15 Giugno 2015

La scuola a un bivio

La Scuola  a un bivio

Dopo 7 anni, sindacati uniti nello sciopero contro la Riforma.
“Ma il preside non sarà un padre-padrone”.
La vera svolta: autovalutazione e autonomia

 

“Allora, professore: se dovesse passare questo progetto di Riforma diventerà il padre-padrone della sua scuola?”. Alla domanda – volutamente provocatoria – risponde con un sorriso Damiano Previtali, dirigente scolastico nel Bergamasco e tra i consiglieri del Ministro Giannini, contro il cui disegno di legge sulla “Buona Scuola” sono scesi in piazza uniti – ed era la prima volta che accadeva dopo sette anni – i sindacati di categoria.
Uno dei punti di maggior preoccupazione denunciato da Cgil, Cisl, Uil, Snals e FGU riguarda proprio la figura del preside, del quale il ddl 2994 “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” rafforza le funzioni, chiamato – citiamo il testo, che deve essere discusso e votato alla Camera entro il 19 maggio, per passare poi al Senato (il governo ha annunciato che in quell’occasione riconvocherà i sindacati) – a svolgere “compiti di gestione direzionale, organizzativa e di coordinamento” e ad essere “responsabile della gestione delle risorse finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio, nonché delle scelte didattiche, formative e della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti”. Si teme in particolare che l’assegnazione di più poteri al preside rispetto alla scelta dei docenti dell’organico funzionale (ossia “finalizzato alle esigenze curricolari, extracurricolari, educative e organizzative”), sui premi di merito e sull’offerta formativa finisca con lo scavalcare gli organi collegiali – alias Collegio Docenti e Consiglio di Circolo o di Istituto – e con lo svuotare quanto la Costituzione indica a proposito dell’assunzione del personale scolastico.

Le sfide dell’autovalutazione


“Non è possibile alcun miglioramento nella scuola senza un gruppo che lavora insieme, senza una comunità che comprende la categoria professionale, ma pure la società in cui la scuola è inserita: il preside uomo solo al comando non ha ragion d’essere”, rassicura invece il prof. Previtali, intervenuto a Piacenza il 4 maggio al convegno organizzato in Fondazione dalle associazioni di insegnanti e dirigenti scolastici Diesse e Disal (che pure hanno presentato al Ministro un corposo documento con proposte di emendamenti al ddl) per parlare di un tema chiave della riforma, ovvero l’autovalutazione. Alla vigilia dello sciopero generale della Scuola italiana, una platea di 140 iscritti tra docenti e presidi si sono voluti confrontare sulla rivoluzione innescata dalla pubblicazione, il 29 aprile, della piattaforma on line che le scuole dovranno utilizzare per produrre, entro luglio, il Rapporto  di autovalutazione (Rav in sigla), primo step di un processo che porterà ciascun istituto alla stesura di un piano di miglioramento. “Per la prima volta tramite un decreto legge, il Dpr 80, si fornisce a tutte le scuole un format unico, con dati comuni comparati, entro il quale ogni scuola, sulla base di 49 indicatori, potrà confrontare la propria situazione su base provinciale, regionale, nazionale, ma anche rispetto al tipo di scuola: licei classici tra loro, istituti tecnici… – spiega Previtali -. Questo processo di autovalutazione porterà a individuare punti deboli e punti forti dell’istituto. Ciò che viene chiesto al dirigente scolastico è di individuare gli elementi di debolezza e trasformarli in opportunità sul piano del miglioramento della scuola. Non in una logica di concorrenza con altri istituti – puntualizza – ma nella prospettiva di garantire buoni esiti formativi ed educativi ai propri studenti”.

Le aziende vogliono ragazzi capaci di gestire l’insucesso


Che di una svolta si tratta lo evidenzia pure Mauro Monti, preside al “Mattei” di Fiorenzuola e referente provinciale dell’associazione Disal, aprendo i lavori. “L’autovalutazione – rilancia – costringe i docenti a muoversi al di fuori della prospettiva della classe, assumendosi responsabilità rispetto all’istituto, e i dirigenti ad uscire dal loro ruolo di pura gestione amministrativa per assumere una responsabilità educativa all’interno della propria scuola”.
Classe-scuola-territorio: il trinomio per una buona Scuola parte da una integrazione tra i diversi livelli di comunità e i diversi ruoli. Anzi, da una “alleanza”, è il termine che preferisce usare Dario Nicoli, sociologo dell’Università di Brescia, che segue in tutta la penisola esperienze di alternanza scuola-lavoro, altro punto trattato dal ddl 2994. “Le scuole sono spesso soffocate da tante attività e non si può chiedere agli insegnanti di star dietro a tutte – riflette -. Per questo l’autonomia si gioca a mio avviso non a livello di singolo istituto ma di più Istituti simili che, sul territorio, si danno un indirizzo comune e allacciano un’alleanza con realtà imprenditoriali, enti locali, associazionismo, i quali diventano interlocutori della scuola”.
Nicoli invoca un “sentire educativo comune” che diventi terreno fertile per un “risveglio” di questa nostra società sospesa, dove i ragazzi – l’analisi è di alcune aziende che hanno accolto studenti in stage ed esperienze sul campo – sono magari bravi ad eseguire quel che gli si chiede, ma appaiono “impauriti, incapaci di gestire l’insuccesso”. Ecco perché si deve insistere sull’alternanza scuola-lavoro (il ddl fissa 400 ore obbligatorie nell’ultimo biennio o triennio per gli istituti tecnici e professionali e 200 ore per i licei nel triennio): “occorre fornire agli studenti esperienze di realtà che non sono solo pratiche per verificare la concretezza del sapere teorico impartito, ma luoghi dove si impara qualcosa di nuovo e si impara diversamente”.
Se un ostacolo c’è da superare è l’eccessiva “irrealtà” in cui i ragazzi sono immersi, resa più acuta dalla “pedagogia della protezione” messa in atto dagli adulti. “Siccome li si vuole proteggere dal dolore, dal fallimento, li si protegge anche dal reale, ma così facendo perdono anche la parte positiva, la gioia, la capacità di acquisire forza, di combattere per ciò in cui credono”, annota Nicoli. Il sociologo vede nella Scuola il fulcro da cui può partire una rigenerazione del cuore dei giovani e, attraverso di loro, del territorio e delle famiglie.
Ma ci vuole fiducia nei ragazzi e passione per la cultura, “la risorsa più importante per la Scuola – dice – è condividere un cammino che produce opere”. Nicoli fa esempi concreti. Come gli scolari della Primaria di Vicenza che in collaborazione con l’assessorato all’ambiente hanno studiato e classificato gli alberi del territorio e riporteranno i loro studi a genitori e cittadini organizzando stand e attività in un parco cittadino. O la classe di una scuola professionale che insegna ad una delle Medie che cos’è un sistema elettrico.  “Bisogna superare l’idea che la scuola è il luogo dove si impara qualcosa che farai dopo, è piuttosto un luogo dove si impara a fare cose che valgono adesso – precisa Nicoli -, così i ragazzi intanto che studiano sono anche costruttori, percepiscono che il lavoro è un legame sociale buono che li fa uscire dal loro io, li mette alla prova nelle relazioni, li aiuta a fondare un progetto di vita”.

La qualità la fanno i docenti


Il radicamento nel territorio e le “alleanze” che si saldano sono un’occasione di riflessione e valutazione per la scuola, perché c’è il responso di aziende, Comuni, associazioni. “Ma non basta: la valutazione esterna non produce di per sé qualità, di fronte a critiche o debolezze possiamo anche trovare giustificazioni – fa notare il sociologo -. Ci vuole perciò in parallelo una autoriflessione da parte della scuola, che è un organismo vivo, e deve sempre richiamarsi il suo compito essenziale, ovvero consentire il dialogo partecipativo tra le giovani generazioni e coloro che hanno reso grande la cultura, suscitando entusiasmo, perché i giovani possano dare il loro contributo a migliorare la realtà”.  
Di “fiducia” nel sistema-Scuola parla anche il preside Previtali. “Di fronte a una società frammentata, con fenomeni devianti, a un tessuto familiare che si logora, a centri educativi un tempo forti e ora in crisi – per esempio gli stessi oratori – iniziamo a dire che la Scuola è uno dei pochi sistemi che tiene. Per migliorarlo però è indubbio che bisogna prendere in mano una dimensione che fa la qualità scolastica, ovvero i docenti. Possiamo mettere in  campo tutti gli strumenti possibili, ma è il docente in classe che fa la differenza. Di qui una serie di questioni: come li formiamo? Come li reclutiamo? Come li valorizziamo, anche economicamente? Una delle ricerche più accreditate a livello internazionale, la ricerca Talis dell’Ocse, colloca l’Italia al penultimo posto al mondo sul piano dell’autonomia scolastica. In Italia c’è molta autonomia sulla didattica, nessuna per quanto riguarda il personale e il finanziamento. Il ddl sulla Buona Scuola tocca questi due aspetti, che nel resto del mondo sono assodati”.

“Non è vero che rifiutiamo i cambiamenti a prescindere”


I più maliziosi hanno scritto che se tutte le sigle sindacali sono scese in piazza massicce vuol dire che qualcosa davvero nella Scuola si vuole cambiare. “Non è vero che rifiutiamo i cambiamenti a prescindere – è il commento di Lucia Galeazzi di Cisl Scuola -: abbiamo detto di no a questo ddl perché vuole dare un impianto verticistico alla conduzione della scuola, giocando sulla sua autonomia. In questo disegno di legge inoltre il personale Ata è completamente ignorato, e si pensa di utilizzare i posti tagliati come personale amministrativo con gli esuberi delle Province”.  

Barbara Sartori

> I punti contestati dai sindacati

Riportiamo i nodi principali che i sindacati rilevano nel disegno di legge 2994  e che sono stati  diffusi in una lettera inviata alle famiglie per spiegare le ragioni della protesta.

  1. Il dirigente scolastico definisce il Piano triennale dell’offerta formativa, sceglie e nomina i docenti con contratti triennali, individua percorsi formativi e modalirà di valorizzazione del merito scolastico degli alunni, cerca finanziamenti esterni e sponsorizzazioni: si eliminano le competenze degli attuali organi collegiali e non si rispettano le norme costituzionali sull’assunzione del personale della scuola.
  2. Si incrementa l’alternanza scuola lavoro, da effettuarsi anche durante la sospensione delle lezioni […] Il dirigente scolastico individua imprese ed enti pubblici e privati a cui indirizzare gli studenti e con cui stipulare adeguate convenzioni: se non ottimamente regolata essa rischia di essere forza lavoro gratuita mascherata da opportunità formativa e crea una grande diseguagliaza tra le varie scuole essendo legata alle offerte dei vari territori o all’iniziativa del dirigente scolastico.
  3. Lo Stato dichiara di non poter sostenere il costo della scuola pubblica. Viene introdotto il 5 per mille da destinarsi ad una specifica istituzione scolastica scelta dal contribuente, il credito d’imposta per chi destina alle scuole erogazioni liberali: si crea la scuola delle differenze e si cancella la garanzia di una scuola pubblica e ugualmente finanziata ed efficace su tutto il territorio nazionale.
  4. A fronte di 15mila immissioni in ruolo promesse, il ddl ne garantisce 50mila in meno: il problema del precariato e del continuo cambio di supplenti nelle classi non viene risolto a scapito soprattutto degli alunni che non avranno continuità negli insegnamenti.
  5. I nuovi docenti non copriranno le cattedre necessarie e saranno invitati dai dirigenti scolastici ad insegnare su altre discipline coerenti con la loro laurea ma per le quali non sono abilitati all’insegnamento e di cui non hanno esperienza: la qualità dell’insegnamento è fortemente a rischio.

Dalla “carta per l’aggiornamento” ai docenti
al cinque per mille per gli istituti

E on line un gruppo di genitori lancia la petizione sulla libertà di scelta educativa

Tra le novità del disegno di legge sulla Scuola, una delle più criticate è la possibilità di detrarre parte delle spese sostenute per la frequenza scolastica da parte delle famiglie di alunni delle scuole paritarie. Istituti, che, vale la pena ribadirlo, fanno parte del sistema nazionale di istruzione in base alla legge 62 del 2000 (la vecchia distinzione tra pubblico e privato non ha dunque ragione di esistere, benché sistematicamente venga ripresa da una parte del sindacato e dai mezzi di informazione). Il testo, all’art. 17,  dispone una detrazione “per un importo annuo non superiore a 400 euro per alunno o studente” delle spese sostenute “per la frequenza di scuole dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del sistema nazionale di istruzione”, ossia Materne, Elementari e Medie. Restano escluse le scuole Superiori.
Sul piano dei finanziamenti, si introduce con l’articolo 15 l’ipotesi di versare dal 2016 il cinque per mille alle “istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione”e con l’articolo 16 lo “school bonus”, che prevede la possibilità di detrarre il 65% (il 50% dal 2017) degli “investimenti per la realizzazione di nuove strutture scolastiche, la manutenzione e il potenziamento di quelle esistenti e per il sostegno a interventi che migliorino l’occupabilità degli studenti”.  
Il ddl introduce inoltre la “Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado” (art. 10). Dell’importo di 500 euro per ogni anno scolastico, può essere utilizzata per l’acquisto di libri e testi di natura didattico-scientifica, pubblicazioni e riviste relative alle materie di insegnamento o utili all’aggiornamento professionale, per l’acquisto di strumenti digitali, per l’iscrizione a corsi, ma anche per l’ingresso a musei, teatri, mostre, o iniziative “coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione”. Intanto alcuni genitori hanno lanciato sulla piattaforma on line www.citizengo.org una petizione per chiedere che venga inserita nella legge sulla Scuola la possibilità per le famiglie che scelgono le paritarie di detrarre dalle tasse il costo complessivo della retta, ma anche che “si determini il costo standard per alunno e si utilizzi quel criterio per finanziare tutte le scuole pubbliche (statali, partitarie, degli Enti locali) per mettere chiunque in condizione di scegliere la migiliore scuola pubblica per i propri figli”. Mentre andiamo in stampa, sono state superate le 14mila firme.

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