Il Vescovo: «Abbiamo bisogno di tessitori di legami»
di Riccardo Tonna  
05 Ottobre 2026

Il Vescovo: «Abbiamo bisogno di tessitori di legami»

“Va’, Francesco, e ripara la mia casa”. Sono le parole del Crocifisso di San Damiano che ancora oggi sembrano rivolgersi a ciascuno. A distanza di otto secoli, la voce che accompagnò la conversione di Francesco d’Assisi continua a interrogare un mondo nel quale tante “case” rischiano di andare in rovina: la Chiesa, le comunità, le relazioni tra le persone, la stessa casa comune.

È stato questo il filo conduttore della celebrazione per la festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, che si è svolta il 4 ottobre nella basilica piacentina a lui dedicata. A presiedere la messa il vescovo di Piacenza-Bobbio, mons. Adriano Cevolotto, alla presenza delle principali autorità civili e militari della città, insieme a numerosi fedeli.

Nell’omelia il vescovo ha invitato a riscoprire la figura di Francesco non come quella di un santo “già conosciuto”, ma come un grande “puzzle” che continuamente si compone e si scompone.

 

tessitori di legami

La messa in onore di San Francesco presieduta dal vescovo Adriano Cevolotto.

Una casa da riparare

Tutto comincia – per il vescovo – da quella frase ascoltata davanti al Crocifisso di San Damiano. Francesco, inizialmente, la comprese in senso letterale: quella piccola chiesa abbandonata aveva bisogno di essere restaurata. Ma presto comprese che la richiesta del Signore era molto più grande.

La “casa” da riparare era la Chiesa. E ancora oltre, era il mondo intero: ogni luogo nel quale una persona vive, ogni ambiente nel quale qualcuno cerca accoglienza, ogni relazione nella quale si può scegliere di costruire invece che dividere.

“Riparare la casa” diventa così – ha sottolineato mons. Cevolotto – un compito profondamente umano e cristiano. Significa prendersi cura degli ambienti di vita, ma soprattutto delle persone che li abitano. Il vescovo ha richiamato, a questo proposito, un passaggio decisivo della conversione di Francesco: l’incontro con i lebbrosi. Nel suo Testamento il santo racconta di come la vista dei lebbrosi gli fosse amara. Eppure fu proprio lì che il Signore lo condusse. Francesco non si limitò a superare una difficoltà personale. Fece un passo verso l’altro. Usò misericordia. Colmò una distanza. È in quel gesto concreto di prossimità che comincia una trasformazione radicale: non cambia soltanto ciò che Francesco pensa, ma cambia il suo modo di stare al mondo. L’altro, prima percepito come lontano e persino da respingere, diventa qualcuno verso cui andare.

Far crescere una generazione
di tessitori di legami

Da questa esperienza nasce anche uno dei tratti più caratteristici della missione francescana. Ai suoi frati Francesco chiede di portare con sé, entrando nelle case, un unico bagaglio: un saluto, “Pace a questa casa”. Non un proclama, non una strategia, non una conquista, ma un augurio di bene. Parole – per il vescovo – capaci di abbassare le difese, di liberare il terreno dalla paura che l’altro possa essere un intruso, un pericolo, un nemico. È un messaggio di straordinaria attualità, in una società nella quale spesso la distanza sembra prevalere sull’incontro e la diffidenza precedere la conoscenza. Per questo, ha sottolineato Cevolotto, c’è bisogno di “far crescere una generazione di tessitori di legami, di tessitori di comunità”. Una responsabilità che riguarda tutti gli ambienti della vita: la famiglia, la scuola, la Chiesa, il lavoro, le istituzioni, la società

Tessitori di legami come san Francesco

Francesco, ha ricordato il vescovo, non è un patrono celebrato perché potente, né soltanto per i miracoli straordinari attribuiti alla sua intercessione. La sua grandezza sta soprattutto nella capacità di “creare grandi trame di relazione”. È questa la sua profezia. Francesco seppe trasformare anche il Mediterraneo, da mare che separava in una possibile via di incontro. Lo fece nel dialogo con il Sultano, mostrando che persino davanti a differenze profonde è possibile cercare una strada di pace. Il segreto, ha spiegato Cevolotto, è nella scelta di essere “minimo”. Non mettersi al centro, non pretendere di dominare l’altro, ma riconoscere in ogni persona un fratello, una sorella, qualcuno con cui condividiamo la stessa origine e il dono della vita.

In una società che rischia di diventare una società di “figli unici”, Francesco consegna allora una profezia semplice e radicale: riscoprire la parentela che ci lega gli uni agli altri. Non siamo isole, non siamo estranei: siamo “donati gli uni agli altri”.

I doni all’altare

Un segno concreto di questa fraternità è arrivato anche al momento dell’offertorio. Il parroco della basilica, don Ezio Molinari, ha presentato i doni da portare all’altare: le particole preparate nel carcere di Milano-Opera e l’olio destinato alla lampada davanti alla statua di San Francesco.

L’olio è stato donato dal Comune di Piacenza ed è stato portato al vescovo dalla sindaca Katia Tarasconi. Due gesti semplici, ma capaci di raccogliere il senso della celebrazione: una comunità che si ritrova attorno all’altare e che riconosce di avere una casa da custodire e da riparare.

È forse questa, oggi, la consegna più attuale di Francesco. Riparare ciò che si è spezzato. Avvicinare chi è lontano. Restituire fiducia dove è cresciuta la paura. Costruire ponti dove sono stati innalzati muri.