13 Marzo 2017

I minori soli a rischio di finire preda del racket

Padre Meneghetti: da “invisibili” a protagonisti dell’integrazione. Anche quando ci sono i genitori, l’adolescenza è la fase più critica


Il dramma globale dei migranti minorenni, vulnerabili e senza voce. È questo il tema scelto per la 103ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017 di domenica 15 gennaio. Come sempre papa Francesco ci invita a riflettere sulla condizione dei più deboli fra i deboli, i piccoli costretti ad abbandonare la propria casa per sfuggire a contesti di estrema violenza e povertà.

Dei contenuti della Giornata e della pastorale per i migranti cattolici abbiamo parlato con padre Giovanni Meneghetti, superiore dei missionari scalabriniani e direttore della Migrantes diocesana.


Fiorenzuola, a settembre l’incontro diocesano

— Padre Giovanni, come si celebrerà in diocesi questa ricorrenza?
L’idea è di animare le messe parrocchiali ponendo al centro il messaggio del Papa e calandolo nella nostra realtà locale. L’obiettivo della Giornata è quello di sensibilizzare le comunità cristiane affinché aprano gli occhi sul dramma dei minori non accompagnati. In Cattedrale ci sarà la messa con il Vescovo. L’evento unico diocesano è stato spostato ai primi di settembre, vedrà riunite le etnie presenti sul territorio e si svolgerà a Fiorenzuola. Il capoluogo della Vald’Arda vive infatti una nuova fase multiculturale segnata da iniziative costruttive.

— Nel Messaggio del Papa si parla di “questione mondiale”, un’emergenza che rischia di bruciare il futuro di intere generazioni.
È proprio così, il fenomeno dei minori che approdano in Occidente senza famiglia e senza documenti è in costante aumento. Questi fanciulli arrivano da soli, indifesi e spaventati, e sono invisibili agli occhi del mondo. Non possono far sentire la propria voce e sono facili prede del racket dello sfruttamento.
Migrantes, Caritas e altri soggetti si fanno carico di molti ragazzi nelle case di prima accoglienza, ma è solo un primo intervento. Poi occorre mettere a punto politiche efficaci, per proteggerli e sostenerli nel percorso di crescita e di integrazione nella società.

— Quali iniziative pastorali mette in campo la nostra diocesi per i migranti cattolici?
Il servizio Migrantes comprende diverse attività: in San Carlo abbiamo messe in inglese per la comunità filippina e per quella nigeriana, e in spagnolo per la folta popolazione latinoamericana.
Non mancano gli incontri settimanali di formazione religiosa, in cui si riflette sulla Bibbia e sulla devozione popolare, e catechesi speciali nei momenti forti dell’anno, come l’Avvento e la Quaresima. Per i migranti cattolici la messa è un momento importante di aggregazione, riunisce la famiglia tenendo viva la lingua, la cultura e l’identità.


Le difficoltà a inserirsi 
in un nuovo contesto

— Quali sono le problematiche più grandi per le famiglie?

I migranti affrontano tutte le crisi e i problemi quotidiani che vivono anche le nostre famiglie: dalla precarietà del lavoro all’educazione dei figli. Per loro però c’è una difficoltà in più, perché devono adattarsi a un contesto sociale molto diverso da quello di provenienza. Quando ad esempio i figli entrano nella fase critica dell’adolescenza, i fisiologici contrasti generazionali assumono toni più accesi, e scuotono nel profondo le radici culturali del nucleo familiare.

— Com’è cambiata negli anni la figura del migrante?
I migranti di oggi sperimentano in fondo le stesse contrastanti emozioni dei nostri italiani che in passato andarono a cercar fortuna a Parigi, Londra, New York, Buenos Aires. Le stesse cose che i missionari scalabriniani vedevano allora si ripetono oggi: speranze, disillusioni, rischio di esclusione, desiderio di costruirsi un futuro migliore. E mentre i padri sognano di tornare un giorno nel Paese natale, i giovani studiano, socializzano e si sentono a casa nel Paese d’adozione.


Il valore degli oratori 
per favorire l’integrazione

— Se volessimo tratteggiare una mappa dei migranti cattolici nel piacentino?
Vedremmo che le due realtà più organizzate e numerose sono quella dei latinoamericani, (ecuadoriani e peruviani in particolare), con una religiosità popolare assai radicata, e quella dei filippini. Poi c’è la comunità nigeriana, con cui stiamo provando a impostare un percorso pastorale che speriamo possa dare frutto.

— Cosa possono fare in concreto le parrocchie per favorire il confronto e il dialogo?
Accogliere sempre, tenere aperte le porte del cuore, coinvolgere i migranti nella vita della comunità. Penso soprattutto alla realtà degli oratori, molto frequentati anche dai ragazzi stranieri, dove si può imparare a conoscersi, a convivere, a confrontarsi e a collaborare senza pregiudizi.

Annalisa Gobbi

Il primo ragazzino accolto da Ludovica e Mauro Carioni ha studiato, oggi è sposato e padre di 5 figli

Albert, che chiedeva l’elemosina al semaforo

Albert (il nome è di fantasia) era stato beccato al semaforo in una città lombarda. Si era presentato alla polizia con un nome italiano, ma era di nazionalità albanese, arrivato con i barconi. Si sospettava fosse oggetto di attenzioni da parte di alcuni adulti; il timore era che finisse in un giro di prostituzione minorile. Correva l’anno 1996. Mauro e Ludovica Carioni erano sposati da tre anni e – allora nel Cremasco, oggi a Caorso – condividendo il carisma dell’associazione Comunità “Papa Giovanni XXIII” con il matrimonio avevano dato vita alla casa famiglia “Santa Lucia”.
Albert è stato il primo ragazzino straniero che hanno accolto. “È rimasto con noi dieci anni: ha fatto le scuole qui, lo abbiamo accompagnato all’altare, oggi con sua moglie aspettano il quinto figlio. Si è impegnato tantissimo per riscattarsi. Aveva le risorse e un riferimento familiare saldo di base, un bel rapporto con la mamma. Ci sono ragazzi invece così provati dalla sofferenza, con alle spalle violenze anche in famiglia, coi quali conquistare la fiducia è difficilissimo”.
Non sempre le storie sono a lieto fine, ma Ludovica e Mauro, seppur oggi in misura minore per i tanti impegni che rivestono all’interno dell’associazione fondata da don Oreste Benzi – lei nel coordinamento del lavoro sul carcere e nel servizio antitratta, lui nella gestione amministrativa – all’accoglienza dei minori non rinunciano. “Crediamo che la vita abbia un significato più alto di quel che la società propone e sperimentiamo che la nostra vita è felice. Come ai nostri figli proponiamo ciò in cui crediamo, così facciamo con chi arriva in casa nostra”.

C’È UN MONDO CHE FA AFFARI CON L’ACCOGLIENZA. Quattro figli naturali, adesso alla “Santa Lucia” vivono 13 persone. “Don Oreste diceva che i poveri sono i nostri maestri, nel senso che ti mettono a nudo, ti costringono ad affrontare le tue fragilità e colpiscono nel segno le tue difficoltà, perché la loro legge è quella della sopravvivenza, mors tua vita mea… Devi essere attrezzato per affrontare certe situazioni – avverte Mauro -. L’accoglienza non si improvvisa. Non a caso uno dei segnali che la casa famiglia sta bene è la serenità dei figli”.
Una casa famiglia pertanto non ha una mission fossilizzata, si adatta alle stagioni della vita, alle presenze, alle dinamiche familiari, tenendo però le braccia e il cuore aperti.
Con i ragazzini stranieri, per esempio, oggi Ludovica e Mauro sono disponibili per una accoglienza di pronta emergenza, di qualche giorno, e sempre – com’è nello stile della Papa Giovanni XXIII – in collaborazione con i Servizi sociali del territorio. L’ultimo che è passato da loro è un nigeriano di 16/17 anni, forse meno, scappato più volte da un centro di accoglienza del Sud, di cui 15 giorni dopo la fuga è stato arrestato il responsabile. “È lo spaccato del problema che coinvolge i minori stranieri non accompagnati, come gli adulti. Dietro – denunciano i Carioni – c’è un mondo che sta facendo affari sull’accoglienza. I ragazzini là vengono intercettati, quando arrivano hanno un indirizzo, un numero da chiamare…”.
Una regìa insomma più o meno occulta è innegabile. A ciò si aggiunge l’aggravante di ragazzini che si sentono grandi ma non lo sono – “quest’ultimo per esempio pensiamo sia più piccolo perché fa i capricci proprio come un bambino, non voleva nemmeno scendere dalla macchina per andare nella casa famiglia dove è stato destinato” – e per molti dei quali, proprio per il trauma vissuto tra viaggio nel deserto (“parte chi ha i soldi, altrimenti ti lasciano lì a morire”), permanenza in Libia e traversata sui barconi, si profilano problematiche anche di tipo psichiatrico non subito identificabili e riconoscibili. Se ammassati in centri con 50 o più ragazzini con sintomi da stress post traumatico analoghi, il rischio nel rischio è che si tenti di placare il tutto solo col ricorso alle medicine.

DEI BAMBINI CON UN VISSUTO DA ADULTI. C’è poi il divario culturale, una cultura di accudimento che – specie chi arriva dall’Africa – non conosce. “Abbiamo di fronte dei bambini con un vissuto da adulti – puntualizza Ludovica -. Hanno lasciato la famiglia, superato due anni di viaggio e adesso trovano noi che gli diciamo cosa fare…. Faticano ad accettare il passaggio che ci siano degli adulti che danno delle regole e le danno per il loro bene. Non dimentichiamo che spesso dietro hanno delle famiglie che fanno pressione perché mandino soldi. Il ragazzino che fa i capricci allora potrebbe essere che li fa perché smania per trovare un lavoro e mandare denaro a casa. «Prima devi imparare l’italiano, non puoi vivere sui 2 euro del pocket money». Farglielo capire è dura. Noi non siamo per ridurli a una condizione assistenzialistica”.

SEMPRE PIÙ RAGAZZINE SULLE STRADE. Ludovica apre una finestra anche sulla tratta delle donne. “Sono aumentate a vista d’occhio le ragazzine in strada. Tutte le minorenni vengono dagli sbarchi, dalla Nigeria. Andando a incontrare le donne con la nostra unità di strada, ci sono quelle di 22-23 anni che ci dicono che vengono messe da parte da delle 15enni”. Il 4 febbraio, per accendere una luce su questo commercio silenzioso – i cui clienti, non dimentichiamolo, sono gli italiani – la “Papa Giovanni XXIII” riproporrà una fiaccolata di sensibilizzazione nella nostra città.

B. S.

Servizio pubblicato alle pagg. 2 e 3 dell’edizione di giovedì 12 gennaio 2017

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