Comuni e terzo settore non riescono più a occuparsi da soli dei bisogni della società
Un cambio di paradigma è urgente: la società cambia e nascono nuovi bisogni, esigenze e problemi complessi a cui è necessario dare una risposta coordinata e completa. Terzo settore, pubblica amministrazione, ma anche imprese, scuola e università: serve una sinergia fra tutti i settori della società. Questo bisogno di “andare oltre” i compartimenti stagni è emerso con forza durante il convegno “La cooperazione sociale e la promozione del benessere collettivo” che si è tenuto all’Università Cattolica di Piacenza nella mattinata del 9 ottobre, nell’ambito della “Settimana del dono”.
Cambia il bisogno, aumenta
la spesa sociale
Il grido d’allarme parte proprio da chi ha scelto, fin dall’origine, di mettere le persone al centro. “Le cooperative sociali sono parte essenziale dell’infrastruttura economica e sociale dei territori” ha ricordato Daniel Negri, presidente di Confcooperative Piacenza, che sostiene: “Il terzo settore è importante quanto le opere pubbliche: il territorio ha bisogno di strade e infrastrutture ma anche di servizi per bambini, anziani e disabili. Una comunità non si costruisce solo col cemento ma con cura, assistenza e inclusione”.
L’assessora al welfare Nicoletta Corvi ha ricordato che la spesa sociale del Comune di Piacenza “è aumentata di quattro milioni rispetto al 2018”: quest’anno è tra 16,4 e 16,8 milioni, ha stimato l’assessora anche se il bilancio consuntivo dell’ente non è ancora stato redatto, otto anni fa era di 12,1 milioni. A questi si aggiungono i fondi vincolati, che arrivano da finanziamenti mirati. “La spesa aumenta perché il bisogno cambia – ha spiegato – l’incremento va soprattutto agli anziani, 1,5 milioni all’anno per ridurre le rette delle Cra, e ai minori stranieri non accompagnati, che sono 500 in più ogni anno e spesso hanno storie di maltrattamenti, abusi e disturbi comportamentali”.
Ricostruire legami
Corvi ha riflettuto: “Non credo che i giovani siano portati alla demotivazione, ma vivono in un contesto di homo homini lupus, con un livello preoccupante di egocentrismo: i nostri figli crescono in un contesto che non li educa alla solidarietà e all’aiuto reciproco”.
Corvi, che arriva dalla cooperazione sociale, ha ammonito: “Bisogna ricostruire legami e lavorare per le relazioni nella società”. La logica da ribaltare, secondo l’assessora, è quella che porta le persone a pensare che l’aiuto al prossimo sia affare di qualcun altro.
“Può ribaltarla la cooperazione, che dev’essere generativa rispetto al tessuto sociale: lo può fare contaminando altri mondi ed esportando i propri valori in realtà apparentemente distanti, come le aziende profit”.
“Coop piccole e non sostenibili, occorre mettersi insieme”
Una lunga esperienza nel sociale ce l’ha anche Roberto Reggi, in passato sindaco della città e oggi presidente della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Reggi ha sottolineato che molti cooperatori della prima ora (lui compreso) hanno poi scelto di “assumersi responsabilità in ambito pubblico”, cioè di impegnarsi in politica.
“Il potere non è negativo, se esercitato nel modo corretto si può fare del bene a migliaia di persone. È una cosa che esiste, è meglio gestirlo che subirlo”. Ma la cooperazione sociale vive parecchie difficoltà, Reggi è convinto della necessità di fare squadra.
“Le cooperative sono ancora troppo piccole, non sono sostenibili nel tempo: occorre mettersi insieme, sviluppare servizi e condividere le competenze”.
Coerentemente con questa linea, la Fondazione di Piacenza e Vigevano, ha annunciato il suo presidente, finanzierà “soltanto progetti da realizzare in rete”.
“Le fondazioni non sono più bancomat ma agenti di sviluppo. Noi distribuiamo ogni anno circa dieci milioni e abbiamo una caratteristica importante: appena si presenta un bisogno possiamo intervenire subito”.
Un ruolo centrale ce l’ha anche la Regione Emilia-Romagna, che recentemente ha approvato il Patto per il lavoro, il clima e l’economia sociale e varato un bando da cinque milioni per progetti in rete pubblico-privato. Lo ha ricordato Luca Quintavalla, consigliere e presidente della commissione “Politiche economiche”, convinto che l’economia sociale sia fondamentale per ricucire lo “strappo” creato dalle transizioni ambientale, energetica e digitale che “aumentano le distanze tra chi sta meglio e chi sta peggio”.
L’intervento di Daniel Negri presidente di Confcooperative Piacenza.
Cooperazione sociale, caratteristiche
e difficoltà
Durante il convegno sono state evidenziate le caratteristiche delle cooperative sociali, tra limiti e punti di forza: stipendi non alti per gli operatori, ma anche molta umanità, disponibilità e fiducia nei luoghi di lavoro.
Paolo Rizzi e Manuela Ferrari, ricercatori del Laboratorio di economia locale dell’Università Cattolica, hanno presentato uno studio. Le cooperative sociali di Piacenza, come ha spiegato Rizzi, servono un bacino di oltre 14mila persone: la maggior parte sono minori italiani, poi anziani, rifugiati e immigrati, adulti fragili, minori stranieri, persone con disabilità, altre persone vulnerabili e infine giovani adulti (care leavers). La difficoltà maggiore per le coop sociali è il reperimento del personale, poi il riconoscimento come attore economico. Le retribuzioni medie, ha chiarito Ferrari, “a fronte di rischi e responsabilità, non possono soddisfare le esigenze dei giovani operatori”.
“Le nuove generazioni – ha proseguito – esprimono un differente approccio al lavoro: la relazione di cura chiede una dedizione e uno spirito di servizio rari e un diverso livello di disponibilità che non sempre i più giovani sono pronti a offrire”. C’è una grande frammentazione che richiede una ricomposizione. Paola Gemmi, presidente di Federsolidarietà Piacenza (la federazione di Confcooperative che riunisce le cooperative sociali), sostiene la necessità di “andare oltre l’idea del servizio e pensare alla cooperazione solo come soggetto che eroga servizi: nella nostra società questa logica non è più vincente”.
Paola Graziano, del Laboratorio di economia locale, ha presentato una ricerca condotta presso la cooperativa sociale piacentina Eureka.
La cooperazione sociale a Piacenza
Sul territorio piacentino sono attive sessanta cooperative sociali, divise tra “tipo A”, “tipo B” e “miste”. Daniel Negri ha ricordato che a Piacenza “sono nate quando non esisteva ancora una legislazione organica, frutto dell’evoluzione di una lunga stagione di associazionismo e volontariato connessi spesso al mondo cattolico: persone che hanno trasformato la solidarietà in organizzazione. La cooperazione sociale non è nata per prendersi un mercato o per gestire appalti, ma per dare risposta a bisogni che non potevano essere ignorati”.
La voce dei cooperatori
Al convegno hanno preso la parola Emiliano Sampaolo, presidente di Eureka, Daniela Chinosi, vicepresidente di Auroradomus, Sergio Bernini, presidente di Geocart e vicepresidente de Gli Spinoni, e Alessandra Tibollo, presidente di Dabòn, che hanno raccontato la storia e le attività delle proprie cooperative.
Sampaolo ha aggiunto al dibattito il tema delle aree interne, proponendo di portare il “turismo scolastico” in montagna e usarlo come “motore per lo sviluppo del territorio”.
Chinosi ha rimarcato il tema della corresponsabilità: “Il bene comune non può essere demandato solo alla pubblica amministrazione e al terso settore: la sfida di oggi è collaborare con altre realtà, lasciando da parte l’autoreferenzialità”.
Secondo Bernini, alle coop sociali servono “strumenti di finanza agevolata mirati, regole d’ingaggio basate sulla qualità e una comprensione degli obiettivi che non si fondi solo sul risparmio”. Tibollo ha richiamato l’attenzione sulla fragilità, “un problema sociale enorme, anche se spesso invisibile”.
