13 Ottobre 2015

«Quella primavera ora è autunno»

“Quella primavera
ora è autunno”

Cristiani in fuga dal Medio Oriente.
Il siriano Samaan Daoud: l’islam non conosce la democrazia,
ma cerca il potere forte del califfo.
Dietro all’enorme massa dei profughi, c’è una strategia della Turchia
che vuole mettere in ginocchio l’Europa

— Samaan Daoud da tempo lei è conosciuto dai piacentini. Che cos’ha lasciato in Siria?
Tutto. I parenti, le nostre cose… In Italia sono arrivato con mia moglie e i miei due figli il 6 settembre con il visto turistico. Ora siamo in attesa di una risposta per la richiesta di asilo.

— Com’è Damasco oggi?
La situazione è grave. Il giorno in cui siamo partiti è arrivata una tempesta di sabbia e i ribelli, sfruttando la mancanza di visibilità, hanno conquistato un aeroporto militare. Un missile ha ucciso in una zona vicino a noi 15 persone. Sono state bruciate tante macchine. Ad Aleppo sono state uccise vicino alla chiesa francescana sei persone.

— Da che cosa è nato il conflitto in Siria?
Tutto è partito da un’analisi sbagliata del mondo arabo da parte dell’Occidente. Si è deciso di appoggiare le varie forme di “Primavera araba” che in pratica hanno portato a un autunno che non finisce mai. Il risultato di tutto ciò è apparso chiaro in Tunisia: con la caduta del Presidente, sono arrivati i Fratelli Musulmani. Il vuoto viene riempito da persone che non credono nella democrazia. E l’islam non crede nella democrazia.

— Ne è sicuro?
Il concetto di democrazia non esiste nella loro cultura religiosa. L’islam vuole il califfo, l’emiro, il comandante sia sul piano religioso che politico. In Siria l’Occidente voleva la caduta del presidente Asad. Ora invece dice: non è bene che Asad se ne vada ora. Si è capito che al suo posto arriverebbe il caos. Lo si è già visto in Libia, che è diventata una fabbrica del fanatismo.
La maggioranza degli stranieri che in Siria combattono con l’Isis è costitutita da tunisini, libici, sauditi ed egiziani, per non parlare di ceceni e afghani. E infine, si sono aggregati parecchi europei, fra cui 87 italiani: si tratta per lo più di immigrati islamici di seconda generazione. Sono nati in Italia, hanno il passaporto italiano, ma non si sono integrati.
Mi chiedo: quante migliaia di musulmani stanno arrivando ora con l’emigrazione? Da certe aree di provenienza, i musulmani sono addirittura il 96% degli arrivi; di questi, la maggior parte sono sunniti. Se l’Arabia Saudita volesse, potrebbe dire alla Germania: ecco i soldi per costruire 200 moschee! Sarebbe una vera e propria invasione religiosa. Grazie alla democrazia che c’è in Europa, forse in futuro il potere sarà preso da esponenti musulmani che potrebbero anche applicare la legge coranica imponendola alla società. Fra 25 anni probabilmente avremo la Repubblica Islamica di Francia…

— Lei che cosa suggerisce?
Bisogna avere un pugno ricoperto di velluto. E dire: “sì, potete venire, ma rispettate le nostre regole”. E bisogna essere severi nel farle applicare. Un esempio: “vuoi vivere qui? Bene, ma non puoi indossare il burqa. Lo vuoi indossare lo stesso? Allora vai da un’altra parte”. Vanno controllate anche le prediche in arabo degli imam nelle moschee. Un prete non può dire quello che vuole e parlare oggi in favore delle Crociate. Lo stesso controllo va esercitato per gli imam.

— Come legge l’arrivo massiccio di profughi in Occidente?
Dietro c’è un piano orchestrato dalla Turchia che vuole mettere in ginocchio l’Europa, la quale si è opposta alla creazine al confine tra Turchia e Siria di una zona protetta di almeno 50 km in cui accogliere i profughi. L’Europa ha detto no perchè in quel modo i turchi avrebbero avuto via libera per entrare in Siria e combattere i curdi che sono al Nord del Paese. Al Nord Est della Siria, poi, c’è ancora una presenza cristiana di siriaci e armeni. L’Europa è preoccupata per il neo-ottomanesimo espansivo di Erdogan che è una base di sviluppo per i Fratelli Musulmani. Da parte sua la Turchia ha risposto così: “Non volete creare questa striscia umanitaria? Bene, vi mandiamo i profughi”. Poi, ha aperto le frontiere verso la Grecia. La guerra in Siria c’è da quattro anni e mezzo. Come mai solo da tre mesi i profughi arrivano in massa in Europa?

— Ma allora, secondo lei, non sarebbe giusto accogliere i profughi come invita a fare il Papa?
Vanno accolti, certo. Il Papa richiama profonde ragioni umanitarie. Ma l’accoglienza va pensata. Quando la Siria si sistemerà, io desidero tornare a casa. Molti stranieri invece hanno strappato il loro passaporto e si spacciano per siriani per entrare liberamente in Europa.

— Pensa che ci sia un piano per dominare l’Europa?
In Europa la crescita demografica è molto bassa, i musulmani fanno molti figli. Non bisogna permettere che domani comandino. La Germania ha fatto la scelta di accogliere i siriani. Perchè l’Italia, con la sua tradizione cattolica, non sceglie di accogliere i fratelli della stessa fede? I musulmani quando raccolgono la decima la danno solo agli altri musulmani, non la danno ai cristiani che hanno bisogno.

— Qual è la situazione dei cristiani in Siria?
Siamo l’anello più debole come altre minoranze. L’Occidente si sente incapace davanti al fanatismo che riceve anche aiuti dai sauditi. Domenica una donna cristiana è stata fatta prigioniera dall’Isis. Verrà stuprata e usata come una schiava. Per chi l’ha catturata, tutto questo è secondo il Corano!

— C’è però anche un islam moderato…
Bisogna che gli intellettuali musulmani si accordino per approvare un vero insegnamento, occorre una riforma interna all’islam. L’Arabia ha sulla sua bandiera una spada; non vuol forse dire: conquisteremo il mondo con la spada? L’Egitto, che in lingua antica significa “copto”, è stato conquistato con la spada, così anche Damasco. Hanno usato la spada, non l’amore. Dirò una cattiveria: ogni musulmano ha un piccolo Isis nel suo cuore.

— Lei da che cosa è attratto nel Vangelo?
Vuol parlarmi del perdono? Non mi faccia oggi questa domanda perchè non sono in grado di dare una risposta. Gesù sulla Croce ha detto: “Padre, perdonali”. La riconciliazione però è un cammino da vivere nel tempo…

Davide Maloberti

Parla la responsabile generale delle Piccole Sorelle di Gesù
“Un giorno un prete mi ha chiesto:
sei disposta a dare la vita per Cristo?”

(d. m.) La vocazione di Maria Bruna Ferrari, una ragazza di Paratico, a pochi km dal lago d’Iseo, è sbocciata quando don Dino Foglio, sacerdote bresciano, morto nel 2006, padre di tante vocazioni, in un ritiro a Lozio, in Val Camonica, una sera disse: “siete disposti a dare la vita per Cristo?”. E poi aggiunse: “siete disposti a dare la vita fisica per Cristo?”. “Quelle parole – racconta oggi – hanno indirizzato la mia vita. Non mi lasciavano in pace e mi spingevano a una scelta radicale”.

Maria Bruna decide di entrare tra le “Piccole Sorelle di Gesù”. La congregazione, fondata da Piccola Sorella Magdeleine nel 1939, è nata in Algeria e si rifà alla spiritualità di Charles de Foucauld. Lei parte per Roma e nell’82 per il noviziato con il nome di suor Maria Chiara è in Palestina. “Sono rimasta in Oriente per 29 anni, prima tra Betlemme, Gerusalemme, Gaza e Ramallah, poi in Siria, Libano, Giordania, Egitto e Iraq e nei Paesi del Nord Africa: Algeria, Tunisia, Libia a Marocco”. “Il mio primo impatto – spiega la religiosa che ora è responsabile generale delle Piccole Sorelle – è stato con l’islam palestinese, un islam di vicinanza, fatto di relazioni quotidiane. Ma oggi in Medio Oriente – aggiunge – la vita non è facile. I rischi ci sono sempre stati, anche stando semplicemente in casa. Le suore rischiano insieme a tutti gli altri. La nostra, infatti, è una testimonianza nascosta, vissuta in una relazione di amicizia e di rispetto con le diversi fedi e culture. Questa è la nostra missione: siamo nate nel mondo islamico, in Algeria, e siamo segnate da questa forma di vita insieme con i musulmani”.

Qualcosa però è cambiato, è evidente. “Stiamo attraversando un tempo molto conflittuale, con grandi difficoltà per i cristiani. L’apertura al dialogo con l’altro, quell’altro che mi fa del male, richiede eroismo. Come i cristiani del luogo, noi ce ne andiamo solo quando siamo schiacciati. In Iraq abbiamo dovuto chiudere due comunità, ma siamo ancora presenti ad Aleppo e Damasco, malgrado la guerra e la situazione durissima. Ed è proprio la relazione quotidiana che sta diventando difficile. A Mosul abbiamo dovuto fuggire con tutti gli altri”.
“Per i cristiani del luogo – aggiunge – superare questa invasione, questo attacco, questo tradimento, richiede tempo, coraggio e molta fede. Ci sono, però, esempi bellissimi di gente di tutti i giorni che manifesta la sua fede in Gesù perdonando i massacri, la perdita della casa, l’esilio forzato. Noi non sappiamo che cosa sarà di queste comunità, forse saranno anche spazzate via, ma la loro fede stimola e sostiene la nostra fede”.

Servizio pubblicato sull’edizione di venerdì 25 settembre 2015

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