Fra Pasolini:«La mia vocazione è nata leggendo il Vangelo in metropolitana»
di Luca Trifilò  
08 Ottobre 2026

Fra Pasolini:«La mia vocazione è nata leggendo il Vangelo in metropolitana»

In un tempo attraversato da guerre, divisioni e ricerca continua della prestazione, il messaggio di San Francesco conserva una sorprendente attualità. Da questa convinzione ha preso avvio l’incontro con fra Roberto Pasolini, frate cappuccino, biblista e predicatore della Casa Pontificia, ospite dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nell’ambito della Settimana del Dono dedicata al tema della pace.

A introdurre la riflessione è stato l’assistente pastorale dell’Ateneo don Luca Ferrari, che ha richiamato la figura del Santo di Assisi come modello ancora capace di interrogare il presente. Attraverso un percorso tra biografia, Vangelo e attualità, l’incontro ha proposto una domanda semplice ma decisiva: come può la “piccolezza” diventare oggi una via di fraternità e di pace?

Gli inizi della vocazione di fra Pasolini

“Vi dico innanzitutto come mai vado in giro vestito come lui da circa trent’anni”, ha esordito padre Pasolini, scegliendo di partire dalla propria esperienza personale. Studente di informatica e intelligenza artificiale negli anni Novanta, racconta di essere stato “un ragazzo insopportabile, egoista e concentrato su di sé”. La svolta arriva quasi per caso: la lettura del Vangelo di Matteo in metropolitana, l’emozione suscitata dalle Beatitudini, l’impegno in una mensa per persone senza dimora e infine l’incontro con gli scritti di Francesco e Chiara. “Non mi sembrava vero che una persona avesse interpretato il Vangelo in un modo così bello”, ricorda.

Conversione non significa
diventare più buoni

Secondo il frate, la conversione di Francesco non consiste semplicemente nel diventare “più buono”. Figlio di mercanti e proiettato verso il successo, il giovane d’Assisi trascorre anni inseguendo prestigio e riconoscimento sociale. “Francesco vive tutta una serie di fallimenti”, spiega padre Pasolini, finché un giorno si trova davanti ai lebbrosi, persone che aveva sempre evitato. Nel Testamento il Santo descrive quell’esperienza con parole decisive: “Il Signore mi condusse da loro”. Non un’iniziativa personale, ma un incontro che gli cambia lo sguardo. Davanti ai più fragili Francesco scopre infatti una dimensione inattesa della propria umanità: “Usai con essi misericordia”.

 

fra pasolini

Fra Pasolini durante il suo intervento all’Università Cattolica di Piacenza.

Fra Pasolini, perché farsi piccoli

Da qui nasce il tema centrale dell’incontro. La piccolezza, chiarisce Pasolini, non significa infantilismo, rinuncia alle ambizioni o mediocrità. Al contrario, “diventa la forma più intelligente da dare alla sua umanità”. Chi sceglie di farsi piccolo non occupa il centro della scena, ma rende possibili le cose migliori negli altri. È la logica del regista che non compare sul palcoscenico eppure permette agli attori di esprimersi al meglio. È anche una strategia relazionale: “La piccolezza diventa il cavallo di Troia delle relazioni. Se uno ha il coraggio di fare un passo indietro, rischia che l’altro faccia un passo in avanti verso di lui”.

L’incontro con il Sultano

Padre Pasolini ha richiamato anche il celebre incontro tra Francesco e il sultano al-Malik al-Kāmil in Egitto durante le Crociate. Partito con il desiderio del martirio, il santo viene invece accolto e ascoltato. “Può far paura un uomo piccolo di Assisi, vestito con un sacco di iuta addosso?”, osserva provocatoriamente il frate. Da quello stile di dialogo e accoglienza, ricorda, è nata una presenza francescana che ancora oggi contribuisce a mantenere ponti tra mondi diversi.

Il confronto con gli studenti

Particolarmente vivace il confronto con gli studenti. Alla domanda sulle maschere più difficili da abbandonare oggi, Pasolini indica senza esitazione “quella di dover essere a tutti i costi vincenti o performanti”. I giovani, afferma, vivono “dentro un frullatore che non sappiamo neanche dove andare a sbattere” e rischiano di misurare il proprio valore soltanto attraverso parametri esterni. L’invito è quindi a rallentare e a investire le proprie energie in ciò che conta davvero.

I poveri trasmettono speranza

Sul tema della speranza, maturato durante il servizio ai senza dimora, la risposta ribalta ogni prospettiva: “Il paradosso, in realtà, era che la speranza me la davano loro”. E ancora, a proposito della vulnerabilità: “Chiedere aiuto è la guarigione in realtà” e “la persona che è capace di chiedere aiuto seriamente è una persona molto matura”.

Non sono mancate riflessioni sul pacifismo e sulle polarizzazioni contemporanee. “Il vero pacifista è uno che in realtà sta combattendo un sacco, ma dentro”, afferma Pasolini, spiegando che la pace nasce anzitutto dal governo delle proprie passioni. Quanto alle contrapposizioni che attraversano la società, il rischio è quello delle semplificazioni: “Ci illudiamo che la realtà sia o bianca o nera, mentre invece generalmente è grigia”.

La provocazione di fra Pasolini

Nel congedarsi dagli studenti, il predicatore della Casa Pontificia ha lasciato loro una provocazione controcorrente: mentre tutti inseguono visibilità, velocità e successo, forse il futuro appartiene a chi saprà percorrere una strada diversa. È la lezione che Francesco continua a consegnare dopo otto secoli. Perché la piccolezza, ha concluso, “non è altro che la versione migliore della nostra umanità”.

Prima di lasciare la sede piacentina dell’Università Cattolica, fra Roberto Pasolini ha visitato la mostra bibliografica “San Francesco: parole, segni, visioni”, organizzata dalla direzione di sede nella piazzetta interna dell’Ateneo e visitabile fino al 24 ottobre.