«Il Sinodo non è un referendum sulla comunione ai divorziati risposati»
«Il Sinodo non è un referendum
sulla comunione
ai divorziati risposati»
Mons. Enrico Solmi, presidente Commissione Cei per la pastorale familiare:
il cuore è rimettere la famiglia al posto che le spetta nella Chiesa.
La prassi ortodossa sulle seconde nozze? Si rischia una mentalità divorzista.
Meglio la via del discernimento indicata dalla Familiaris Consortio
“A leggere i giornali il Sinodo sembra un referendum sulla comunione ai divorziati risposati. Non è così. Il cuore del Sinodo è altro: è riconoscere il posto che la famiglia ha nella Chiesa e mettersi in ascolto delle forme di evangelizzazione uniche di cui è portatrice”. Mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, presidente della Commissione permanente per la famiglia e la vita della Cei, è tra i padri sinodali che saranno a Roma dal 4 al 25 ottobre per il Sinodo ordinario sulla famiglia “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Ha pubblicato per le edizioni San Paolo “Il disegno di Dio su matrimonio e famiglia. Uno sguardo al Magistero della Chiesa”, prima uscita di una collana che ha debuttato alla vigilia del Sinodo. La presentazione è stata occasione per una conversazione-intervista a cura del giornalista Matteo Billi il 25 settembre in Vescovado a Parma. Ne proponiamo alcuni passaggi.
— La Chiesa – si obietta – produce tanti documenti che leggono in pochi esperti. Lei invece scrive che “la conoscenza del Magistero è essenziale per la trasmissione e l’annuncio del Vangelo del matrimonio”.
Ho sempre in mente un episodio: da poco ero stato nominato vescovo e una mattina, mentre mi stavo rasando, a una radio nazionale sento dire da un sedicente esperto che per la Chiesa l’unico valore che ha l’atto coniugale è quello procreativo. Ho subito preso il telefono e ho chiamato in trasmissione per spiegare che non è così. Il Magistero della Chiesa è un tesoro prezioso, ma spesso non è conosciuto, così si critica quello che la Chiesa non ha mai detto e si ritiene nuovo quel che la Chiesa dice da sempre.
— Come aiutare allora a conoscere meglio questo tesoro?
Sarebbe sufficiente leggere i pochi numeri che il Concilio dedica alla famiglia; sono numeri in cui è impresso il percorso di secoli e che possono aiutare a uscire dai luoghi comuni e dai facili moralismi. Se c’è una cosa che il Magistero non trasmette è un insegnamento morale che non abbia alle spalle una radice.
Da novità a problema
— In una recente intervista ad Avvenire ha dichiarato che la famiglia è considerata un problema, anche “nella” e “per” la Chiesa. Potrà il Sinodo raddrizzare la rotta?
Nel dopo Concilio parlare di “coppia” e “famiglia” era una novità: da quest’attenzione sono nati, negli anni ’70, cammini belli, un vero e proprio filone di spiritualità familiare. Dalla novità ora siamo passati al problema. È vero: c’è una crisi diffusa, ma l’accento esclusivo sulla fragilità non permette di cogliere le potenzialità della presenza della famiglia nella Chiesa con un dono suo proprio. Si rischia così di finire in un nulla pastorale. Il Sinodo vuole rimettere a posto le cose. Il tema è infatti l’identità e la missione della famiglia per l’evangelizzazione.
— Al Sinodo parteciperanno anche 18 coppie di sposi e il 18 ottobre saranno proclamati santi Luigi e Zélia Martin, i genitori di S. Teresa di Lisieuex. La santità insomma passa anche per le nostre famiglie.
Il Magistero della Chiesa nell’ultimo secolo è stato sollecitato dall’esperienza di sposi che hanno colto in un momento particolarmente fecondo della storia della Chiesa – penso al rinnovamento biblico-liturgico e alla valorizzazione del laicato – come la via del matrimonio sia via di santità. Ognuno diventa santo nella propria condizione, avendo come fonte comune il Battesimo e come foce comune l’incontro con Dio.
— Nella “Casti Connubii” del 1930 Pio XI fa riferimento per la prima volta alla preparazione al matrimonio.
La “Casti Connubii” e, tornando indietro al 1880, la “Arcanum Divinae Sapientiae” di Leone XIII – in cui si parla per la prima volta di “amore” – dicono una forte preoccupazione della Chiesa per il “fare famiglia”. Ne è prova anche l’abbondanza di oleografie di fine ‘800 della Sacra Famiglia che sono custodite nelle nostre sacrestie.
Come testimoniamo il “per sempre”?
— La formula del “corso” è ancora adatta?
Uno dei punti essenziali del Sinodo è quello di proporre a chi vuole celebrare il sacramento del matrimonio un percorso continuo, un itinerario di fede che possa “spalmarsi” su un anno liturgico. Non significa fare tanti incontri. Significa aiutare, soprattutto chi è “al di fuori” del circuito della parrocchia, a fare un’esperienza di Chiesa e di incontro con il mistero di Cristo, che porta a conoscere quanto il Signore vuole offrire a una coppia di sposi che saranno chiamati a celebrare il loro sacramento.
— Quindi non più, come si sente dire a volte, vado a prendere il “diploma” dal prete?
Più che altro questo lo dicono i preti… L’esperienza insegna che se le cose son fatte bene, i giovani alla fine sono contenti. Credo che quella per i fidanzati sia una delle occasioni meglio riuscite della Chiesa in quella sfida, a volte apparentemente persa, che è la catechesi degli adulti.
— I giovani faticano a fare famiglia solo per la paura del “per sempre”? O c’è altro?
Tendiamo ad avere una lettura delle problematiche segnata dalla situazione occidentale. Ma i padri sinodali – penso a quelli africani – hanno portato esperienze diverse: il desiderio dei giovani di sposarsi è forte, ma una serie di condizioni frenano sui bisogni primari la realizzazione di questo progetto, come la guerra e la povertà. C’è da interrogarsi su questa globalizzazione del procrastinarsi del matrimonio.
Tornando al nostro contesto, prima del “per sempre” c’è il domani, che sembra precluso. Il Rapporto Toniolo 2014 sulla condizione giovanile a cura dell’Università Cattolica rileva un’attesa sulla famiglia e sul desiderio di avere figli, magari più di uno. Ma in Italia la disoccupazione giovanile è al 40%, in Emilia Romagna al 20%. Sono dati preoccupanti.
Detto questo, occorre anche mostrare che il “per sempre”, che può far paura – se prendiamo una coppia sui trent’anni vuol dire prospettare cinquant’anni di vita insieme, cosa che all’inizio del secolo scorso era impensabile – va letto come un insieme di oggi, in cui la spinta a volersi bene non decade come un prodotto che va verso la scadenza, ma si può arricchire e affinare. Questo discorso, se è sostenuto dalla testimonianza di vita degli sposi e arricchito da motivazioni serie, non solo è ascoltato dai giovani, ma atteso. La domanda allora dovrebbe essere ribaltata alla Chiesa e alle generazioni che hanno figli giovani: come finora abbiamo proposto il “per sempre”? Se dovessi fissare i temi principali del Sinodo, uno senz’altro è questo continuum verso il matrimonio. Questo lavoro però non possiamo farlo noi preti, dobbiamo farlo come comunità.
Le famiglie ferite
— E gli altri temi?
Rimettere la famiglia al posto che le spetta nella Chiesa. Ritenere che non c’è nessun luogo relazionale – e parlo anche di due persone con tendenze omosessuali o di situazioni familiari ricomposte – in cui i cristiani non siano chiamati a essere presenti. Se, finito il Sinodo, riteniamo che la Chiesa siano ancora i preti, le suore e pochi altri, abbiamo ammazzato il Sinodo e ci siamo preclusi il futuro della vicinanza con e per le famiglie.
— A proposito di famiglie ferite, nel libro cita la prassi della “oikonomia” nella Chiesa ortodossa greca: pur permanendo la validità del primo matrimonio, il vincolo è sciolto e si possono celebrare nuove nozze che non sono sacramento. È la strada da percorrere?
La prassi della “oikonomia” – in estrema sintesi, Dio in questa casa, “oikos”, vede la debolezza dei suoi figli, pertanto dopo il primo matrimonio celebrato come un sacramento si consente la celebrazione di seconde o terze nozze che non sono sacramentali ma nelle quali è possibile, ricevendo l’eucaristia, il sacramento della penitenza – è molto complessa e anche diversi padri orientali sostengono che rischia di diventare una specie di “divorzio breve”. Sarà oggetto di studio. Io sottolinerei di più la via suggerita in Familiaris Consortio al numero 84, il documento del 1981 uscito dal primo Sinodo sulla famiglia. Si parla di diverse situazioni nelle quali può avvenire la separazione, il divorzio e il ricomporsi di nuove famiglie, situazioni che devono avere una cura particolare da parte della Chiesa.
Io – e con me altri – propongo una via di discernimento su queste situazioni di rottura, un accompagnamento per vedere quale è stata la causa, l’esito, cosa si è prodotto, se non ci sono situazioni che denunciano una nullità del precedente matrimonio. Il passo ulteriore – ovvero consentire la comunione eucaristica e il sacramento della penitenza – io dico: è il passo che spetta al Papa.
Articolo pubblicato sull’edizione di venerdì 2 ottobre 2015
