Quando la fede nasce dalle storie di vita: Michele e il suo «io sempre bene»
Michele Narcisi: una storia di vita che parla di fede e di resurrezione.
Nella diocesi di Piacenza-Bobbio è partito un nuovo percorso di formazione rivolto a catechisti ed educatori. Si chiama “L’ora d’incontro” e vuole mettere al centro il tema dell’incontro come esperienza decisiva nella vita e nel servizio educativo. Il primo appuntamento, “Chi sei?”, si è svolto, il 20 settembre, nella parrocchia di San Giovanni in Canale a Piacenza, con l’introduzione di don Simone Tosetti, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano.
Un’iniziativa nata dalla collaborazione tra diversi uffici pastorali – Evangelizzazione, Sacramenti, Catechistico, Pastorale giovanile, Famiglia, Tutela minori e Liturgico – insieme all’Azione Cattolica diocesana e all’AGESCI. Per don Simone l’intenzione è chiara: superare le appartenenze e le divisioni tra servizi e associazioni per ritrovare una formazione comune.
Ma per parlare dell’incontro non si è partiti da una teoria. Si è partiti da una storia vera.
Michele Narcisi, una storia
che non si dimentica
Davanti ai catechisti e agli educatori, Davide Narcisi e sua moglie Adrianna, per tutti Nanà, hanno raccontato a due voci una storia fatta di amore, attese, dolore, fede e speranza. La storia della loro famiglia e del loro figlio Michele, morto il 4 giugno 2023, nella domenica della Santissima Trinità, a soli otto anni, dopo una lunga lotta contro un tumore al cervello.
Davide e Nanà si erano incontrati quasi per caso. Lui, viaggiatore, aveva scoperto sul web le fotografie di lei, polacca, insegnante di religione e appassionata di fotografia. Prima le immagini, poi le parole, inizialmente in inglese. Davide rimane colpito soprattutto dai paesaggi fotografati da Nanà e decide di partire per andare a conoscerli insieme a lei.
È l’inizio di una storia d’amore, ma anche di un confronto tra due mondi. La Polonia e l’Italia, due culture, due modi differenti di vivere il rapporto con la Chiesa, i sacerdoti, il volontariato. Non tutto è semplice. Ci sono differenze, incomprensioni, persino scontri. Ma proprio quelle diversità diventano occasione per crescere.
Poi arriva il desiderio di avere un figlio. Nel 2014 due gravidanze si interrompono. Nanà, nel frattempo, sta imparando l’italiano. La sofferenza di quelle perdite rimane dentro la coppia.
Durante un viaggio a Bolzano scoprono infatti una nuova gravidanza. Questa volta decidono di non voler sapere se sarà un maschio o una femmina. Nasce con un cesareo d’urgenza. Pesa appena un chilo e novecento grammi. Davide aveva immaginato che fosse una bambina e aveva già pensato al nome Camilla. Ma è un maschio. Si chiamerà Michele.
E quel bambino piccolo e prematuro entra subito nella vita dei genitori, nei loro viaggi, nel loro volontariato, nella loro comunità. Cresce curioso, allegro, innamorato della natura, della terra, delle piante.
La famiglia viaggia, coltiva, scopre. Michele cresce così: dentro una famiglia che ha imparato che la vita non si può possedere, ma soltanto accogliere.
La malattia di Michele. “Io sempre bene”
Poi, quando Michele Narcisi ha sei anni e mezzo, qualcosa cambia. Durante un’escursione arrivano le vertigini e una perdita di conoscenza. Poi durante il viaggio a Cracovia la diagnosi che nessun genitore vorrebbe mai sentire: un tumore al cervello. La famiglia viene trasferita all’ospedale pediatrico di Cracovia.
Inizia un’altra strada, fatta di ospedali, operazioni, paure e attese. Michele poi viene operato più volte al Gaslini di Genova. Eppure, dentro quella storia dolorosa, Davide e Nanà raccontano un bambino che non smette di sorprendere.
Michele si definisce un “ninja”. Quando il padre cerca di rassicurarlo, lui risponde con una semplicità disarmante: “Papà, vado a guarire”. E soprattutto c’è quella frase che diventa quasi il suo biglietto da visita: quando qualcuno gli domanda come sta, Michele risponde sempre: “Io sempre bene”.
I presenti all’incontro in San Giovanni in Canale per catechisti ed educatori. I relatori, i genitori di Michele Narcisi.
Michele e la sua positività
Anche in ospedale trova il modo di sorridere. Fa amicizia con i dottori clown, prepara per loro scherzi e battute, riesce a far ridere medici e infermieri. Persino davanti alla propria disabilità riesce a cercare qualcosa di positivo. Non è una fuga dalla realtà. È il suo modo di affrontarla.
Ed è forse qui che la testimonianza di Davide e Nanà diventa particolarmente preziosa per chi educa: Michele non insegna una lezione con le parole. La insegna con il modo in cui vive.
“Quando vado in cielo…”
Poi arriva una domenica. Michele ha giocato, è stato con la sua famiglia. A un certo punto guarda il papà e gli pone una domanda che rimane impressa nel cuore: “Quando vado in cielo, non è che poi mi scotto con il sole, perché ci sarò molto vicino?” Una domanda di bambino. E insieme una domanda immensa. Poco dopo Michele entra in coma per cinque giorni. E quando si sveglia, quasi a riportare tutto alla normalità: “Comunque voglio la pizza”.
Per Davide e Nanà quella frase è una scintilla. Un ritorno alla vita, alla speranza, alla possibilità che tutto possa ancora cambiare.
Per tre settimane Michele torna a giocare. Costruisce con i Lego. Ride. Vive. Poi, lentamente, qualcosa si spegne. Non riesce più a riconoscere i colori, non riesce più ad attaccare i pezzi del Lego. Una sera mangia una marmellata di fragole, si addormenta e non si sveglierà più.
È il 4 giugno 2023, domenica della Santissima Trinità.
Davide e Nanà guardano allora anche alla storia della loro famiglia e vi riconoscono un filo: Michele era stato battezzato nella notte di Pasqua, il 26 marzo 2016. Una settimana dopo, il 2 aprile, festa della Divina Misericordia, avevano celebrato il loro matrimonio religioso.
Ora, nel giorno della Santissima Trinità, sentono di dover riconsegnare quel figlio che, prima ancora di essere loro, era stato loro donato.
Una festa per Michele
Anche il momento della morte diventa, per questa famiglia, un passaggio da vivere nella fede.
Michele viene sepolto sotto una semplice lapide di sasso, accanto a piantine di fragole e pomodori, quasi a continuare quel legame con la terra e con la natura che aveva amato tanto.
Per il funerale Davide e Nanà scelgono non soltanto il rosario, ma un intreccio di preghiere e poesie provenienti da diverse tradizioni religiose. E per la “salita al cielo” del loro bambino scelgono il bianco, la musica, il canto, la gioia. Non perché il dolore non esista. Ma perché, spiegano, la fede nel Risorto impedisce che la morte abbia l’ultima parola.
Persino nelle ultime immagini di Michele c’è un tratto della sua personalità: le infermiere cercano di ricomporre le sue mani, ma queste continuano ad aprirsi. Anche dopo la morte, dicono i genitori con un sorriso commosso, Michele continua a essere “ironico e rompiscatole”.
Quelle mani aperte diventano allora l’immagine di ciò che ha lasciato: un bambino che ha saputo accogliere la vita fino all’ultimo.
Portare un sorriso ai malati
Dal dolore nasce anche un impegno concreto. A Genova, all’ospedale Gaslini, nel ricordo di Michele Narcisi nasce l‘associazione “Io Sempre Bene”, con l’obiettivo di portare sorrisi, presenza e sostegno ai bambini malati e alle loro famiglie.
Il nome non è casuale. È la risposta che Michele dava sempre quando gli chiedevano come stava.
“Io sempre bene”. Un’espressione semplice, diventata una consegna.
La storia di Michele per gli educatori
La testimonianza di Davide e Nanà lascia così una domanda a chi, nella Chiesa, accompagna bambini, ragazzi e famiglie: che cosa accade nell’incontro con noi? Che cosa resta di noi nell’altro?
È la domanda da cui è partita “L’ora dell’incontro”. Perché educare, prima ancora di trasmettere contenuti, significa esserci. Significa incontrare una persona nella sua storia concreta, nelle sue domande, nelle sue ferite e nelle sue speranze.
A San Giovanni in Canale, domenica sera, un bambino di otto anni che non c’è più ha continuato, attraverso la voce dei suoi genitori, a fare ciò che aveva sempre fatto: incontrare gli altri e regalare loro un sorriso.
