Sicurezza, dalle strade militarizzate all’integrazione
La percezione di insicurezza, sempre più diffusa, è figlia di dinamiche complesse che hanno profondamente cambiato la nostra società. Così come complessa è la tematica relativa all’immigrazione, un fenomeno che l’Italia conosce da quasi quarant’anni, eppure lo tratta ancora come un’emergenza. Le soluzioni, inevitabilmente, devono essere frutto di politiche strutturate che guardano al di là del rapido consenso elettorale.
Negli ultimi mesi, dopo l’uscita del libro “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, scritto a quattro mani con il giornalista Carlo Bonini, sono emerse le posizioni dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli in merito alla sicurezza nelle città.
Un altro libro, quello di Mario Calabresi, intitolato “Le voci degli altri”, guarda lo stesso fenomeno sociale da un altro punto di vista: i valori dell’ascolto e dell’empatia, secondo Calabresi, vanno riscoperti per superare la solitudine e l’indifferenza della società di oggi. Entrambi sono intervenuti al Festival del pensare contemporaneo di Piacenza nell’incontro dal titolo “Come si torna a vedere gli altri?” moderato dalla giornalista Rai Eva Giovannini.
L’Italia insicura negli anni del terrorismo
e della mafia
L’Italia, nel secolo scorso – ha ricordato Gabrielli – ha vissuto situazioni di grande insicurezza legate a un terrorismo endogeno, alla stagione dei sequestri e alle mafie. Perché allora oggi ci si sente così insicuri?
“Siamo un Paese che ha una memoria molto labile – ha riflettuto l’ex poliziotto – e tendiamo a idealizzare il passato, per cui quello che pensiamo non ha molta corrispondenza con la realtà. È cambiata la nostra società: quella di prima, che aveva a che fare con una situazione di evidente insicurezza, aveva comunque speranza. Nella mia condizione, sapevo che se mi fossi impegnato, pur non appartenendo a una classe sociale di rilievo, qualcosa avrei fatto. Oggi, invece, i giovani se ne vanno: negli ultimi dieci anni sono emigrati un milione e 400mila giovani e ne sono rientrati solo 400mila. Quella società, invecchiando, è diventata più paurosa. E chi ha alimentato il mercato della paura ha strumentalizzato le paure”.
Un altro fattore che alimenta la percezione di insicurezza, per Gabrielli, sono i social network, che permettono a tanti di conoscere fatti di cronaca che prima non uscivano da una cerchia ristretta. Le istituzioni devono porsi il problema della sicurezza percepita”.
Sicurezza, governare l’immigrazione
Strettamente collegato è il tema dell’immigrazione che – secondo Franco Gabrielli – “non è stato mai affrontato in maniera seria e corretta” nel nostro Paese. “I flussi migratori – ha ricordato – dall’inizio degli anni Novanta fino alle Primavere arabe, sono sempre stati affrontati con ordinanze di Protezione civile e stati di emergenza, perché si pensava che dovesse «passare la nottata»: abbiamo affrontato questo problema come se non ci interessasse direttamente. Abbiamo tenuto centinaia di migliaia di persone in una condizione limbica, quando sapevamo che la stragrande maggioranza di loro erano migranti economici che non avrebbero mai potuto conseguire uno status di rifugiato o avere un titolo riconosciuto dalla protezione internazionale. E questo ha favorito una sacca di marginalità che si è riverberata sui temi della sicurezza”.
L’immigrazione, è chiaro, va amministrata. “I rimpatri sono una modalità di governo, che non c’entra niente col concetto di remigration che è una bestialità. Chi crea problemi è giusto che venga rimpatriato, ma sia flussi leciti sia rimpatri possono avvenire solo con accordi strutturati e onerosi con i Paesi d’origine. Anche noi siamo stati emigranti e sappiamo che parti d’Italia sono state costruite grazie alle rimesse di chi è andato a vivere in America. L’integrazione, poi, è delegata al Terzo settore e ai Comuni, senza una regia. Per affrontare seriamente questo problema bisogna tenere insieme queste componenti in maniera unitaria, con un ministero unico. Più della metà degli italiani considera gli stranieri come una minaccia: se andiamo avanti così avremo delle società lacerate che si contrapporranno. È irresponsabile pensare che il dividendo di consenso a corto respiro valga la pena di pregiudicare coesione e sicurezza nel nostro Paese”.
Ghettizzazione e ascensori sociali
Nella storia raccontata da Mario Calabresi emerge un altro fattore determinante: la ghettizzazione, che impedisce ai diversi ceti sociali di conoscere possibilità e mondi diversi dal proprio. Il giornalista (con molte probabilità candidato sindaco di Milano per il centrosinistra) ricorda gli anni in cui frequentava la scuola primaria “Lombardo Radice” nel quartiere milanese di San Siro, spiegando che nella stessa classe convivevano figli di professionisti e bambini di classi sociali inferiori.
“Il problema – ha detto Calabresi – è che oggi gli italiani se ne sono andati, e così i bambini cosiddetti stranieri sono diventati più del 30% (ossia del tetto fissato per legge, nda). Questi bambini non stanno più insieme agli altri, e quindi quell’idea di ascensore sociale non esiste più e non riescono a vedere altro”.
Il tema legato alla scuola è tornato nel dibattito pubblico negli ultimi giorni, dopo le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla presenza di “stranieri” nelle classi. “Un bambino che nasce qui e frequenta qui le scuole io faccio fatica a vederlo come straniero – ha detto Calabresi –. Magari parla con l’accento del posto dov’è nato e tifa la stessa squadra di calcio. Che arrivi a diciott’anni essendo uno straniero a me sembra una cosa che non sta in piedi”.
Sicurezza, “Non basta militarizzare le piazze”
“Ho amato molto il libro di Gabrielli e Bonini, che si fa carico della complessità e dice che la sicurezza non è «una» cosa”, ha proseguito Calabresi.
“Un ruolo centrale ce l’hanno polizia e carabinieri – ha detto – ma bisogna vedere la complessità delle cose, farsi carico delle paure delle persone e creare le condizioni affinché non ci siano più. Se c’è un problema di spaccio, non basta militarizzare le piazze: se non si chiude la fabbrica del malessere, della rabbia e della contrapposizione ci si troverà sempre a rincorrere alzando le pene e abbassando l’età della punibilità. È necessario costruire progetti sociali, di educazione e inclusione. Preoccupiamoci di dare delle risposte larghe, non di dividere amici da nemici. C’è una quota di stranieri che compie attività delinquenziali, ma non possiamo immaginare che sia un mondo unitario. Abbiamo bisogno di dare risposte serie per risolvere i problemi, non di incendiarli tutte le mattine”.
