Quando il silenzio diventa un grido: «…Ed io avrò cura di te»
di Riccardo Tonna  
04 Ottobre 2026

Quando il silenzio diventa un grido: «…Ed io avrò cura di te»

A volte il dolore comincia proprio lì dove dovrebbe esserci più fiducia: nelle relazioni, negli affetti, nelle parole di chi dovrebbe proteggere. E quando a essere ferita è un’infanzia, quella ferita può restare nascosta per anni, custodita nel silenzio.
È stato questo il cuore di “…Ed io avrò cura di te”, lo spettacolo di Paolo Logli andato in scena il 2 ottobre nella Basilica di San Francesco a Piacenza, nell’ambito del Convegno ecclesiale di inizio anno della Diocesi di Piacenza-Bobbio.

“Ed io avrò cura di te”, un silenzio
che va rotto

Lo spettacolo “Ed io avrò cura di te” ha creato una serata intensa, a tratti difficile da attraversare, ma proprio per questo necessaria. Perché parlare di tutela significa prima di tutto avere il coraggio di guardare le ferite. Anche quelle che fanno più male. Anche quelle che riguardano gli ambienti della Chiesa. Anche quelle di chi, bambino o adolescente, aveva affidato proprio a quegli ambienti la propria fiducia.

Lo ha ricordato Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della CEI, che ha promosso l’evento: “C’è un silenzio che va rotto. Non con il rumore, ma con la consapevolezza, con la cultura della tutela, con la capacità di ascoltare. Perché il dolore delle vittime e dei sopravvissuti non si cancella con il tempo e non si chiude con la conclusione di un procedimento giudiziario”.

Sul palcoscenico il dolore
è diventato parola

Arianna Ciampoli, voce recitante, ha accompagnato il pubblico dentro un itinerario in sei tappe: la fragilità, il senso, il potere e la ferita, il grido, la responsabilità, la cura e il futuro. Un percorso che non cerca scorciatoie e non offre risposte facili. Piuttosto, invita a sostare là dove normalmente si vorrebbe fuggire.

La fragilità, innanzitutto. Quella dell’infanzia e dell’adolescenza, che non è debolezza, ma bisogno radicale di fiducia, verità e protezione. Una vulnerabilità che dovrebbe essere custodita come qualcosa di prezioso, quasi sacro.

Poi il tradimento. Quando chi dovrebbe proteggere diventa colui che ferisce, non viene colpito soltanto un corpo. Si spezzano la fiducia, l’immagine di sé, il rapporto con gli altri e, talvolta, anche il rapporto con Dio. È la ferita più difficile: quella provocata proprio nel luogo nel quale si cercava sicurezza.

 

Musica e Scrittura nello spettacolo “Ed io avrò cura di te”

Paolo Logli, autore dei testi, ha costruito lo spettacolo come un intreccio di parola, Scrittura e musica. Le canzoni della tradizione d’autore italiana – da Battiato a De Gregori, da Fossati a Baglioni e Guccini – non sono semplicemente una colonna sonora. Diventano un controcanto emotivo, capace di dire ciò che a volte le parole non riescono a esprimere.

Sul palco, Antonio Maggio, voce solista e pianoforte, ha dato corpo musicale a questo viaggio, accompagnato da Alessio Gaballo al contrabbasso, Luca Basile al violoncello ed Ettore Gianni alla chitarra. La musica, allora, entra nelle pieghe del racconto. Accarezza, scuote, interrompe. A volte consola. A volte inquieta. Come la verità.

Arriva il grido

Quel grido che per troppo tempo può rimanere chiuso dentro. Il primo gesto di chi decide di non essere più solo con la propria ferita. Gridare significa rompere il silenzio, ma anche chiedere che qualcuno finalmente ascolti. Ed è proprio l’ascolto che apre alla responsabilità. Non basta sapere. Non basta commuoversi. La tutela chiede occhi capaci di vedere, orecchie capaci di ascoltare, adulti capaci di intervenire. Chiede comunità che sappiano riconoscere i segnali della fragilità e non abbiano paura di affrontare ciò che mette in discussione le proprie sicurezze. Perché la cura non è una parola astratta. È una presenza. È una mano che non si ritrae. È qualcuno che rimane quando sarebbe più facile andarsene. È la scelta di restituire dignità a chi si è sentito privato della propria dignità.

 

ed io avrò cura di te

Il pubblico nella chiesa di San Francesco allo spettacolo “Ed io avrò cura di te”.

Il racconto arriva al futuro

Il punto più alto dello spettacolo è affidato a “La cura” di Franco Battiato. Una canzone conosciuta da tutti, ma che in quel contesto assume un significato diverso. Non è più soltanto una canzone d’amore. Diventa una promessa: esserci. Proteggere. Custodire. Accompagnare.

“Ed io avrò cura di te”. Parole semplici, che nella Basilica di San Francesco sembrano quasi una responsabilità affidata a ciascuno dei presenti.

Ogni persona è un essere speciale

Al termine dello spettacolo è intervenuto il vescovo mons. Adriano Cevolotto. Il suo è stato innanzitutto un ringraziamento per un “itinerario” impegnativo e, proprio per questo, profondamente significativo. Un itinerario capace di ricordare che ogni persona è un “essere speciale” e che ogni vita merita di essere custodita.

Il vescovo ha richiamato anche il tema delle ferite, particolarmente vicino alla riflessione proposta al Convegno da fratel Enzo Biemmi: le ferite possono diventare feritoie, spiragli attraverso i quali può tornare a passare la luce. Non significa negare il male. Non significa addolcire ciò che è accaduto. Significa, piuttosto, non permettere che la ferita abbia l’ultima parola.

È forse questo il messaggio più profondo lasciato dalla serata: non c’è cura senza verità, non c’è futuro senza responsabilità, non c’è speranza senza ascolto.

“Ed io avrò cura di te”, emozione
nella chiesa di San Francesco

La Basilica con lo spettacolo “Ed io avrò cura di te” si è riempita di parole, di musica, di silenzi. E forse, uscendo, ciascuno ha portato con sé una domanda: chi si prenderà cura di chi è stato ferito?

È una responsabilità che riguarda tutti. Perché la tutela non è soltanto un insieme di procedure. È una cultura. È un modo di guardare l’altro. È la capacità di riconoscere i segnali della fragilità e di non lasciare solo chi chiede aiuto.

Nella sera del 2 ottobre, nella Basilica di San Francesco, il silenzio è stato rotto. Non dal rumore, ma dalle parole, dalla musica, dalle storie e soprattutto dall’ascolto. La commozione che ha attraversato la chiesa nasce proprio da qui: dalla scoperta che, davanti a una ferita, non sempre servono grandi risposte. A volte serve semplicemente qualcuno che abbia il coraggio di dire: io ti ascolto. Io ti credo. Io resto. Ed io avrò cura di te.