Giornata del Migrante: il volto dei bambini
Domenica 27 settembre, la basilica di San Francesco a Piacenza ha battuto al ritmo di un’unica grande famiglia. Si è celebrata la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, dedicando un pensiero speciale ai minori migranti. Il tema scelto, “Anche uno solo di questi bambini”, ci ricorda che dietro ai numeri ci sono volti fragili, storie che chiedono solo di essere ascoltate.
A guidare la liturgia è stato don Ezio Molinari, insieme ai padri scalabriniani della Casa Madre di Piacenza. Le preghiere hanno preso vita e colore grazie alle voci del Coro Multietnico di San Carlo, guidato dal maestro Stefano Chiappelloni. Lingue e culture diverse si sono fuse in un unico canto.
Nella Giornata del migrante due simboli
di memoria e speranza
Dopo la proclamazione del Vangelo l’assemblea si è spostata all’ingresso della basilica per un momento molto significativo.
L’inaugurazione della stele con il tondo bronzeo dedicato a san Giovanni Battista Scalabrini, il vescovo piacentino che già alla fine dell’Ottocento capì il dolore di chi partiva per le Americhe.
L’inaugurazione della stele con la Croce di Lampedusa, creata dal falegname siciliano Francesco Tuccio usando i pezzi di legno dei barconi naufragati in mare.
Piacenza e Lampedusa si sono date la mano. Il passato di chi partiva ieri ha incontrato il grido di chi attraversa il Mediterraneo oggi, trasformando il dolore in una speranza che non si arrende.
Scalabrini e la vicinanza al migrante
Nell’omelia padre Mario Toffari, direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Piacenza-Bobbio, ha richiamato il legame profondo tra la storia della Chiesa piacentina e il tema delle migrazioni.
“La Chiesa di Piacenza – ha ricordato – attraverso san Giovanni Battista Scalabrini è stata la prima al mondo a prendersi cura degli emigrati italiani, in particolare di quelli che partivano dalla provincia piacentina. Di fronte alle testimonianze drammatiche che giungevano dal Brasile e da altri Paesi, Scalabrini comprese che non era sufficiente limitarsi alla solidarietà occasionale”.
“Nel nome della carità e della giustizia coinvolse anche le istituzioni del giovane Regno d’Italia, spesso poco attente alla sorte dei propri emigrati, e diede vita a una risposta strutturata: una congregazione di missionari, una di missionarie e un’associazione di laici. Ai suoi missionari indicò la necessità di accompagnare le comunità italiane non soltanto sul piano religioso, ma nella vita quotidiana: scuole, ospedali, luoghi di accoglienza e celebrazioni nella lingua e secondo le tradizioni degli emigrati”.
Una intuizione che, ha sottolineato Toffari, andava ben oltre l’emergenza del momento. Prima di morire, Scalabrini riuscì infatti a far comprendere alla Santa Sede che la migrazione non era un fenomeno passeggero, ma una realtà mondiale e strutturale, destinata a segnare il futuro dell’umanità.
La stele con la croce di Lampedusa inaugurata nella chiesa di San Francesco nella Giornata del migrante.
La Croce di Lampedusa
Accanto al tondo dedicato a Scalabrini, la Croce di Lampedusa richiama oggi una pagina diversa della storia delle migrazioni, ma pone la stessa domanda sul valore della persona.
Il legno con cui è stata costruita proviene da una delle imbarcazioni naufragate nel Mediterraneo. Per Toffari la sua presenza a San Francesco assume un significato particolare anche alla luce della storia della città. Piacenza è stata la “primogenita” del processo di unificazione nazionale e sulla basilica di San Francesco una lapide ricorda il suo ruolo nel passaggio dagli antichi Stati italiani al nuovo Regno d’Italia. Oggi, ha osservato il direttore di Migrantes, la città è chiamata a essere ancora “primogenita”, questa volta nel testimoniare che ogni vita umana deve essere salvaguardata.
La croce diventa così memoria di chi non è arrivato e, insieme, impegno perché nessuno debba morire mentre cerca una vita dignitosa. “Garantire la vita” è il punto di partenza, perché la vita è il dono più grande ricevuto da Dio.
Nella foto, la stele con il tondo dedicato a san Giovanni Scalabrini all’ingresso della chiesa di san Francesco.
Uno sguardo ai bambini migranti
Il tema scelto per questa Giornata ha portato la riflessione sui minori. Bambini che arrivano dopo viaggi difficili, che spesso hanno perso i riferimenti familiari, che fuggono da guerre, violenze e povertà. Bambini che, proprio perché più vulnerabili, rischiano di rimanere senza voce.
Toffari ha richiamato la visione di Scalabrini sulla fraternità universale: con l’incarnazione di Cristo ogni uomo e ogni donna sono figli e figlie di Dio. Non esistono quindi vite di serie A e vite di serie B. Il messaggio trova una particolare consonanza anche nel “Cantico delle Creature” di san Francesco, che presenta il creato come una casa comune e l’umanità come parte di un unico destino.
Da qui l’appello rivolto alla città. Piacenza, ha osservato Toffari, può diventare un “laboratorio” di convivenza, capace di tenere insieme appartenenze diverse senza chiedere ai nuovi arrivati di cancellare la propria storia. Anche i bambini migranti hanno diritto a conservare la lingua, le tradizioni e la cultura delle proprie famiglie, insieme alla possibilità di inserirsi pienamente nella comunità che li accoglie. I numeri raccontano una presenza ormai strutturale anche nella realtà piacentina: una quota significativa dei bambini residenti è figlia di migranti stranieri, con una percentuale ancora più alta tra i nuovi nati da genitori stranieri.
Dalla paura alla responsabilità
L’omelia si è conclusa con un invito a non fermarsi alle dichiarazioni di principio. L’accoglienza, ha ricordato Toffari, può suscitare entusiasmo ma anche timori, dubbi e pregiudizi. Sono sentimenti che non vanno semplicemente rimossi, ma affrontati con responsabilità, dentro una prospettiva capace di guardare al futuro.
Il richiamo di Scalabrini – “non lasciamoli morire” – diventa così una responsabilità concreta. E l’invito a “farli diventare nostri figli” non significa cancellare le differenze, ma riconoscere che ogni bambino appartiene prima di tutto a una comunità umana più grande.
“Se diciamo di sì, per favore, passiamo concretamente all’opera”, è stato l’appello finale di padre Toffari. Una Chiesa che non si nasconde di fronte alle difficoltà e alle legittime preoccupazioni, ma sceglie di aprirsi al futuro.
La Croce di Lampedusa e il volto di Scalabrini, ora insieme all’ingresso di San Francesco, consegnano a Piacenza una domanda semplice e impegnativa: che cosa siamo disposti a fare perché anche uno solo di questi bambini possa avere un futuro?
