22 Settembre 2015

Europa e Africa: un destino comune

EMERGENZA PROFUGHI/ L’analisi di Riccardi: “O vivremo insieme o moriremo insieme”

Europa e Africa: un destino comune

“L’Africa ha un comune destino con noi: vivremo insieme o periremo inseme”. Era il 2007 e nel meeting di Stoccarda “Insieme per l’Europa” promosso dal Movimento dei Focolari il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, docente di storia contemporanea all’Università di Roma Tre, ad una platea ecumenica composta da cristiani delle diverse confessioni rilanciava la necessità, per un’Europa unita che voglia davvero essere fedele alla sua vocazione originaria, di alzare il livello di attenzione politico nei confronti del grande vicino, “l’Africa delle guerre, dei 30 milioni di sieropositivi sui 42 milioni nel mondo, dove più di due terzi sono esclusi dal benessere”.
E concludeva, richiamando il sogno dell’Eurafrica del senegalese Senghor (studi in Francia, consigliere del governo De Gaulle, membro dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa nei primi anni Sessanta, poi primo presidente eletto del suo Paese): “L’Europa si unirà di più, nella misura in cui saprà vivere con l’Africa”.

“Il Sud del mondo si è messo in movimento”

Parole che sembrano confermate dalla disunione che oggi segna le relazioni tra gli Stati dell’Unione Europea nella politica di gestione e accoglienza dei milioni di profughi in arrivo sulle nostre coste. Nessun accordo sulle quote da ospitare nei rispettivi territori. Muri e fili spinati eretti a difesa delle frontiere. “Non è questa la logica di un’Europa civile!”, tuona il presidente della Cei card. Angelo Bagnasco, a margine dell’incontro che ha visto riuniti a Gerusalemme i vescovi europei (era presente come vicepresidente della Comece anche mons. Gianni Ambrosio).
“Inutile che si aspetti in Europa che questo fenomeno si dissolva – aggiunge il cardinale di Genova -.
Il Sud del mondo si è messo in movimento verso uno spiraglio di vita migliore e nessuno lo fermerà. Per questo vado ripetendo che non solo l’Europa deve muoversi – e si è mossa molto tardi -. Ricordiamo che l’Italia è stata la prima che si è mobilitata, con grande generosità, e meglio che ha potuto. Ma anche l’Onu deve prendere seriamente in considerazione il fenomeno a livello internazionale”.

In Veneto il legno che viene dal Congo

“L’Onu con l’Unione Africana e l’Ue dovrebbero intervenute nel caos della Libia e di altri Stati africani dove c’è dittatura. Penso che tutti accettino aiuti per creare infrastrutture che diano un lavoro e un minimo di benessere agli abitanti di un paese africano. Nel mio piccolo, infimo paese, una scuola di formazione ai mestieri di muratore, falegname, elettricista, cuoco e cameriere di hotel ha dato buoni frutti”.
Padre Luigi Vitella, saveriano, è nel piccolissimo Burundi dal 1971. Nella capitale Bujumbura ha fondato la parrocchia di Kamenge e porta avanti una rete di sostegno a tremila orfani inseriti in famiglie locali, che sono sollecitate a riunirsi in associazione e a promuovere attività – chi l’allevamento, chi l’agricoltura, chi la lavorazione dei tessuti – per l’autosostentamento. Padre Vitella non nasconde che l’esodo di migranti in atto è “un fenomeno epocale e di dimensioni tali da sconvolgere tutti, anche noi qui dell’Africa centrale, e da provocare sentimenti istintivi di difesa da parte degli abitanti dell’Europa”, ci dice, dalla sua parrocchia di Bujumbura. Ma – avverte – “l’invasione degli africani o degli abitanti del Medioriente è un’invasione di disperati che cercano di sopravvivere alla morte”. Se guardiamo a monte di questa migrazione di massa – annota il saveriano – non si può non riscontrare le responsabilità dei Paesi sviluppati che “non hanno promosso la cultura, le scuole, e in particolare le scuole professionali, negli Stati africani”. Senza contare che tante dittature “sono nate e sono state sostenute, per i propri vantaggi, dai Paesi occidentali, Usa compresi”.
Padre Vitella fa l’esempio del suo Burundi, incastonato tra Tanzania, Repubblica Democratica del Congo e Rwanda, in tutto 27mila e 800 chilometri quadrati, poco più della Sicilia: “Chi ha colonizzato il Burundi ha favorito un’etnia sull’altra, provocando guerre a non finire”.
Ma se il colonialismo è formalmente concluso da un pezzo, non lo è lo sfruttamento delle ricchezze del suolo e del sottosuolo. “Il colonialismo è ora di vari colori: giallo, nero, bianco – denuncia padre Vitella -. Nessun Paese dell’Occidente e dell’Oriente viene in Africa con sentimenti umanitari: se viene, è per interesse. Quest’estate in un paesino dell’Italia del Nord, in una modesta falegnameria, ho visto assi di legno di sei metri, spessore 20 centimetri, provenienti dal Congo e pagate a prezzo irrisorio. Lo stesso si dica per i minerali preziosi, per ultimo il coltan che serve per i telefonini: esportazioni di enormi quantità a prezzi ridicoli”.

Salvare l’Africa con l’Africa

“Salvare l’Africa con l’Africa”: alla metà dell’Ottocento, quando si credeva che gli africani fossero esseri umani di serie B o addirittura senz’anima, ci voleva un bel coraggio a darsi questo obiettivo. San Daniele Comboni, e oggi le suore e i preti che ne portano avanti il carisma, lavorano – in un Continente stretto tra giochi di poteri e incapacità della classe dirigente – per rendere le persone, là dove vivono, protagoniste del loro presente.
Per il futuro – avverte padre Gianni Nobili, in missione a Dondi, in Congo, con il piacentino padre Romano Segalini – ci vuole tempo e pazienza. “Cerchiamo di dare speranza in un’area dove lo Stato non esiste o è corrotto, dove la scuola costa, la sanità è per pochi”, spiegava padre Gianni, una vita tra Kenya e Congo, intervenendo a Podenzano alla festa missionaria a fine agosto. “Ma non vogliamo sostituirci alla gente: bisogna condividere la vita con loro, rispettare i tempi dell’Africa, e per questo ci vuole pazienza, pazienza, pazienza”.

Barbara Sartori

“Se sei donna, sei più vulnerabile”

Alla Protezione della Giovane sono accolte dodici giovani richiedenti asilo da Nigeria, Congo, Gambia.
“Hanno subìto 
violenze, l’aspetto educativo è il punto centrale e più faticoso”

(bs) “Avete dei progetti per il futuro?”. Silenzio. “A job. Un lavoro”. “Yes, a job”, ripetono una dopo l’altra, come in una litania. “Quale?”. Altro silenzio. “Pulizie”, attacca una. “Io nel mio Paese facevo le treccine. Ero brava”. “Anche io”. “Io voglio studiare e diventare un’infermiera”.
C’è chi è a Piacenza da undici mesi, comincia a mettere insieme qualche discorso in italiano e a sognare in grande, anche se ha imparato a scrivere e leggere qui. Chi invece come unico desiderio ha quello di uscire e iniziare una nuova vita, “a new life” – e ti sottolinea il concetto con un gesto netto della mano – ma come, in concreto, pare un aspetto secondario.
Essere profughi, visto dalle donne. Alla Protezione della Giovane sono ospitate dodici ragazze provenienti da Nigeria, Gambia, Congo. La più giovane ha 22 anni, la più vecchia 28. Una è incinta di otto mesi e non parla che il suo dialetto; grandi sorrisi e gesti sono il solo modo per comunicare. Per tutte, c’è la difficoltà di un gap d’istruzione che somiglia a una voragine se le metti a confronto con le loro coetanee italiane. “Scrivere? Leggere? No no – scuotono la testa -. Da noi non è importante per le donne andare a scuola”.
L’inferno della Libia
Parli con delle giovani donne che ti si accalcano intorno, chiedendo l’attenzione che forse mai hanno avuto davvero finora. Sono confusionarie, chiacchierone. È quasi come trovarsi in una classe di bambini. E, per certi aspetti, ancora di bambine si tratta, nonostante abbiano già un passato pesante con cui fare i conti.
Sui motivi per cui hanno lasciato i loro villaggi – solo due vengono dalla città, le altre da zone rurali – hanno una sola parola: “disperazione”. Ma c’è pure chi scappa dalle zone dei Boko Haram. O dalla pratica barbara delle mutilazioni genitali. Sono arrivate in Libia con l’intenzione di salpare per l’Italia. Che fosse così terribile, però, la Libia, non se l’aspettavano. Parlano di violenza, di paura continua di essere stuprate. Fanno il nome di un gruppo “specializzato” in questo tipo di attività. Anche andare per strada è pericoloso: si rischia di essere picchiate solo per via della pelle più scura.
Sono rimaste chi tre, chi cinque, chi otto mesi in Libia. Una sola ci viveva da quattro anni. La mamma morta di parto, il papà sparito chissà dove, una signora anziana a crescerla e poi – per via che in due non c’era abbastanza da mangiare – affidata, diciamo così, a un uomo che la porta nel nord. Fa la domestica in una famiglia, fino allo scoppio della rivoluzione.
In comune, hanno che sono approdate in Italia tutte sui gommoni. Nella traversata hanno subìto altre violenze.

Una scelta impegnativa

“È l’aspetto educativo quello più faticoso e delicato: non hanno consapevolezza della loro dignità di donne. Sono sempre state trattate come oggetti di piacere o «strumenti» da lavoro. Il loro essere donna le rende ancor più vulnerabili anche nella situazione di profughe, il rischio è che finiscano nel giro della tratta”, commenta Giuseppina Schiavi, presidente dell’Acisjf, Associazione cattolica internazionale al Servizio della Giovane, che le segue insieme alle due suore congolesi della congregazione di Nostra Signora di Matadi e a un gruppo di volontarie.
A Piacenza dal 1928, la Protezione della Giovane è nata per offrire ospitalità a donne che lasciano la loro casa per venire a studiare o lavorare nella nostra provincia, garantendo un ambiente familiare. “Di fronte all’arrivo di tante richiedenti asilo, abbiamo fatto questa scelta consapevoli che l’accoglienza risponde alla nostra vocazione. E l’abbiamo fatta anche se è una scelta scomoda, impegnativa. Non potevamo restare indifferenti al dramma di queste donne”, spiega Giuseppina.
Impegnativa non solo per via del report giornaliero da inviare in Prefettura entro le 8.30 del mattino per segnalare eventuali problematiche. È lei ad accompagnarle in Questura e negli altri uffici per il disbrigo delle pratiche previste nella prima fase dell’accoglienza dello Sprar (Sistema protezione richiedenti asilo e rifiugiati).
Un tetto sulla testa, vitto, ma soprattutto il lavoro educativo – come richiesto espressamente agli enti gestori dalla convenzione – per spiegare come funziona il nostro ordinamento, le leggi, le tradizioni, come orientarsi sul territorio, aver cura di sé e dei propri oggetti. “Queste ragazze vengono da contesti in cui anagrafe e documenti non sanno nemmeno cosa sono”, fa notare Giuseppina. Immaginiamoci far capire cos’è una Questura, una Prefettura.

Educare alla cittadinanza

“Oltre all’educazione alla cittadinanza, facciamo anche lezioni di geografia e di italiano, in attesa che a metà ottobre ripartano i corsi di lingua per gli adulti. Si occupano della pulizia delle loro camere e il cibo se lo preparano da sole perché non riescono ad abituarsi al nostro modo di mangiare. Abbiamo introdotto qualcosa – pasta, pizza, sugo di pomodoro – ma preferiscono il riso, e un riso particolare, che cambia a seconda delle nazionalità. Abbiamo notato che cucinarsi il «loro» cibo è una forma di sicurezza. Il rispetto degli orari è un altro aspetto critico su cui stiamo lavorando”, continua Giuseppina, che le ragazze chiamano “Ma” e nei confronti delle quali si trova a comportarsi anche da mamma.
“Stanno imparando a gestire il «pocket money» (i 2,50 euro giornalieri previsti dalla convenzione, cui si aggiungono 15 euro una tantum di ricarica telefonica per chiamare casa, ndr). Ma qualcuna non sa riconoscere i soldi: in campagna si va avanti per lo più ancora con il baratto”.

Chi ha i figli a casa

Alcune hanno figli nel loro Paese. “Quel che avanzo del mio pocket money lo metto da parte e lo mando a casa, così le mie gemelle possono andare a scuola”, ci dice una ragazza del Gambia. Il papà delle bimbe non dà aiuto; l’istruzione è a pagamento. “Voglio per loro quel che non ho avuto io”.

E Vittorione tuonava:
“un giorno questi popoli poveri verranno qui”

Il fondatore di Africa Mission nel 1985 metteva in guardia l’Europa, godereccia Terra Promessa.
“Non si può aiutare l’Africa senza convertirci noi”

(bs) “Esiste la terra promessa! Noi abbiamo tutto, dal pane all’acqua minerale, abbiamo ogni ben di Dio e nel nostro benessere noi sciupiamo moltissimo. Ogni giorno buttiamo nelle spazzature tonnellate e tonnellate non solo di pane, ma anche di carne, di frutta e di dolci, mentre gran parte dei popoli del Terzo Mondo non ha un tozzo di pane per sopravvivere. Questi sono peccati moderni, sapete. Io mi rivolgo a chi crede, a chi va in chiesa, a chi si accosta ai Sacramenti: non sciupare! Dobbiamo cambiare mentalità, sistema di vita, guardate, io sono vecchio ma una cosa vedo e i giovani quando lo sperimenteranno mi daranno ragione, questi popoli poveri un giorno reagiranno, verranno in Europa ed in Italia. Sarà inevitabile perché la fame è una cosa terribile e noi purtroppo siamo nell’opulenza più indifferente, riteniamo molte volte che con un’offerta di mille lire abbiamo fatto il nostro dovere, tanto i popoli del Terzo Mondo sono lontani”.
Don Vittorio Pastori era uno che, quando girava l’Italia per far aprire gli occhi ai cristiani – perché a loro, anzitutto, si rivolgeva – sul dramma che aveva incontrato in Karamoja, l’arida regione settentrionale dell’Uganda, ci andava giù duro. A Pesaro, nel 1985, il suo discorso, riletto alla luce di quanto sta accadendo oggi, ha quasi il sapore di una profezia.

L’educazione è un lavoro lento

“Di «collera dei poveri» in risposta all’avidità dell’Occidente parlava anche Paolo VI nella sua enciclica Populorum progressio”, fa notare Carlo Ruspantini, direttore di Africa Mission, la realtà nata nel 1972 a Piacenza su imput di don Vittorione e dell’allora vescovo Manfredini. “Il vero male è la miseria – puntualizza Ruspantini -. Noi vediamo invece che, anche nella povertà, se rimane accesa la speranza che nasce dalla solidarietà e da opportunità concrete, le persone scelgono di rimanere nel luogo dove sono nate. Il karimojon certamente vuole essere curato meglio, ma non desidera – se non vi è costretto – stravolgere la sua vita di pastore e guerriero”.
“Africa Mission, con il suo braccio operativo “Cooperazione e Sviluppo”, punta sull’educazione, valorizzando i punti di forza della cultura locale. “In Karamoja è molto radicato il valore della solidarietà, ma dentro il clan. Se una persona non fa parte del tuo clan – spiega Ruspantini – è tuo rivale, se non nemico. Il nostro lavoro consiste anche nel cercare di estendere questa rete di solidarietà al di fuori della cerchia del clan, perché è questo che può permettere al popolo karimojon di fare il salto di qualità verso un vero sviluppo. Ma l’educazione è un lavoro lento. Noi siamo in Uganda da oltre quarant’anni. Si è iniziato a portare cibo e aiuti per fronteggiare la carestia. Poi si è voluto lavorare insieme: oggi le perforazioni dei pozzi d’acqua potabile sono fatte da manodopera locale, anche se i nostri tecnici intervengono nelle fasi più delicate. Certe specializzazioni – evidenzia Ruspantini – nascono solo con le generazioni”.

No alla logica delle ong: progetto di 2 anni e via

“Se vuoi incidere su una realtà o cammini con il popolo che la abita o arrivi, fai il tuo progetto e dopo due anni te ne vai, come fanno le ong”, gli fa eco don Maurizio Noberini, che di Africa Mission è presidente e che ci tiene a richiamare il lavoro di promozione umana che la Chiesa cattolica, con i suoi missionari, da sempre porta avanti in Africa contro la dominante logica dello sfruttamento. Anche Africa Mission si inserisce in questo solco. “Noi abbiamo scelto quella terra, ci abbiamo costruito la sede, abbiamo fatto nascere in Karamoja un centro per i giovani intitolato a don Vittorio con varie attività formative”, illustra don Maurizio.
“Un missionario – prosegue – non va in Africa per dare un aiuto umanitario. Vittorione non era un filantropo. Era un missionario innamorato del Vangelo, ecco perché ha voluto diventare sacerdote. Don Vittorio era missionario anche quando andava in giro per l’Italia a parlare ai giovani e diceva parole forti, di denuncia contro il nostro Occidente godereccio. Invitava alla conversione, a non essere «cristiani di pastafrolla» – secondo una sua celebre espressione – ma a vivere sul serio il Vangelo già qui, con l’attenzione a non sprecare, ad usare bene della ricchezza e degli agi che abbiamo. Non è possibile aiutare l’Africa se non ci convertiamo per primi noi”.
Annuisce Ruspantini, facendo luce su un rischio che accompagna la presenza occidentale in terra africana. “Come europei, siamo portatori – sintetizza, con un’immagine efficace – di ‘grano’ e di ‘gramigna’. La nostra sfida oggi è quella di non contribuire a trasmettere ciò che per l’africano è divenuto sinonimo di Europa, ossia l’idea che con i soldi e con l’ultima generazione di cellulare si risolvano tutti i problemi”.

Articoli pubblicati alle pagine 6 e 7 dell’edizione de “il Nuovo Giornale” di venerdì 18 settembre 2015
Altri servizi a pagina 7 della stessa edizione

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