“I have a dream”, il tifo che unisce
Mondiali in Sudafrica. Un’opportunità per gli africani adottati da Piacenza per parlare diversamente della loro terra. Ancora lunga la strada per l’integrazione Era il 28 agosto 1963 quando il premio Nobel per la Pace Martin Luther King pronunciò il celebre discorso “I have a dream” - Io ho un sogno, nel quale denunciò la discriminazione razziale, rilanciando i principi di libertà e uguaglianza tra i popoli. A distanza di 47 anni, gli fa eco l’inno ufficiale di questi Mondiali di calcio 2010 che si stanno svolgendo per la prima volta nella terra di Nelson Mandela, l’uomo simbolo della vittoria sull’apartheid. Una sorta di riscatto per il continente nero spesso identificato solo come un luogo martoriato da guerre e povertà; oggi, invece, scenario della Coppa del mondo. I mondiali degli africani che vivono in città. In città, scontato dirlo, bisogna spostarsi in via Roma per sentire pulsare con vigore il cuore della comunità africana e capire con quale spirito sta vivendo questi mondiali, caricati di un significato che va ben oltre la semplice competizione agonistica. In realtà capita di entrare anche in negozi gestiti da alcuni indiani per scoprire se seguono il calcio e quale squadra tifano, ma tutto è vano: non capiscono nè l’italiano nè l’inglese. Una decina di passi più avanti c’è un vivace via vai da un piccolo emporio. La titolare si chiama Doris Amadin. è nigeriana ma da 16 anni vive nel Belpaese, si è sposata con un gragnanese e hanno una figlia. Piuttosto inesperta di calcio, Doris vuole dire la sua su tutta un’altra partita che è in gioco: l’integrazione. “Credo che il razzismo sia semplicemente una questione di ignoranza”. Come sconfiggerlo difficile dirlo, ma Doris che fa parte dell’associazione che riunisce i nigeriani in città, crede che oltre al pallone anche il cibo possa fare la sua parte per riunire etnie diverse. “Può sembrare banale, eppure - domanda - perchè il Comune non promuove altre iniziative in cui italiani e stranieri possano riunirsi e assaggiare piatti tipici dei vari Paesi d’origine? Mangiare insieme è sempre un modo per conoscersi e confrontarsi in modo semplice”. In un batter d’occhio la giovane nigeriana propone una serie di ricette per cucinare le Yam, le patate tipiche del Ghana, e la triglia col riso. Meno entusiasta, invece, quando parla dei controlli dei vigili in via Roma. “Fanno il loro lavoro, non lo discuto, spero che ispezionino con altrettanta precisione anche gli altri esercizi commerciali”, dice senza tanti giri di parole. Sulla porta del negozio c’è Sam Imarhirgbe. Ha appena 20 anni, vive a Cortemaggiore con la famiglia che si è trasferita in Italia quando lui era ancora un bambino. Con una parlata fluida e un accento spiccatamente piacentino dice di non avere dubbi sulla vittoria dell’Argentina a questi mondiali. Anche se è nigeriano riconosce il primato alla squadra guidata da Maradona. Sam di calcio se ne intende perchè gioca da anni nella Shack U. S. calcio, “la prima squadra di Cortemaggiore”, tiene a precisare. “Sono stato il primo giocatore di colore nella formazione: lo sport mi ha aiutato molto nell’essere accettato con estrema naturalezza”.
Il potere di un centro ricreativo. Proseguendo per via Roma, un bar dal nome esotico è l’approdo di ghanesi, congolesi e nativi del Camerun e del Burkina Faso. Quando si parla di calcio, la barista nigeriana si inalbera, a sorpresa, sugli scivoloni della Juventus in campionato piuttosto che sulle scarse performance della sua nazionale al mondiale. Al bancone, mentre sorseggia un caffè, è seduto Rodrigue Ditoum. 26 anni di cui dieci a Piacenza viene dal Congo e tifa per la Francia “già uscita di scena - dice rassegnato - dopo la batosta subita dal Messico”. Diplomato all’Itis, oggi Rod lavora in un’azienda metalmeccanica. Nel suo passato qualche esperienza di discriminazione ammette di averla subita, però è anche riuscito ad avere tanti amici. In fatto di politiche di inclusione sociale afferma che Piacenza è “un osso duro”. “Gli stranieri dovrebbero capire la cultura del Paese ospitante e gli italiani - spiega - non dovrebbero giudicare a prima vista; credo che per amalgamarci veramente bisognerebbe fondare dei centri ricreativi in cui la popolazione residente possa interfacciarsi con gli stranieri e non fossilizzarsi sulle associazioni che tendono a raggrupparci per Paese d’appartenenza”. Secondo Rod, gli extracomunitari devono avere tutta la buona volontà di conoscere usi e costumi del posto. “In molti casi una chiacchierata serena può davvero dissolvere quel brutto sentimento che è la diffidenza”. In tema di calcio, Rod sostiene che “la Coppa del mondo in Sud Africa sia una cosa eccezionale perchè va oltre il colore della pelle ed è capace di far vedere la gente tutta uguale; avrebbero dovuto organizzarla lì molto tempo prima, come un segnale di rinascita”.
“Diamoci da fare!”. “Questa contaminazione culturale potrebbe essere la salvezza di Piacenza un po’ immobile, un po’ materasso, qualunque colpo tu le dia, tende a tornare sempre alla condizione originaria!” L’affermazione spiazzante è di Bernardo Carli. In città è conosciuto come il rimpianto preside del liceo Artistico Cassinari, ma, in questo caso, Carli parla come abitante del quartiere Roma. Vulcanico e vivace, la sua sulla via più multietnica del centro è un’opinione controcorrente: “la trovo bellissima perchè vitale; l’aspetto culturale interessante degli stranieri che vivono qui è la solidarietà con cui partecipano alla vita altrui malgrado, in certi casi, siano dei diseredati che soffrono una condizione di disagio”. “Quello che penso - incalza Carli - è che dovremmo lavorare maggiormente sulla mediazione culturale, capire chi sono queste persone che arrivano da noi e cosa vogliono. Nessuno si fa mai queste domande”. Qualche piccola perplessità emerge poi sull’Agenzia del Quartiere Roma. “é concentrata sul marketing e sul commercio, tutto legittimo, intendiamoci, ma non esaustivo”. Quanto ai mondiali “non sono un appassionato, ma penso che tra i meriti di Mandela ci sia quello di aver utilizzato a suo tempo lo sport, in questo caso il rugby, per ricompattare la popolazione fatta dai coloni conquistatori, gli Afrikaans, e i proletari di colore del Paese sudafricano”. Certo, al pallone non può essere data la responsabilità di sostituirsi alla politica o alla storia, sarebbe fuoriluogo chiedere al calcio di rendersi “intellettuale” per risolvere i tanti problemi che ci sono e che rischiano di rimanere, una volta spenti i riflettori degli stadi. I Bafana Bafana, la nazionale sudafricana, non vinceranno la coppa del mondo, ma, anche se fosse accaduto, questo non avrebbe reso il cammino di pace del Paese meno impegnativo oppure il processo di integrazione “più leggero”. Sicuramente, però, l’evento segna l’anno zero di un continente pronto a ricominciare e, comunque vada, il gol più grande è quello di Mandela, e lo ha già segnato.
Sara Vigorita |
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