccisi in una chiesa. La comunità cristiana sotto choc

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Il Burkina Faso è in lutto e la comunità cristiana resta sotto choc per la morte violenta di 15 fedeli trucidati domenica scorsa, durante la messa, in una chiesa cattolica di Essakane, nell’estremo nord del Paese. Dodici persone sono morte sul colpo ed altre tre hanno perso la vita durante il ricovero in ospedale. Di un secondo attentato è stata vittima la moschea della comunità islamica, ma in questo caso le notizie sono ancora piuttosto scarse. “Preghiamo per alleviare le ferite e dare forza ai cuori addolorati”, ha scritto in una nota padre Jean-Pierre Sawadogo, vicario apostolico della diocesi di Doro. Aggiungendo che la speranza è quella che possano “convertirsi quanti continuano a seminare morte e desolazione nel Paese”. “Vi invitiamo a pregare – ha detto – per coloro che sono morti nella fede”.

Glpisti e avanzata jihadista

Grande quasi quanto l’Italia (misura 274mila chilometri quadrati) il Burkina Faso, ex colonia francese, non ha sbocchi sul mare ed è nelle mani di una giunta militare golpista guidata dal presidente ad interim Ibrahim Traoré, dal 30 settembre 2022.
Contrastare l’avanzata jihadista senza un consistente sostegno esterno resta un’impresa ardua,
secondo diverse fonti e testimonianze locali da noi raccolte. “La caratteristica di questi attacchi – ci spiega una fonte missionaria – è che non sono mai rivendicati, ma per esperienza sappiamo che si tratta di terrorismo jihadista finalizzato a controllare il territorio per scopi illeciti, anche se in quella zona non accadevano attentanti da qualche tempo”.

Rigurgito anti-coloniale e putinismo

Oltre un terzo del Burkina Faso è ancora nelle mani di gruppi islamisti legati ad Al-Qaeda: “i terroristi ad Essakane hanno agito in una zona al confine con il Mali, lontana dal controllo statale”, ricorda la fonte. In questa fase di rigurgito anti-coloniale e anti-europeo è alla Russia di Putin e alla Turchia di Erdogan che guardano le giunte militari di Mali, Niger e Burkina e i giovani del Sahel affascinati dalle bandiere e dalla propaganda del nuovo corso. “C’è un grande putinismo nel Sahel; si è creato il mito russo all’interno di un rinnovato orgoglio nazionale”, ci racconta padre Paolo Motta, missionario della Comunità di Villaregia a Ouagadogou. Padre Paolo opera come vicario parrocchiale in una periferia della capitale e ci spiega che in questo periodo sta “imparando una delle lingue locali per essere più vicino alla gente e capire le loro esigenze”. “È solo dialogando – dice – e cercando di capire i più poveri e i giovanissimi che possiamo essere d’aiuto concreto”.

Armi e isolamento politico

C’è sempre più propaganda militarista nella regione, ci spiega, e i ragazzi che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, “sono invitati a guardare più alle armi che non allo studio e alla formazione”. Indirizzo contrastato in ogni modo dalla Chiesa missionaria. La velleità dei governi golpisti inoltre, è quella di voler sconfiggere il jihadismo con il solo supporto di armi e uomini russi e truppe autoctone: ma sono in circolazione anche droni turchi. “L’isolamento geopolitico e la creazione dell’Alleanza economica del Sahel (di cui fanno parte Mali, Burkina e il Niger) rischia di peggiorare la situazione sociale”, ci spiega dal Niger padre Mauro Armanino. Il missionario della Società missioni africane è convinto che l’autarchia “non abbia mai dato grandi risultati”. E anche stavolta non farà eccezione. La sua previsione è fosca: “temo che il peggio sia ancora davanti a noi se continuerà questa serie di opzioni di stampo autonomistico-militarizzato. Il possibile totalitarismo finirà per nuocere ai più poveri”, dice.

“Qui della vita ci si fida ancora”

“Un altro fattore preoccupante per la Chiesa del Burkina Faso è un certo rifiuto da parte della gente delle religioni percepite come parte dell’era coloniale: mi riferisco senza dubbio all’islam e anche al cristianesimo – racconta ancora padre Paolo Motta –. In questo periodo stanno risorgendo tutte le religioni tradizionali africane, dall’animismo al kimbanguismo, come forma di orgoglio autoctono”. E tuttavia, come ricorda Armanino “qui della vita ci si fida ancora, con incoscienza, improvvisazione e, in fondo, cieca fiducia in ciò che ci sovrasta e non è frutto di calcoli e previsioni. Abbiamo il deserto che avanza ogni giorno, coltiviamo e esportiamo arachidi che ne facilitano il progresso, siamo accerchiati da gruppi armati terroristi e aspettiamo la stagione delle piogge per seminare”.

Ilaria De Bonis,
redazione "Popoli e Missione”

Pubblicato il 28 febbraio 2024

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