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Il coraggio di Chiara

chiaraCastellani

Chiara Castellani, 62 anni e parmigiana di origine, da bambina ha un sogno: fare il medico e aiutare la popolazione africana come missionaria.
La sua storia è racchiusa nel libro “Savana on the road”, scritto assieme l’amica giornalista Mariapia Bonanate, che racconta del suo viaggio nel cuore del Congo.
La pubblicazione è stata presentata di recente nella parrocchia di San Giuseppe Operaio a Piacenza.

Dopo aver conseguito la laurea in medicina e chirurgia nel 1981, Chiara Castellani si specializza in ginecologia e ostetricia.
Nel 1983 decide di partire per l’America Latina, in Nicaragua, prendendo parte ad un progetto del Mlal, il Movimento laici per l’America Latina. È l’epoca della rivoluzione sandinista.
Per sette anni si batte per la pace e per la ricostruzione di quel Paese martoriato da questa sanguinosa guerra.

Terminata la missione, nel 1990 decide di realizzare il suo sogno: partire per l’Africa.
L’AIFO, Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau, le affida la direzione di un ospedale fantasma, abbandonato dai belgi a Kimbau nella Repubblica Democratica del Congo.

Qui le condizioni di povertà sono estreme, i villaggi sono costituiti da capanne e vi è un solo ospedale, neppure attrezzato, senza luce e acqua.
Chiara opera i suoi pazienti in condizioni di disagio estremo: “solo da pochi anni - dice Chiara - abbiamo ottenuto dei guanti sterilizzati e delle zanzariere”.
Nessun altro medico è disponibile nel raggio di 5mila chilometri quadrati.

“Per far nascere i bambini usiamo solo il famoso pallone auto espandibile - spiega Chiara -, comunemente conosciuto come pallone di AMBU. Non abbiamo macchinari perché manca l’elettricità. Non esiste un Sistema sanitario nazionale; non ci sono amministrazione, organizzazione, capacità istituzionali e soprattutto mancano risorse umane qualificate. Come puoi garantire il diritto alla salute se non ci sono le persone che non hanno mezzi e le competenze necessarie? Questo perché manca il diritto allo studio”.
Bisogna ripartire dalle fondamenta.
In Congo le viene affidato il compito di dirigere la scuola infermieristica universitaria “Istituto Superiore Tecnologia Medica” avviata nel 2000 grazie a una convenzione tra la diocesi e il Ministero della Salute congolese. L’Istituto è riconosciuto dallo Stato ma è totalmente finanziato dalla Chiesa locale.
Questa scuola ha consentito a 2mila congolesi di ottenere il diploma. Attualmente gli iscritti sono circa 500.

Durante i primi anni di permanenza in Congo, Chiara ebbe un incidente stradale che le causò la perdita del braccio destro.
“Dopo poco tempo - racconta - mi ritrovai dall’altro lato del bisturi. Mi dovettero amputare il braccio. È proprio in questo momento che ho capito la meraviglia della rinascita. Sarebbe stato peggio perdere il mio sogno africano piuttosto che un arto. Le ostetriche di Kenge sono la mia parte mancante”.

Chiara si è fatta promotrice di tanti progetti tra cui quello relativo alla lotto contro la malaria e l’AIDS.
Grazie a quest’ultimo ha conosciuto un giovane apprendista infermiere, Kikobo. Malato di AIDS, è diventato il primo sieropositivo a ottenere un diploma universitario nella scuola di Kenge.

“La sua storia mostra come da una malattia - dice Chiara - si possa guardare in modo nuovo il senso della nostra esistenza. Abbiamo lottato insieme per ottenere gratuitamente quel farmaco per curare la sua malattia che veniva negato a Kikobo come a molti altri. Se questo diritto a ricevere le medicine gratuite veniva riconosciuto, ciò voleva dire per quella persona guarire, ma anche consentire a lei di crearsi una famiglia, di studiare e vivere una vita dignitosa”.

Federica Anelli

Pubblicato il 17 dicembre 2018

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