Ora di religione,“tecnici” in calo
Ora di religione,
“tecnici” in calo
Marchioni (Ufficio scuola): la causa principale della diminuzione
è l’aumento degli studenti stranieri. Una loro vera integrazione sarebbe però favorita
dalla conoscenza del nostro patrimonio culturale. Non giova il fatto
che chi non sceglie l’ora di religione può uscire da scuola
Diminuiscono gli studenti che scelgono l’ora di religione a scuola. Il calo è dovuto in particolare all’aumento degli studenti stranieri nei nostri istituti. I numeri diffusi dall‘Ufficio scuola della diocesi offrono l’occasione per una riflessione sul settore. Ne parliamo con il direttore prof. Giovanni Marchioni, docente di religione al liceo Gioia a Piacenza.
— Prof. Marchioni, da dove nasce questo calo?
Indubbiamente c’è un calo degli avvalentesi, e questo ci preoccupa. I dati vanno esaminati con attenzione, comunque interpellano sia noi docenti di religione, chiamati a migliorare sempre di più la nostra professionalità, ma ritengo anche la scuola nel suo complesso, che rischia di mancare ad uno dei suoi obiettivi più importanti, quello dell’integrazione degli studenti stranieri.
Nel Concordato del 1929 l’insegnamento della religione (nell’articolo useremo l’abbreviano IRC, ndr) veniva proposto sostanzialmente come un’attività di catechesi, come “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica”. La revisione del Concordato del 1985 ha cambiato radicalmente l’impostazione dell’IRC. Lo Stato ha cioè riconosciuto che la religione cattolica è parte fondamentale della cultura del popolo italiano e dunque ha chiesto alla Chiesa, non dimentichiamo che non esistono facoltà universitarie di teologia statali, di insegnare religione cattolica non in modo catechistico, ma nell’ambito delle finalità della scuola, dunque con una prospettiva culturale.
Il calo progressivo degli avvalentesi trova una correlazione con l’aumento degli studenti stranieri. Non dimentichiamo che nell’anno scolastico 2008/09 gli studenti stranieri erano il 13% del totale, mentre oggi a Piacenza superano il 20%. Il 79% dei non avvalentesi nella scuola dell’infanzia, l’87% nella scuola primaria, il 74,6% nelle medie e il 45,6% nelle secondarie di secondo grado sono stranieri. È bene sottolineare il fatto che Piacenza è la provincia italiana, insieme a Prato, con il maggior numero di studenti stranieri. Se integrazione significa anche aiutare chi arriva a conoscere la cultura del popolo che lo ospita, allora il fatto che molti studenti stranieri non si avvalgono dell’IRC non è un bel segnale.
— Lei diceva che la religione è parte fondamentale della cultura del popolo italiano. Che cosa intende per cultura?
Non è facile sintetizzare questo concetto. Possiamo descrivere la cultura come la coltivazione dell’uomo. Come il contadino coltiva il campo per avere frutti copiosi, così occorre “coltivare” il cucciolo dell’uomo perché diventi sempre più uomo, sempre più se stesso, sempre più capace di integrarsi nella sua comunità. Dunque sono espressione di una cultura le conoscenze, i valori, le tradizioni di una comunità, il suo modo di interpretare la realtà e di vivere.
La scuola è l’istituzione pubblica deputata ad inserire i giovani membri di una comunità in una cultura. Trasmette nozioni, informa, abilita all’uso degli strumenti necessari alla convivenza (i famosi: scrivere, leggere e far di conto…), offre le conoscenze necessarie per inserirsi come cittadini consapevoli nella comunità, educa ai valori sociali condivisi, quelli cioè affermati, nel caso dell’Italia, dalla Costituzione repubblicana. Attraverso le discipline la scuola non insegna soltanto nozioni, ma tradizioni e storia, fornendo ai giovani le chiavi interpretative della realtà proprie del popolo italiano, della, se così si può dire, “cultura italiana”.
— In che senso l’insegnamento della religione fa cultura?
Sono molti i valori e le tradizioni italiane che hanno la loro matrice culturale e storica nella tradizione cristiana, in particolare nella sua forma cattolica. Pensiamo semplicemente alla domenica come giorno festivo, alle grandi feste nell’anno, come Natale e Pasqua, alle forme artistiche disseminate nel Paese… Ma gli stessi concetti di persona, di libertà, di sviluppo scientifico sono debitori alla tradizione cristiana.
Potremmo addirittura affermare che non è possibile abbeverarsi alla storia ed alla tradizione italiane o europee senza imbattersi nel cristianesimo. La storia, l’arte, la musica, la letteratura sono impregnate di testimonianze cristiane.
— Ma l’ora di religione non è una materia “obbligatoria”…
È vero. Tuttavia è impossibile accostarsi ai percorsi didattici della scuola italiana senza studiare aspetti propri del cristianesimo. Significherebbe cancellare gran parte della storia, non conoscere Dante Alighieri, o Manzoni, o Pascoli…, evitare di conoscere la grande maggioranza del patrimonio artistico e architettonico del nostro Paese, non conoscere l’evoluzione del pensiero filosofico dell’Occidente… In sostanza si tratterebbe di negare una civiltà, intesa come l’insieme delle strutture, espressione di una data cultura, che caratterizzano una società.
— Non sarebbe più giusto insegnare nelle scuole italiane tutte le religioni?
Nessuno contesta il fatto che in Italia si insegni la letteratura italiana ed europea, la lingua e la grammatica italiana, la storia d’Italia, la geografia, insomma la tradizione culturale del Paese. Questo perché il compito della scuola, in Italia, è offrire ai giovani gli strumenti per sapersi orientare in una determinata tradizione culturale. Si studia per accenni anche la storia americana, si studiano le lingue, ma l’orizzonte di riferimento rimane ciò che possiamo descrivere come la “nostra cultura”, di cui la tradizione cristiana fa parte. In Italia uno studente non può decidere di evitare lo studio dell’italiano o della matematica euclidea o, se frequenta un liceo, la storia della filosofia occidentale; allo stesso modo, sebbene le grandi religioni vengano studiate in una prospettiva didattica sempre più interdisciplinare e interreligiosa, approfondire la conoscenza del Cattolicesimo rimane un’esigenza imprescindibile per chi voglia veramente comprendere e far propria la tradizione culturale italiana.
— Torniamo ai dati: se possiamo dire sostanzialmente stabili gli avvalentesi della scuola primaria e media inferiore, come spiegare il calo nell’infanzia e nelle secondarie di secondo grado?
Non ho elementi per rispondere con sicurezza alla sua osservazione. Per quanto riguarda la scuola dell’infanzia penso che il calo dipenda dal calo demografico: nascono meno bambini, specialmente da coppie italiane. Infatti, se nel rapporto annuale dell’ISTAT del 2014 si rileva un crollo delle nascite in Italia, mai così poche da vent’anni a questa parte, l’incremento delle nascite di bambini stranieri, secondo il censimento ISTAT del 2011, è del 282,2%. E poiché l’80% dei non avvalentesi nella scuola dell’infanzia sono stranieri… Diverso è il discorso nelle superiori, dove il numero degli studenti italiani che non si avvalgono è in effetti alto, siamo infatti al 45%, e sembra in aumento. Da un lato occorre distinguere tra ordini di scuola. Nei licei, infatti, il numero degli avvalentesi è ancora elevato, direi in linea con la media nazionale, mentre diminuisce vistosamente negli Istituti Tecnici, nei quali si nota il calo più vistoso rispetto allo scorso anno, e in quelli Professionali, i quali, però sempre rispetto allo scorso anno, hanno avuto un aumento degli avvalentesi di quasi il 6%. è necessaria una riflessione più approfondita sul fenomeno, però credo che, tra le variabili in gioco, abbia un peso notevole la possibilità per gli studenti non avvalentesi di uscire da scuola. Tant’è vero che il 56% di coloro che non si avvalgono dell’IRC scelgono questa opzione.
Vitt. Ste.
> Così in Europa
In Germania l’ora di religione cattolica o riformata (protestante) – spiega il prof. Marchioni – è a scelta di famiglie e studenti; si può insegnare anche un’altra religione quando vi sono studenti sufficienti. In Olanda l’alternativa all’idr cattolico o riformato è l’insegnamento di altre religioni o un insegnamento umanistico di valori. In Belgio si può insegnare religione cattolica, ebraica o anche etica non religiosa; in Finlandia si ha una soluzione analoga (ma la soluzione numero uno è religione protestante). In Francia la scuola primaria lascia un giorno libero agli studenti per recarsi alla Chiesa di appartenenza per la formazione religiosa; in Alsazia-Mosella c’è l’insegnamento religioso cattolico nelle primarie e secondarie. La Russia ha varato una legge che prevede l’idr ortodossa (senza escludere le altre religioni). In Gran Bretagna l’idr è gestito dalle principali confessioni esistenti nel Paese, che formulano un programma con sfumature interconfessionali.
Lomi (Respighi): “sta a noi insegnanti
cercare di coinvolgere i ragazzi”
(V. S.) Che cosa significa insegnare oggi religione a scuola? Lodigiano di nascita, 48 anni, Sergio Lomi, docente al liceo scientifico Respighi di Piacenza, racconta la sua esperienza.
— Come cerca di coinvolgere i suoi studenti?
L’insegnante deve essere credibile, in particolare chi insegna religione che deve esporsi con la propria fede. Bisogna essere preparati culturalmente e sempre aggiornati, i ragazzi non si accontentano di una preparazione superficiale. E poi saper accostare la fede cristiana ai grandi temi culturali, storici e filosofici, rende l’ora più interessante.
— Com’è il programma dell’ora di religione nelle diverse classi?
Esiste una programmazione da seguire a livello ministeriale. Nelle classi prime io parto dall’aspetto antropologico del senso religioso: cerchiamo di capire perché fa parte dell’uomo credere. In seconda si affronta il binomio fede e ragione. In terza e in quarta io uso la Bibbia, che spesso i ragazzi utilizzano in versione digitale, e io spiego loro che questo testo rappresenta la storia della nostra fede, si parla di un popolo in dialogo con Dio. Ragioniamo sulle cose a partire da un confronto con l’arte, la storia, la filosofia. Quando parlo del Cantico dei Cantici, ad esempio, non posso non parlare delle opere di Chagall. In quinta si parla di bioetica e psicanalisi, cercando di non tralasciare il vissuto difficile dell’adolescenza e collaborando sempre con i colleghi.
— Quali sono gli aspetti che suscitano più interesse?
La bioetica e il senso religioso. Ma il modo per rendere davvero efficace l’ora di religione è riuscire a stabilire un legame vero con i ragazzi. Loro arrivano con le difficoltà tipiche degli adolescenti e allora bisogna essere sempre disponibili, seguirli, parlare con loro non solo durante l’ora di lezione.
— Chi non segue l’ora di religione, che cosa fa?
Chi non segue l’ora in genere esce dalla classe per un’ora di studio individuale. Se è all’inizio o alla fine della mattinata entrano dopo o escono prima. Di fatto fanno un’ora in meno degli altri. È per quello che spesso scelgono di non avvalersi dell’ora. Non tanto per ateismo convinto.
Ma succede anche il contrario: io, ad esempio, ho in classe alcuni studenti islamici che hanno scelto di avvalersi dell’ora di religione. è per loro un passaggio importante per integrarsi nella cultura del nostro Paese; sotto questo aspetto l’ora di religione andrebbe ripensata e valorizzata ancora di più.
(Il Nuovo Giornale n. 5/2015 – 30 gennaio)
