22 Ottobre 2015

«Sosta Forzata» in stampa per il Festival del diritto

“Sosta Forzata” in stampa
per il Festival del diritto

Interviene Carla Chiappini, direttrice della rivista ora edita da “Verso Itaca Onlus”

Esce “Sosta Forzata” per il Festival del Diritto, per non mancare un appuntamento ormai tradizionale, per abbracciare i suoi lettori. Pochi o tanti non ha importanza. Tutti cari e preziosi. Perché, non è superfluo ricordarlo, per noi giornalisti i lettori sono specchio e senso. Coscienza critica e amici, i destinatari ultimi di un impegno.
Certo che in questi quattordici anni di redazione in carcere e in undici anni di vita della nostra testata, l’attenzione e il lavoro si sono sviluppati su due fronti: le persone dentro, chiuse e isolate e il mondo fuori impossibilitato a capire. Forse anche indifferente, non so. Questo doppio sguardo è stato la nostra bussola, la chiave di lettura più corretta e veritiera.
Credo di non aver mai dimenticato, da dentro, le persone fuori, le loro paure e sensibilità. E se qualche volta ho sbagliato, non è stato per trascuratezza o sciatteria ne sono certa. Magari piuttosto per un’errata valutazione.

L’associazione “Verso Itaca Onlus”

Esce “Sosta Forzata” dopo tanti mesi di silenzio e di sospensione dolorosi e inattesi ma, credo, utili per ripulire lo sguardo, per riflettere, forse anche per riposare.
Esce con un nuovo editore: l’associazione “Verso Itaca Onlus” che raccoglie il testimone e riparte con un tema, il Futuro, che non poteva non interrogarci per svariati motivi.
Innanzitutto il futuro dell’esecuzione penale nel nostro Paese che sta cambiando, che propone nuovi strumenti come la “messa alla prova”, l’idea di una giustizia “riparativa” che non vuole separare ma piuttosto ricucire i legami spezzati dal reato, una rivoluzione culturale che non può essere lontana dalla gente e dai cittadini. Ha piuttosto bisogno di essere conosciuta e discussa: la inseguiamo da tanti anni, ora abbiamo voglia di conoscerla da vicino, nelle sue implicazioni pratiche.

Il futuro delle persone

E poi il futuro delle persone recluse, delle loro famiglie, un futuro così complesso da ricostruire dopo la separazione traumatica del carcere. Proprio l’altro giorno, ricevo un sms dalla moglie di un uomo che è stato per diverso tempo detenuto nel carcere di Piacenza. Ora è tornato a casa e la sua compagna mi scrive: – … È stato un rientro un po’ burrascoso. Ora ci stiamo riassestando. Un abbraccio forte. –
Il futuro dopo il carcere non assomiglia ai sogni e alle speranze dei detenuti. Quasi mai, direi per conservarmi un piccolo margine di possibilità.
Quello che ho potuto vedere in questi lunghi anni che hanno segnato la mia esperienza umana e professionale, è stato un contraccolpo, un risveglio, una fatica. I più fortunati, quelli che hanno il lavoro e la casa, quelli che hanno radici da qualche parte e non rischiano di essere espulsi – magari dopo cinque, sei anni di reclusione – molto spesso si trovano a dover ricostruire non solo le relazioni tenute in piedi dall’emergenza del carcere ma anche un’idea di sé molto vacillante e problematica.

“Non fatevi illusioni, armatevi di pazienza!”

Mi sono sempre chiesta – e sinceramente non ho ancora trovato risposta – se sia più sano da un punto di vista proprio pedagogico dimenticare il tempo e i giorni della prigione o guardarli in faccia, farne tesoro.
Ricordare o rimuovere? Non è facile sapere. Dentro di me trovo infinite contraddizioni; mi capita spesso di desiderare di sparire dalla vita di queste persone, di essere messa in un angolo insieme alla sofferenza, alle umiliazioni, alla rabbia e tuttavia spero anche che qualcosa di buono rimanga del lavoro fatto insieme. Magari le parole che hanno scritto, i pensieri più intimi e profondi, i buoni propositi. 
Ecco vorrei collegare il futuro con i buoni propositi, agganciarli, tenerli insieme. Ma non è cosa facile. Quante cadute e ricadute abbiamo conosciuto! Alcune del tutto inattese. 
A tratti mi rivedo con Brunello Buonocore, nella nostra solita aula 13 – mi pare di ricordare. Ci siamo noi che cerchiamo di spiegare, di mettere in guardia, di rendere più problematica la libertà: – Guardate che fuori è difficile, i figli sono cresciuti, le compagne sono stanche, sfibrate dalla solitudine, dalle corse per non mancare ai colloqui … E il lavoro, ce n’è poco per tutti. Non fatevi eccessive illusioni, armatevi di pazienza! -. Poi ci dispiaceva. In carcere non c’è niente di niente; ha senso far cadere a terra anche i sogni? 
E così non sappiamo ancora se il nostro giornale tornerà dentro ma noi non ce l’abbiamo fatta a rimuovere le storie e le persone. I nomi sì, non li ricordiamo certamente tutti ma i visi, le parole, come dimenticare? Il turco, per esempio, intelligente, acuto che faceva finta di essere semplice, un po’ tonto perché: – Carla qui dentro è meglio fare così, far finta di non capire! – Oppure Lebbi colto e ironico; vive in Francia, si è sposato e ha pure una figlia; conservava una copia del giornale, ha scritto una mail in un italiano un po’ scombinato ma pieno di affetto. Mi raccomanda di salutare un’ispettrice; se riuscirò a vederla, non mancherò. E poi i più giovani come Jamal e Kosti e i più anziani come Enrico e Gianfranco. 
Tutto questo è un giornale in carcere; un lavoro di relazione ancor più che di redazione, difficile ma ricco e appassionante.

Carla Chiappini,
direttrice di “Sosta Forzata”

Articolo pubblicato sull’edizione di venerdì 25 settembre 2015

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