Schiavi della rete: se reale e virtuale si confondono
Lo psichiatra Cantelmi: le nuove tecnologie si sono inserite, amplificandola, nella crisi delle relazioni interpersonali
Si sono conosciuti, fidanzati e lasciati in Internet. Con un epilogo tragico: lui ha comprato una macchina, ha guidato da Morfasso a Bari e l’ha uccisa a sprangate. Il motivo? “Mi tradiva”. A lasciare sconcertati, della vicenda di Chiara Brandonisio e Domenico Iania - solo una della serie di omicidi a sfondo passionale che ha popolato l’estate 2010 - non è solo la follia cieca che porta un uomo ad uccidere la donna che sostiene di amare. È lo sconfinamento tra reale e virtuale: un fidanzamento nato e finito su Facebook, senza bisogno di incontrarsi, ma vissuto da uno dei due protagonisti con tale intensità da sconfinare nel patologico. Un caso estremo. La punta dell’iceberg di un fenomeno in crescita, che gli psichiatri stanno prendendo in seria considerazione, tanto che il Policlinico “Gemelli” di Roma vi ha dedicato un ambulatorio ad hoc. Aperto nel novembre del 2009, in pochi mesi ha ricevuto centinaia di richieste.
“Sei fedele?”: ti metto alla prova su Facebook La prima a studiare la sindrome da dipendenza da Internet è stata la ricercatrice americana Kimberley Young dell’Università di Pittsburgh. Era il 1996, la “preistoria” della Rete. Sono bastati quindici anni e l’avvento dei social network che hanno reso l’esperienza virtuale più ricca e complessa per indurre la comunità scientifica internazionale a considerare la possibilità di inserire l’Internet Addiction Disorder (Iad in sigla) nel DSM, il manuale che raccoglie i disturbi mentali accertati e definiti. Bisogno di trascorrere sempre più tempo in Rete, calo dell’interesse per ogni altra attività, agitazione psicomotoria, ansia, pensieri ossessivi su cosa accade on line, impossibilità ad interrompere o tenere sotto controllo l’uso di Internet: sono solo alcuni dei sintomi dello Iad. Le “applicazioni” sono però diversificate, come dimostrano i primi dati presentati dal Centro del “Gemelli”. Tra i pazienti della fascia 25-40 anni, la dipendenza dalla Rete parrebbe legata soprattutto a gioco d’azzardo, pornografia, chat a sfondo sessuale o shopping. “Abbiamo notato inoltre una tendenza ad attivare dinamiche di controllo sulla fedeltà via web”, osserva il coordinatore Federico Tonioni. In pratica, persone che si costruiscono una identità fittizia per contattare la fidanzata su Facebook in incognito e “spiarne” le reazioni di fronte ad un approccio virtuale.
I giochi di ruolo A preoccupare di più gli specialisti del “Gemelli” sono però soprattutto i giovanissimi, per nulla consapevoli dei rischi che corrono abusando delle nuove tecnologie. Tra i pazienti in cura nella fascia d’età 13-20 anni la tentazione maggiore deriva dai giochi di ruolo via web. Sono - dice il dott. Tonioni - “ragazzi intelligenti e più maturi dei coetanei, tendenti all’isolamento e con evidenti alterazioni nell’ambito dell’emotività”. Caratteristiche tipiche dell’adolescenza, che vengono esasperate dalla passione per le sfide on line con “amici” di tutto il mondo. Nei casi più gravi, i ritmi di vita sono stati del tutto rivoluzionati in funzione di questa nuova comunità virtuale. “C’è - riferisce lo psichiatra - chi va a letto alle 6 del pomeriggio e si sveglia alle 3 di notte per sfidare gli ‘amici’ che vivono dall’altra parte del mondo”.
Dal faccia a faccia allo schermo Tre giorni al computer, passando da un sito all’altro, fino ad approdare ad uno stato confusionale che ha reso necessario il ricovero. Il primo caso italiano di dipendenza da Internet è stato diagnosticato dal presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, il dott. Tonino Cantelmi. Convinto che Internet sia “la vera, straordinaria novità del Terzo Millennio”, lo psichiatra, docente all’Università Gregoriana e fondatore del CEDIS per lo studio delle dipendenze comportamentali (in modo specifico dipendenza da tecnologia e dipendenza sessuale), fa notare come alla crisi della relazione interpersonale che caratterizza la nostra epoca corrisponda il tentativo delle nuove tecnologie di colmare il vuoto attraverso sms, chat, social network e simili. “Questa tecnomediazione - dal faccia a faccia allo schermo a schermo - ha rapidamente guadagnato terreno in molte forme di relazione: amicizia amore, apprendimento, informazione”. I new media si sarebbero dunque inseriti in una crisi già in corso, amplificandola. Lo stesso vale per i tre fenomeni che Cantelmi ritiene alla base di tale crisi delle relazioni interpersonali. Anzitutto, “l’incremento del narcisismo delle società postmoderne, sostenuto dalla civiltà dell’immagine, di cui gli innamoramenti in chat e le amicizie in Facebook sembrano essere i corrispettivi telematici”. Poi il “sensation seeking”, ossia la “ricerca di emozioni, anche estreme, che porta a far coincidere la relazione interpersonale con l’emozione stessa”. Infine, il tema dell’ambiguità, “la rinuncia cioè all’identità e al ruolo in favore di una assoluta fluidità dell’identità stessa, con la conseguente rinuncia alla responsabilità della relazione ed alle sue caratteristiche generative”.
Incapaci di dire “noi” Reale e virtuale insomma si mescolano finendo col divenire paradigma delle difficoltà di rapporto tra uomo e donna, di cui i recenti casi di cronaca rappresentano la deriva patologica, ma che esprimono un malessere più generalizzato. Secondo lo psichiatra, uno dei punti deboli delle attuali relazioni sta nel fatto che si è in gran parte smarrita “la capacità di narrarsi, guardarsi negli occhi ed entrare in relazioni autentiche e profonde”. Oggi, sostiene, “la maggior parte delle relazioni si gioca sull’amore per se stessi e sulla capacità di provare e far provare emozioni forti, senza lasciare spazio alla costruzione di una storia e alla condivisione di valori e progetti. Questo prevalere di un modello emotivo di affettività concentrato solo sull’intensità del presente, privo di passato come di futuro, appiattisce la coppia e la rende incapace di elaborare e gestire i conflitti che finiscono inevitabilmente per risolversi con la rottura del rapporto”. Come intervenire? “Non esistono ricette preconfezionate - premette il dott. Cantelmi -. Ritengo che dovremmo anzitutto recuperare un’educazione all’affettività in termini anche ‘narrativi’, quella narrazione cui accennavo che fa di due persone che si incontrano un ‘noi’ , progettuali e valoriali per far comprendere ai giovani che le relazioni si costruiscono attraverso percorsi di impegno e di condivisione di identità. Le emozioni, anche quelle forti, sono il passo successivo”.
Barbara Sartori |
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