Preti per gli altri
“Io non credo, ma ogni volta che vedo voi preti, non posso non pensare a Dio”. Queste parole, don Adamo Affri se le è sentite rivolgere da un carcerato, uno di quelli che tutti i giorni va a trovare nella Casa circondariale di Piacenza; uno di quelli che lo aspettano per ricordarsi che c’è altro oltre alla sofferenza, agli errori irrimediabili, alla cella in cui si è costretti: esiste una speranza, un Dio che viene offerto attraverso un giovane cappellano con le sue fragilità e le sue attese, le sue conquiste e le sue cadute. Don Adamo Affri, 40 anni, di Crema, è stato ordinato il 13 giugno del 2009, proprio pochi giorni prima dell’indizione da parte di Benedetto XVI dell’Anno sacerdotale, che si conclude venerdì 11 giugno. “Ho trascorso la mia adolescenza in ricerca – racconta don Adamo, che vive a Fiorenzuola, in una casa famiglia della Comunità Giovanni XXIII -, non riuscivo a comprendere dove fosse il mio posto”. Poi l’incontro con Alex, un ragazzino gravemente malato: “da lui ho imparato ad avere un atteggiamento di accoglienza di fronte alla vita; a vivere il limite come luogo di crescita”. Venne da sé, nel tempo, la sua scelta per gli ultimi. Perché “con loro – dice – riesco a tirar fuori la parte più bella di me. In carcere non ci sono maschere. Una volta cuore a cuore col detenuto, incontri l’uomo e in lui il desiderio di una vita che purtroppo non si è realizzata. A volte non mi lascia dormire il pensiero di giovani che dovranno scontare lunghissime pene. Sono giovani come tanti, che pagano le loro fragilità. Un giorno, uno di questi mi ha detto: ‘Da quando c’è lei, mi sento più sicuro’”. Don Adamo non ha dubbi: il prete è sempre, al di là del suo grado di santità, un segno di Cristo: “la gente cerca qualcosa in noi, perché cerca qualcuno: Dio. Da me i detenuti si aspettano uno sguardo diverso da quello del mondo e sono proprio loro che mi aiutano a essere prete”, perché certo, i momenti di scoraggiamento non mancano. “Come posso far capire che la loro vita ha un senso? Solo partendo dal senso che io do alla mia. Spesso noi sacerdoti abbiamo quasi timore di proporre Gesù come unica risposta alla realizzazione dell’uomo: dobbiamo avere più coraggio!”.
Il dolore del rifiuto Il coraggio di annunciare la misericordia di Dio, per don Pietro Cesena, parroco a Borgotrebbia, è il ruolo del sacerdote nella società. Ordinato a 33 anni, oggi ne ha 52: “Intorno a me – racconta – vedevo un grande bisogno di preti che fossero disposti ad aprire le porte ai peccatori, così ho detto: ‘Se hai bisogno di me, Signore, ci sono!’”. Forte in lui, la dimensione comunitaria. “Un sacerdote da solo non può fare niente. Il senso grande del presbiterato va calato in una comunità di uomini e donne che vivono con il presbitero il dramma della vita”. Le mie gioie e i miei dolori? “Qualche volta mi sembra di essere solo. Il dolore è quello del rifiuto, non tanto di me prete, ma del Vangelo. Anche se la libertà è il presupposto dell’amore, è doloroso vedere allontanarsi persone che hai educato. La gioia, invece, è quella del padre che ritrova il figliol prodigo; è la consapevolezza che quanto è stato seminato non va perduto”. E la fedeltà? “È prima di tutto la fedeltà di Dio, perché chi di noi è fedele? – risponde don Pietro -. Egli ci ha chiamato nonostante le nostre infedeltà”. Poi, sulla crisi delle vocazioni commenta: “qualcuno pensa di risolverla con la clonazione, ma oggi siamo di fronte alla crisi dell’umano. Non dimentichiamo però che la luce è più forte delle tenebre e i miracoli sono quotidiani: bisogna avere occhi per vederli”.
Confessore tra i calciatori “Padre, posso confessarmi?”. Questa timida richiesta di un uomo mai visto prima di allora, padre Raffaele Russo la custodisce con cura dentro di sé. Pugliese di origini, 70 anni, è stato ordinato sacerdote nel 1965. Dal 2008 vive a Piacenza nel convento dei Cappuccini francescani. Era un giorno feriale di tanti anni fa. Giovane sacerdote, andava a trovare in treno la madre a Torino. Quell’uomo, seduto accanto a lui nello scompartimento, non si confessava da tantissimi anni. “Mi sono chiesto: ‘Come è possibile che il Signore gli abbia fatto desiderare proprio in quel momento di farlo? E perché ha scelto me per togliergli il macigno del peccato dal cuore?”. Sulla sua vocazione religiosa, racconta padre Raffaele, hanno influito le preghiere della madre, figlia spirituale di padre Pio. Una frase di Paolo VI lo accompagna nel suo apostolato: “La Chiesa ha bisogno oggi più che di dottori e maestri, di testimoni’”. E la testimonianza passa anche attraverso la perfetta letizia francescana. Negli anni Ottanta padre Raffaele ha svolto il suo ministero nel convitto San Francesco di Pavullo nel Frignano, frequentato da molti calciatori di serie A. “Alcuni entrarono in amicizia con me – racconta - si confidavano, mi chiedevano aiuto”. Un giorno, al nuovo allenatore del Bologna, il frate chiese come volesse organizzarsi con la sua squadra per la Messa domenicale. Lui rispose: “Ai calciatori interessano i soldi e le donne”. Padre Raffaele non insistette. “Però – racconta - alcuni di loro la Messa la frequentavano eccome, altri mi hanno chiesto più volte di confessarli, uno entrava ogni giorno in chiesa per recitare i vespri”. Segno che la gioia e l’umiltà di un prete avevano di nuovo fatto breccia. Segno che anche in un mondo apparentemente lontano da Dio la presenza di un sacerdote non passava inosservata. Anche là egli era “segno” di Qualcun altro. Lucia Romiti |
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