Israele e Palestina: due madri, unite dal dolore, hanno scelto di non odiare
È possibile interrompere il cerchio della vendetta? Dopo aver perso un figlio a causa del conflitto, dopo aver provato tanto dolore, si può scegliere di non odiare e di non desiderare altra violenza? A queste domande hanno provato a rispondere venerdì 30 ottobre, all’Auditorium Sant’Ilario di via Garibaldi, Laila Alsheikh, palestinese, e Robi Damelin, israeliana, protagoniste dell’incontro pubblico “Dialoghi di pace: Parents Circle Families Forum”.
Due madri unite dal dolore
Due donne, due madri che hanno conosciuto lo stesso dolore da parti opposte di una terra divisa e che oggi hanno scelto di camminare insieme, mettendo la propria esperienza al servizio della pace. Entrambe fanno parte del Parents Circle Families Forum (PCFF), organizzazione israelo-palestinese nata nel 1995, che riunisce famiglie colpite da lutti legati al conflitto e promuove il dialogo e la riconciliazione.
A dialogare con loro, collegate online, è stato Matteo Corradini, ebraista e scrittore, da anni impegnato sui temi della Shoah, dell’antisemitismo e delle minoranze. Ad aprire l’incontro è stata Serena Groppelli, assessora del Comune di Piacenza, che ha sottolineato l’importanza di creare occasioni di confronto e dialogo in un tempo segnato da guerre e tensioni internazionali.
Corradini ha introdotto il tema centrale della serata: la possibilità di rompere il ciclo della violenza e della vendetta. La memoria, ha osservato, può diventare uno strumento costruttivo anziché alimentare rancore. Le storie di chi, pur avendo subito una perdita devastante, ha scelto di non vendicarsi possono aiutare a comprendere che un’altra strada è possibile. A rendere possibile il dialogo e la traduzione delle testimonianze è stata Raffaella Scardi.
L’ebraista e scrittore Matteo Corradini in Sant’ilario in collegamento con Robi Damelin e Layla Alsheik.
Laila, dal dolore alla scoperta dell’altro
La storia di Laila Alsheikh comincia in Giordania, dove è nata e cresciuta dopo che i suoi genitori avevano lasciato la Palestina. Fin da bambina sognava di tornare nella terra d’origine, un desiderio realizzato nel 1999, quando decise di trasferirsi con il futuro marito per costruire una famiglia.
L’inizio della Seconda Intifada cambiò però profondamente la sua vita. Le restrizioni imposte dalle autorità israeliane le impedirono di ottenere i documenti necessari per muoversi liberamente, costringendola a rimanere a lungo in casa e rendendo difficili anche i rapporti con i familiari in Giordania.
L’11 aprile 2002 arrivò la tragedia. Durante la notte, dopo l’ingresso dei soldati israeliani nel villaggio e il lancio di gas, il figlio Osai si svegliò in condizioni gravissime. I genitori cercarono di raggiungere l’ospedale, ma furono bloccati per cinque ore. Quando finalmente arrivarono, per il bambino era troppo tardi.
La morte del figlio la lasciò devastata, piena di rabbia e di odio. Per molto tempo non riuscì a pensare ad altro. Poi, sedici anni dopo, un amico le parlò del Parents Circle. Inizialmente rifiutò: non voleva incontrare israeliani e temeva che i suoi figli potessero crescere con il desiderio di vendetta. L’amico le pose però una domanda: partecipare a quel percorso non avrebbe potuto essere un modo per proteggere altri figli e altre famiglie?
Laila accettò. Durante una conferenza ascoltò le testimonianze di genitori israeliani che avevano perso i propri figli. Per la prima volta non vedeva negli israeliani soltanto i soldati, ma persone capaci di conoscere il suo stesso dolore.
Decise così di partecipare a un progetto che riuniva quindici palestinesi e quindici israeliani in un percorso di otto incontri. Le attività comprendevano anche visite a luoghi simbolici delle rispettive memorie, come il memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem e un villaggio palestinese distrutto prima del 1948. L’obiettivo non era confrontare le sofferenze o stabilire chi avesse ragione, ma conoscere le storie e comprendere le ragioni dell’altro.
Durante uno di quegli incontri Laila scoppiò a piangere. Una donna israeliana le si avvicinò e la abbracciò. Anche lei era una madre e conosceva il dolore della perdita. In quell’abbraccio, senza bisogno di molte parole, Laila si sentì finalmente compresa.
Da allora ha iniziato a parlare in Israele, in Palestina e all’estero, portando la propria testimonianza. Ha ricordato che entrambe le popolazioni hanno diritto a essere ascoltate e conosciute, soprattutto in un momento in cui, dopo il 7 ottobre, la situazione in Cisgiordania è ulteriormente peggiorata. Ha raccontato le violenze dei coloni, le famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni, le difficoltà nella raccolta delle olive, le restrizioni agli spostamenti e i bambini che non riescono a frequentare regolarmente la scuola.
Nonostante tutto, Laila continua a credere che un giorno la situazione possa cambiare e che la pace sia possibile. «Le persone hanno diritto a vivere una vita normale»: è questa la speranza che sostiene il suo impegno.
Il pubblico presente all’auditorium Sant’ilario.
Robi: “Nessuno uccida in nome di mio figlio”
Anche Robi Damelin ha conosciuto la tragedia della perdita di un figlio. David è stato ucciso da un cecchino. Quando le comunicarono la notizia, la sua prima reazione fu una frase diventata il principio guida della sua vita: “Non avete il diritto di uccidere nessuno in nome di mio figlio”.
Tre mesi dopo la morte di David partecipò a una manifestazione per chiedere la fine dell’occupazione e promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi. In un successivo incontro a Gerusalemme Ovest, si trovò seduta accanto a genitori che avevano perso i propri figli da entrambe le parti del conflitto. Guardando negli occhi le madri palestinesi comprese che “le lacrime hanno lo stesso colore”.
Da quella consapevolezza è nato il suo impegno nel Parents Circle, che l’ha portata a viaggiare nel mondo, spesso insieme a Laila, per raccontare la possibilità della riconciliazione.
Robi ha ricordato anche di aver scritto una lettera all’uomo che aveva ucciso David. Gli raccontava chi era suo figlio, uno studente pacifista che non voleva prestare servizio nei territori occupati, e proponeva un incontro tra le rispettive famiglie. La risposta, arrivata tre anni dopo, fu un rifiuto. L’uomo rivendicava la propria scelta, ma Robi cercò di comprendere anche la sua storia, segnata da altre perdite e violenze.
Un’esperienza che l’ha rafforzata nella convinzione che la vendetta non possa essere la risposta. Oggi invita a non limitarsi a prendere posizione da lontano, ma a sostenere concretamente le organizzazioni israeliane e palestinesi che lavorano per la pace e per fermare la violenza.
Il coraggio di non restituire il dolore
Nelle testimonianze di Laila e Robi non c’è la pretesa di offrire soluzioni semplici a un conflitto complesso, né di cancellare le responsabilità e le differenze. C’è piuttosto la scelta di non permettere che la morte dei propri figli diventi una ragione per provocare altre morti.
Le due donne non hanno dimenticato e non hanno smesso di soffrire. Hanno però deciso di trasformare il lutto in una responsabilità verso gli altri, dimostrando che anche nelle condizioni più difficili è possibile riconoscere l’umanità di chi si trova dall’altra parte.
All’Auditorium Sant’Ilario, per una sera, il conflitto è stato raccontato attraverso i volti e le storie di due madri. Due donne che hanno perso ciò che avevano di più caro e che hanno scelto di non augurare ad altri lo stesso destino. Un messaggio che supera i confini del Medio Oriente e interpella ciascuno: fare in modo che il dolore non diventi altro dolore.
