Enzo Biemmi al convegno ecclesiale
La fede scoperta da adulti è il punto di arrivo di un processo che scatta con una crisi. Per creare le condizioni del “secondo annuncio”, i “testimoni”, ovvero i cristiani che stanno intorno, devono diventare una “comunità narrativa”. Enzo Biemmi dei fratelli della Sacra Famiglia, già presidente dell’Équipe europea dei catecheti, è convinto che “la comunità ecclesiale è chiamata a essere primariamente non un luogo di affermazione dottrinale, bensì uno spazio di narrazione, una casa nella quale risuona il racconto della storia della salvezza e delle storie concrete delle donne e degli uomini di oggi”.
E l’altro, che è “terreno sacro”, va incontrato “togliendoci i calzari” e “sospendendo ogni giudizio e ogni valutazione” perché “la sacralità della vita viene dalla sua fragilità”.
Con questa riflessione di Enzo Biemmi sull’età adulta si è aperto il Convegno ecclesiale di inizio anno, organizzato dalla diocesi di Piacenza-Bobbio nella basilica di San Francesco, in centro città. L’evento coincide con la ricorrenza della morte del santo di Assisi, avvenuta 800 anni fa, nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226. Prima della lectio di fratel Enzo Biemmi, la preghiera guidata dal vescovo mons. Adriano Cevolotto.
L’intervento di Enzo Biemmi
L’intervento di Enzo Biemmi – “L’età adulta tra sfide, fragilità e speranza” – si è basato sulla premessa secondo cui gli esseri umani sono “fragili, vulnerabili e fallibili”.
La fragilità deriva dalla non autosufficienza e dal bisogno costante di cura che rendono gli umani degli “esseri a rischio”, la vulnerabilità è inevitabile quando si è in mezzo agli altri – questo “ci espone a essere feriti e a ferire” – e la fallibilità è insita nell’umano che “può incappare nel passo sbagliato e prendere strade non costruttive”.
Ma la fragilità, spiega Biemmi, “è spazio di condivisione e passione: anche le ferite possono diventare feritoie, uno squarcio per rompere la corazza dell’io, lasciar passare luce nuova e intravedere l’oltre che altrimenti rimarrebbe nascosto”.
Nella foto, i presenti al convegno ecclesiale in San Francesco.
Per Biemmi la fede è relazione
“La fede non è adesione a delle verità – afferma Biemmi – ma una relazione resa possibile per dono. Lasciarsi raggiungere dalla grazia di Dio è un’avventura che richiama i rischi di ogni relazione umana: i rapporti crescono attraverso crisi, ci approfondiscono e possono anche morire”.
Il catecheta dice che “c’è una grazia prima in tutti e una grazia seconda in chi è raggiunto dalla fede” e porta l’esempio di Nicodemo che, nel vangelo di Giovanni, va a incontrare Gesù di notte e alla fine si converte.
Il discorso sulla fede adulta segue le parole di Papa Leone XIV che, pochi giorni fa, all’Istituto cattolico di Parigi ha ammesso di essere “stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede e da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana”.
Secondo i dati della Conferenza episcopale francese, infatti, solo nella notte di Pasqua di quest’anno sono stati oltre 21mila i catecumeni battezzati, di cui la maggior parte (più di 13mila) erano adulti.
Biemmi però avverte: “Solo se abbiamo contatto con la fragilità profonda della nostra vita possiamo aiutare gli altri in un cammino di fede”.
Biemmi si chiede: quando arriva Dio
per gli adulti?
Quando passa per la seconda volta Dio nella vita degli adulti? La risposta di fratel Enzo Biemmi è chiara: “Il momento opportuno sono le crepe, i tagli nella tela (con riferimento alle opere di Lucio Fontana, nda) che si aprono dentro le esperienze umane che, come adulti, viviamo nella nostra vita: lì c’è la luce. Non nei periodi di stabilità affettiva, economica, culturale: non è quello il momento in cui Dio riesce a farsi sentire, ma quando gli equilibri vengono sconvolti.
“Nei momenti di crisi, quando sentiamo l’intervenire di una discontinuità, sia per eccesso – ad esempio, quando qualcuno dice che ci ama, quando nasce un figlio, quando riceviamo una sorpresa che crediamo di non meritare – che per difetto – ad esempio, una perdita, un lutto, un fallimento affettivo, un problema fisico, una malattia, una situazione di solitudine”.
Queste circostanze, spiega, sono “soglie della fede” in cui “basta un testimone, una comunità che accompagni gli adulti senza alcun giudizio su ciò che sta accadendo”.
L’annuncio della speranza
La dimensione narrativa, per Biemmi, è cruciale. “Senza racconti, il patrimonio della fede si svuota e la morale viene ridotta a divieti. Solo se rimane narrativa, meno dottrinale, la Chiesa sarà in grado di comprendere il volto del suo Signore e orientare verso il bene la vita dei suoi membri”.
La narrazione comprende storie bibliche ma anche il racconto delle vite delle persone. “Gli incontri di Gesù con la gente non erano finalizzati a ottenere una scelta ma a restituire vita: Gesù parlava poco di Dio, ma guariva le persone, ridava la vista al cieco, rimetteva lo storto in piedi, a qualcuno proponeva di seguirlo ma alla folla chiedeva di tornare alla propria vita con speranza. Gesù lavorava più per il Regno di Dio che per la Chiesa: non tanto per attirare a sé, ma per portare al Padre suo”.
“Con molti adulti – dice il catecheta – non potremo andare oltre l’annuncio della speranza: non è poco, è quello che faceva Gesù. Questo spirito di evangelizzazione è un invito a stare semplicemente con fiducia: quando avremo permesso di recuperare un briciolo di speranza avremo servito l’avvento del Regno di Dio”.
L’aneddoto raccontato da Biemmi
Alla fine della lectio, Enzo Biemmi ha raccontato un aneddoto personale che conferma le sue riflessioni. Biemmi era in Uruguay a visitare una comunità, in una zona disabitata in mezzo alle colline, dove l’assenza di energia elettrica permetteva un’ottimale visione delle stelle. “Un confratello argentino mi ha aiutato a riconoscerle, è seguito un momento di silenzio e poi ho sentito la sua mano sulla mia spalla. Mi disse: «Fratello, di quello che vedi nulla è reale».
Capii subito cosa volesse dirmi e per me fu un colpo allo stomaco: sapevo che molte di quelle stelle erano già morte, anche se la loro luce continuava ad arrivarci. Ho pensato al cristianesimo sociologico, molto di quello che ci serve vedere non c’è più: genitori che mandano i figli al catechismo, matrimoni in chiesa, riferimento sportivo alle istituzioni ecclesiali, feste patronali sono l’onda lunga di abitudini che non contengono più il senso originario.
Sono stelle vive o morte? Ma poi il confratello mi mise di nuovo la mano sulla spalla e disse: «Ci sono stelle la cui luce non ci è ancora arrivata, dobbiamo iniziare a vedere quelle».
Le conclusioni di Enzo Biemmi
Mi sono incantato di nuovo e ho pensato che nelle nostre comunità, quando qualcosa muore, nascono piccoli germogli di vita. È finito un certo tipo di cristianesimo, ma non il cristianesimo. È finito un certo tipo di fede, ma non la fede. È finito un certo tipo di chiesa, ma non la Chiesa. Il ministero più prezioso dei laici è intercettare la luce dello spirito nel cuore delle persone: è il ministero dei rabdomanti, che intercettano il minimo metafisico insopprimibile, di quei battezzati fragili come tutti ma che sanno vedere la luce di Dio in tutte le persone. Oggi l’incontro con i testimoni è determinante”.
