Domenica 05 Settembre 2010
 

Coraggiosi come S. Antonino

Il Vescovo spiega le ragioni della Missione popolare alla luce dell’esperienza del primo martire e del cammino della Chiesa

Celebrare il 4 luglio la festa del patrono Antonino, il primo martire che la nostra Chiesa ricorda, ci riporta alla missione di annunciare il Vangelo. Oggi come in ogni epoca. Ne parliamo con il vescovo monsignor Gianni Ambrosio.

— Da ormai diversi mesi la nostra diocesi è entrata nel percorso della Missione popolare. Qual è l’obiettivo di questa esperienza ecclesiale?
La Missione popolare diocesana vuole aiutarci a vivere la gioia della fede in Cristo Gesù nella situazione del nostro tempo, tenendo conto del “mondo che cambia”. In particolare un grande cambiamento da tenere presente è quello evidenziato sinteticamente dal grande storico francese René Rémond, accademico di Francia, deceduto nel 2007.
Egli ha caratterizzato l’odierna situazione culturale e religiosa con queste parole: il cambiamento fondamentale “è l’emergenza dell’individuo, con la sua libertà e la sua coscienza. Non si tornerà più ad una religione della costrizione e dell’obbligazione. I ‘fedeli’ (...) non si riproducono più in modo identico da una generazione all’altra. L’individuo vuole autodeterminarsi, col rischio, talora, di perdersi” (R. Rémond, Le Christianisme en accusation. Entretiens avec Marc Leboucher,  Desclée de Brouwer, Paris 2000, p. 135).
Per questo nella Missione popolare non abbiamo pensato innanzi tutto agli ‘altri’, ma alla nostra realtà personale e alla realtà delle nostre comunità ecclesiali. Si riparte da noi stessi, dalle nostre comunità cristiane, dal nostro essere Chiesa. Anzi si riparte da Cristo, che è il bene più prezioso che Dio ci ha elargito. Partecipando alla vita di Cristo e vivendo l’amicizia con Lui, siamo resi capaci di donare la gioia di incontrare Cristo: è la nostra missione di sempre, è la nostra missione di oggi.

— Come l’uomo di ieri e di oggi viene coinvolto nella storia da questo rapporto con Dio?
Per usare ancora le parole di R. Rémond, si tratta di mettersi alla scuola della “pedagogia della trascendenza e dell’incarnazione, che insegna all’uomo come egli si collochi nell’universo e nel tempo, all’interno di un progetto più vasto di lui”. Una storia di amore gratuito da parte di Dio, una storia di molte incertezze e anche di rifiuti da parte degli uomini.
La Sacra Scrittura documenta questa condiscendenza di Dio verso l’umanità parlando di alleanza, anzi di alleanze successive: sono impegni sempre rinnovati e sempre gratuiti da parte di Dio in vista della comunione con l’umanità per condurla  alla salvezza. Collocandoci all’interno di questo progetto di Dio che è la storia della salvezza, si incontra Gesù Cristo: egli è il centro e il protagonista del progetto di Dio. Tutto il divenire dell’umanità converge, nel disegno di Dio, verso di Lui.
Nella persona di Cristo, la  comunione di Dio con gli uomini è a favore di tutta l’umanità ed è per tutti fonte di gioia e di speranza. In Cristo è presente tutta la pienezza della divinità, in lui si manifesta sensibilmente l’amore di Dio per gli uomini. In Gesù Cristo, Dio ha condiviso in tutto la nostra esistenza umana con le esperienze e le angosce che l’accompagnano, dalla nascita alla morte, per rivelare agli uomini la bellezza e la grandezza dell’uomo in comunione con Dio. In Gesù Cristo ogni uomo trova il cammino che conduce alla salvezza, aderendo a lui nella fede, conformandosi alla sua vita e alla sua parola, al fine di partecipare personalmente ai frutti della sua missione.
Gesù può annunciare che ‘il Regno di Dio è in mezzo a voi!’ (cf Lc 17, 20s). Gesù è il Regno di Dio in persona: è l’uomo nel quale Dio è in mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo avvicinarci a Dio. Chi ascolta e accoglie Cristo, si apre a Dio e lascia che Dio entri nella sua vita: così ci è data la vita, ci è offerta la salvezza.

— Quali sono gli elementi chiave dell’esperienza della fede?
La lunga storia della salvezza prosegue nel nostro tempo. E ci insegna che occorre sempre ritornare a Dio, al primo comandamento: ecco la ‘conversione’. Non è mai scontato che al centro della nostra vita ci sia il mistero dell’amore di Dio che Gesù Cristo ha rivelato e testimoniato. Ritornare al Dio di Gesù Cristo vuol dire accogliere ciò che Gesù rivela di Dio. La missione della Chiesa consiste nel favorire questo incontro. Non possiamo rassegnarci alla dimenticanza di Dio, dimenticanza soprattutto pratica, a volte anche teorica: è questa la grande questione della nostra cultura europea. Non possiamo neppure accontentarci di qualche vaga idea di Dio.
Anche l’uomo contemporaneo, nonostante tutto, porta nel cuore la domanda circa Dio e circa l’identità più autentica di Dio. Allora chi ha la grazia di conoscere e di amare Dio, non può non offrire ai fratelli questa conoscenza di Dio. Non una conoscenza astratta, distante, fredda, ma una conoscenza intima, viva e profonda. La Missione vuole innanzitutto parlare di Dio, vuole annunciare l’unico vero Dio. Ma  non si può far conoscere Dio con le sole parole.
Se di una persona si sa solo qualcosa attraverso qualche espressione di seconda mano, non la si conosce veramente. Occorre invece entrare personalmente in relazione. Così annunciare Dio vuol dire aiutare ad introdurre nella relazione con Dio. Anche perché, fondamentalmente, la dimenticanza di Dio è dovuta alla perdita del rapporto personale con Lui: occorre allora aiutare a recuperare questo rapporto personale. La fede cristiana vive di questa relazione: solo se esperimentata, essa può essere annunciata e comunicata.
Il Vangelo di Giovanni dice fin dall’inizio a chiare lettere che “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1, 18). Noi desideriamo accogliere e vivere questa rivelazione e desideriamo farla conoscere. 
Questo non vuol dire confinare l’esperienza religiosa nel sentimento individuale, nel richiamo all’esperienza del ‘tu’: sarebbe una rischiosa interpretazione dell’esperienza religiosa in chiave decisamente soggettiva. Si tratta invece di favorire la relazione personale con Dio presentando Gesù e le “opere” da lui compiute che producono e comunicano vita: così si entra in una esperienza di vita. Allora diventa possibile uscire da quelle visioni che non consentono di riconoscerci cercatori della verità, di senso, di speranza, perché possiamo ripensare in modo unitario storia ed esperienza: così per noi diventa nuova e vitale la relazione con il Dio di Gesù Cristo. In questo modo l’uomo che vive questa relazione può sprigionare tutte le potenzialità d’amore che porta dentro e trasmetterle anche agli altri.

— Come l’evangelizzazione deve fare i conti con la cultura di oggi?
Non credo che la questione della trasmissione del cristianesimo – e dunque della nostra Missione popolare – consista nel ricercare il modo di tradurre il Vangelo nella complessità attuale. Ritengo che questa ricerca sia importante, ma a volte tende a diventare ossessiva, quasi paralizzante. Consiste piuttosto nell’assumere, soprattutto in questo nostro contesto, il messaggio evangelico nella sua essenzialità, nella sua novità, nella sua fecondità. Questa pronta disponibilità trasforma il cuore e rinnova la mente: è ciò che è avvenuto nella storia, è ciò che è avvenuto nei santi.
Proprio la festa di sant’Antonino, nostro patrono, ci ricorda l’accoglienza pronta e coraggiosa del messaggio evangelico nel contesto della cultura pagana. La memoria grata e riconoscente per il dono di questo santo ci assicura che il Signore stesso è il nostro compagno di viaggio, come è stato compagno di viaggio dei discepoli in cammino verso Emmaus. Solo Lui, presente in mezzo a noi, ci fa comprendere il progetto di Dio e il senso degli avvenimenti,  solo Lui illumina le menti e scalda i cuori, solo Lui ci dona la forza di “narrare” ai fratelli “ciò che era accaduto” e ciò che accade “lungo la via” (Lc 24, 33-35).

 
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