13 Marzo 2017

Che cosa c’entra lo Spirito Santo con la nostra vita?

Molti cristiani hanno in testa una grande confusione riguardo alla terza persona della Santissima Trinità

È evidente a tutti come i comuni fedeli abbiano una grande confusione in testa, per non dire una vera ignoranza, riguardo alla terza persona della Santissima Trinità. Sanno che il simbolo che lo rappresenta è quello della colomba, sanno che è inviato dal Padre e dal Figlio, sanno che il sacramento della Confermazione ha a che fare con lo Spirito Santo e, forse, che tutto questo ha a che fare con la testimonianza che il cristiano deve rendere al mondo. In realtà, io sono convinto che, per la maggior parte dei cattolici, lo Spirito Santo sia qualcosa di molto simile alla tassa di circolazione; sai che l’hai pagata e hai riposto la ricevuta da qualche parte, ma non ti ricordi dove l’’hai messa e, a meno di accertamenti da parte dello Stato, non ti servirà a niente e tu non te ne dai pensiero.


Gesù Cristo qui ed ora

È chiaro che una formazione catechistica ricevuta nella fanciullezza e tutt’al più nella preadolescenza non può essere sufficiente per rendere ragione a un adulto della dottrina trinitaria. Va notato, inoltre, come anche nella predicazione il tema dello Spirito sia quasi del tutto latitante e sono convinto che la cosa abbia a che fare con la riduzione del numero dei fedeli, perché senza lo Spirito Santo l’avvenimento Gesù Cristo rimane un fatto sepolto da duemila anni di storia e la buona notizia del Vangelo diventa l’interminabile, litanica ripetizione di una storia già sentita e risentita, che non ha più nulla della notizia perché manca di attualità. Se l’avvenimento Gesù Cristo non è presente qui e ora e non è accessibile alla capacità di esperienza dell’uomo contemporaneo, non ha per lui alcun interesse, soprattutto in una generazione quasi completamente secolarizzata.
Sono profondamente convinto che la predicazione della dottrina sullo Spirito Santo sia capace di rendere di nuovo interessante, anche e soprattutto per i cosiddetti “lontani”, il kérygma, il quale non per nulla proclama non solo la morte e risurrezione di Gesù, ma culmina nell’annuncio del dono, qui e ora, dello Spirito a coloro che vogliono accogliere la buona notizia del Vangelo.

Interiorizzare la Parola

L’azione dello Spirito consiste essenzialmente nell’interiorizzazione della Parola del Cristo nel cuore e nell’anima del credente, il suo compito è quello di far comprendere le parole di Gesù nella loro attualità per la vita del credente. Lo Spirito continua nella Chiesa il dono fatto agli apostoli nella Pentecoste. “Lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo non è solo potenza mediante la quale Dio è intervenuto un tempo in mondi remoti e in essi si è fatto conoscere. Lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo è anche la potenza e la forza con le quali Dio continua a intervenire nel mondo, in ogni presente, e si dà a conoscere anche agli uomini viventi oggi e domani” (1).
Lo Spirito con la sua azione “conferma” nel credente l’insegnamento ricevuto e di ciò lo rende testimone; e testimone è una persona che ha visto l’avvenimento su cui rende testimonianza. Il dono dello Spirito ha quindi un’intrinseca relazione con l’esperienza della fede ed è ciò che fa passare da una fede “per sentito dire” a una fede sperimentata.


La bestemmia contro 
lo Spirito Santo

Per questo motivo la bestemmia contro lo Spirito Santo non può essere perdonata né ora né mai (2), perché è il rifiuto di riconoscere l’opera di Dio, è il rifiuto di ricevere l’esperienza della misericordia, perché lo Spirito Santo è “il perdono dei peccati”, è colui che dona l’esperienza di essere amati incondizionatamente da Dio. Se uno rifiuta il perdono, mica si può imporglielo, tanto meno glielo impone Dio, sempre così delicatamente rispettoso della libertà dell’uomo.

La dimora di Dio

La vita dell’uomo, grazie allo Spirito Santo, è abilitata a far presente nel mondo la gloria di Dio, il suo potere di trarre dalla morte la vita. È grazie allo Spirito che il corpo dell’uomo diventa “tempio”, cioè luogo in cui ogni essere umano può relazionarsi con Dio: “Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»” (Gv 14, 23).
Il corpo dell’uomo, grazie all’azione dello Spirito, è abilitato ad essere la Dimora (in ebraico è uno dei termini con cui si indica il Tempio di Gerusalemme) della gloria di Dio. La vita illuminata dallo Spirito comunica la conoscenza e l’esperienza di Dio.

Lo Spirito rende efficace la predicazione

Ed è ancora l’azione dello Spirito a rendere efficace la predicazione. Scrive, a questo proposito, S. Agostino: “Non avete forse udito tutti questo sermone? Quanti usciranno di qui senza aver imparato nulla? Per quanto dipendeva da me, ho parlato a tutti; ma coloro … che non sono istruiti nel loro intimo dallo Spirito Santo se ne vanno senza frutto. Gli insegnamenti esteriori sono un aiuto, un invito a fare attenzione. Ma la cattedra di colui che istruisce i cuori sta nel cielo… Se colui che vi ha creati, riscattati, chiamati – lui che per la fede del suo Spirito abita in voi – non vi parla interiormente, le nostre parole risuonano invano” (3).
Per quanto riguarda la conoscenza di Dio si dà certamente una possibilità naturale di cogliere l’esistenza di Dio attraverso la ragione: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore” (4).

Conoscere Dio in modo vitale

Tuttavia per conoscere la natura di Dio è necessario che egli si riveli e ciò è accaduto pienamente in Cristo Gesù: “Dio nessuno l’ha visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (5). Ma l’unico che ci può convincere della verità di questa rivelazione è Lo Spirito Santo: “il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (6).
Lo Spirito conferisce quindi una conoscenza di Dio non meramente intellettuale, ma vitale, profonda; in questo processo di conoscenza è coinvolto l’uomo nella sua interezza. Non è molto lontano il tempo in cui alla fede come “sapere del cristiano” si dava una forte connotazione intellettuale. È stato soprattutto in coincidenza col Concilio ecumenico Vaticano II che, lasciando di concepire la fede solo come mera adesione intellettuale alle verità rivelate, si è riscoperta la fede come incontro vitale, personale con Cristo, capace di coinvolgere tutte le facoltà dell’uomo, sia la sua intelligenza sia il suo cuore. “La fede non è una cognizione distaccata, ma un sapere che stabilisce una relazione” (7).
Come ha sottolineato Yves Congar (8), non abbiamo alcuna immagine precisa che ci definisca e rappresenti lo Spirito, che, quindi, non ha volto, è come il vento che non si vede, ma di cui si percepiscono gli effetti. “Lo conosciamo dai suoi effetti” (9). “Tra tutti i suoi munifici doni è da esaltare quella grazia che ci fa giusti e ci suggella con il promesso Spirito Santo, pegno della nostra eredità (Ef 1,13). Essa unisce la nostra mente a Dio con il vincolo strettissimo dell’amore, perciò avviene che, accesi da ardente desiderio di pietà, iniziamo una nuova vita (2 Pt 1,4) e fatti partecipi della natura divina, ci diciamo e siamo in realtà figlioli di Dio (1 Gv 3,1)” (10).
Lo Spirito è la “caparra” che ci dona “già e non ancora” nella nostra vita terrena una qualche esperienza del cielo; l’esperienza della Provvidenza di Dio, l’esperienza della misericordia e del perdono di Dio per noi; l’esperienza dell’amore nuziale di Dio. Già ora, anche se non ancora con quella pienezza e definitività che caratterizza la beatitudine della vita in Dio dopo la morte.

Una felicità imperfetta

Tale irruzione dell’eterno nella vita del credente rappresenta qualcosa di molto simile a ciò che il mondo chiama felicità, con una profonda, radicale differenza. Il mondo greco, ai tempi in cui furono scritti i libri del Nuovo Testamento, usava il termine eudaimonía che indicava la felicità come il conseguimento da parte dell’uomo, attraverso il proprio sforzo, di quegli obiettivi da cui egli faceva dipendere la realizzazione delle proprie aspirazioni e del proprio essere. Questa è anche la concezione che oggi il mondo ha di felicità. In tutta la Scrittura (Nuovo Testamento e traduzione greca dei Settanta dell’Antico Testamento) non compare mai il termine eudaimonía.
“I primi cristiani non identificarono quanto ricevettero dall’attività di Gesù, la forza vitale e appagante da essa emanante, con quanto la grande tradizione della cultura antica indicava come eudaimonía” (11). Per i cristiani, infatti, la questione della felicità fu sempre concepita in riferimento alla trascendenza. L’esperienza felice a cui dà accesso la fede rappresenta, peraltro, una felicità imperfetta, che costituisce, qui e ora, un assaggio della felicità perfetta che ci attende al termine della nostra vita (12).

Lo Spirito Santo abilita anche alla vita morale proprio perché, come si è già detto, l’anima trova il suo diletto nel piacere a Dio e nel fare la sua volontà. Questo diletto diventerà il movente della volontà dell’uomo e l’oggetto della sua azione.

La porta stretta della Croce

Lo Spirito introduce poi nella sapienza della croce, abilita a fare delle sofferenze e delle umiliazioni che la vita presenta un atto d’amore, che si rivelerà capace di rendere leggero per noi il carico di Cristo. Chi si lascia abbracciare dallo Spirito alla propria croce farà esperienza dell’amore di Dio e scoprirà il grande arcano della vita, che, cioè, è proprio la croce la porta del cielo, contrariamente a quanto il nostro buon senso ci induce a credere. Ricordo e cito a memoria una leggenda del Medio-Oriente Antico che, più o meno, dice così: “Ci deve essere da qualche parte del mondo una porta capace di condurre in cielo, ma nessun essere umano è in grado di trovarla. La conoscono gli dei, forse qualche semidio l’ha trovata, ma essa rimane celata ai comuni mortali”. Si potrebbe dire che questa porta che conduce al cielo sia proprio la croce, la “porta stretta” del Vangelo, e che gli uomini non la trovino perché in coloro che la vedono genera spavento e orrore. Solo chi conosce l’arcano, il segreto di questa porta può provare a varcarne la soglia e fare la meravigliosa scoperta che il male e la morte si possono attraversare.

Nella Chiesa una comunione pneumatica

Lo Spirito costituisce poi la Chiesa, la comunità cristiana come comunione non psichica, ma pneumatica – per usare la nota espressione di Bonhoeffer – in cui persone differenti l’una dall’altra per età, censo, cultura, sesso ecc. fanno, in modo personale, la medesima esperienza di Cristo risorto, per avere accolto ed essersi affidate al medesimo annuncio del Vangelo. Se l’esperienza della fede è vissuta dal singolo come qualcosa di assolutamente soggettivo, la constatazione che la stessa esperienza si è verificata anche nei propri fratelli di fede ne garantisce l’oggettività, respingendo il sospetto di una sua natura allucinatoria, e fonda una comunione, che non si regge su “affinità elettive”, sul feeling, sulla comunanza di interessi umani, ma appunto sull’essersi insieme percepiti accolti, amati e perdonati dalla carità di Cristo. La Chiesa, riconoscendo questa esperienza del singolo, ne conferma quindi l’oggettività. Così pure l’esperienza soggettiva trova il riscontro della propria oggettività quando si inserisce naturaliter nel quadro del dogma cristiano, corrispondendovi senza negarlo.
Perché l’uomo possa fare esperienza dello Spirito nella propria vita e riconoscere la verità e la reale portata di quanto fin qui esposto, è necessario che s’impegni in un cammino di fede nella Chiesa, imparando a dar credito alla Parola di Dio per coglierne la verità nei fatti della propria vita.

sac. Giuseppe Tosca


NOTE

(1) M. Welker, Lo Spirito di Dio, Queriniana, Brescia 1995, p. 14
(2) Mt 12, 31 s: «Perciò io vi dico: Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro».
(3) S. Agostino, Commento alla Prima lettera di S. Giovanni, tr. III, 13 e IV, 1: PL 35.
(4) Sap 13,5
(5) Gv 1,18
(6) Gv 14, 26
(7) G. Cazzulani, Quelli che amano conoscono Dio – La teologia della spiritualità cristiana di Giovanni Moioli, Pubblicazione del Pontificio Seminario Lombardo in Roma, Ed. Glossa, Milano 2002, p. 55.
(8) Y. Congar, Credo nello Spirito Santo, Queriniana, Brescia 1999, p. 150.
(9) ibidem
(10) Catechismo del concilio di Trento (1545), Parte I, Articolo 8: Credo nello Spirito Santo
(11) J. Lauster, Dio e la felicità – la sorte della vita buona nel cristianesimo, Queriniana, Brescia 2006, p. 14.
(12) «La felicità è duplice: una imperfetta, che si ha in questa vita; e una perfetta, che consiste nella visione di Dio» (S. Tommaso d’Aquino, Sth I-II,4,5) in op. cit. p. 71.

Articolo pubblicato a pag. 12 dell’edizione di venerdì 13 maggio 2016

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