Venerdì 10 Settembre 2010
 

Se il cammino del pomodoro è in salita anche in pianura

La produzione cala del 15%. Gli agricoltori scoraggiati dallo scarso guadagno
Viva la pappa col pomodoro, per non parlare poi di chi vuole “‘a pizza con la pummarola ‘ncoppa”, portabandiera dell’italianità più verace. Eppure lui, il re pomodoro, si appresta mestamente a mollare lo scettro. Dal campo al barattolo la strada s’è fatta sempre più tortuosa. Certo, sarà necessario aspettare la fine di settembre, quando il periodo di raccolta sarà terminato, per poter tirare davvero le somme. Ma il vento di crisi ha già cominciato a soffiare forte con un calo della produzione di circa il 15% su scala locale ed è andata peggio a Ferrara, Ravenna e, a scendere, a Grosseto dove si è registrato un -30%. Il dito è puntato contro le piogge di Ferragosto e il maltempo degli ultimi mesi, tuttavia l’oro rosso made in Italy è braccato da anni dalla maxi produzione cinese che ha travolto quotazioni e regole, costringendo tutti, anche gli atavici produttori piacentini, a stringere la cinghia nella pianura assolata e afosa.
Ad essere particolarmente in crisi non è il pomodoro da insalata, prodotto per lo più al Sud, ma quello da conserva. La succulenta polpa rischia di essere soppiantata definitivamente da un volgare semilavorato che giunge da Oriente. Colpa dei costi troppo alti con un guadagno scarso per i produttori che hanno tenuto duro fino ad ora per difendere la filiera italiana. Tuttavia il futuro ha risvolti incerti: tanti agricoltori sono prossimi a gettare la spugna. Consapevoli di non poter battere la concorrenza cinese, l’unica speranza resta l’entrata in vigore delle nuove regole sul “made in” a tutela delle produzioni nazionali debitamente tracciate, anche se qualcuno sembra quasi quasi non volerle. Il più grande controsenso cui siamo costretti far fronte è che siamo tra i primi produttori di pomodoro nel mondo e tra i primi importatori di prodotto da Oriente.

Non c’è solo il “guadagno”
Tentati dalla questione “disaccoppiamento degli aiuti” che sarà applicato nel 2011, molti agricoltori si daranno ai cereali. Secondo l’ultima riforma dettatata dalla Pac, la Politica agricola comunitaria, infatti, i contribuiti dell’Unione Europea saranno destinati ai coltivatori in base agli ettari di terreno, indipendentemente dal prodotto coltivato. Chi è convinto che nonostante tutto non rinuncerà a piantare l’oro rosso è Giampiero Cremonesi. Siamo alle porte di Caorso dove l’agricoltore vive; poco lontano da qui 40 ettari di campi sono il suo regno curato con estrema passione. “è molto meno rischioso produrre barbabietole e cereali - spiega Cremonesi - inoltre i costi sono di gran lunga inferiori, ma il discorso da fare per noi che abitiamo qui è un altro”.
“Nel Dna del coltivatore piasintein - sottolinea - c’è il pomodoro: dal momento in cui viene piantato devi seguirlo con estrema attenzione, dando il meglio di te; soddisfazione, quindi, non deve essere intesa solo in termini di guadagno. Certo - continua - se pensiamo che negli anni ‘80 il pomodoro ci veniva pagato 11-12 euro al quintale, rispetto ai sette di oggi, il confronto è infelice”.

Investire su etica e punti forti
Fino ad almeno dieci anni fa il distretto padano era l’harem della produzione più massiccia e di alta qualità con numerosissime aziende che sono però andate via via diminuendo nel tempo tra fallimenti e aggregazioni. Oggi, per essere lavorata, una grande quantità prende la strada verso Parma. Qui è nata la polpa di pomodoro, un segreto antico che è ancora tenuto sotto chiave. Qui arrivano cento camion al giorno carichi di pomodori italiani ed escono  60milioni di scatole che arrivano sulle nostre tavole. Mentre a Piacenza tra le realtà più grandi e conosciute ci sono l’Arp, la Steriltom, la Carlo Manzella & C. e la Emiliana Conserve.
“La via giusta è ragionare come area omogenea, lasciando da parte campanilismi e superando gli steccati politici. Bisogna considerare il nostro come un unico distretto che deve competere con il resto del mondo”. A ragionare così è Marco Crotti, presidente del CIO, Consorzio Interregionale Ortofrutticoli (ed anche presidente di Unci-Coldiretti Piacenza da aprile scorso). CIO rappresenta la più importante associazione di organizzazioni produttori di pomodoro da industria in Europa con oltre 850 aziende agricole associate e un milione di tonnellate di pomodoro fresco prodotto delle quali 600mila trasformate nei propri stabilimenti. Secondo Crotti, quindi, uno sguardo ad ampio respiro è indispensabile per reggere il colpo inferto dalla crisi. “In attesa di un regolamento europeo che può venire in nostro aiuto - osserva Crotti - si deve assolutamente investire valorizzando la qualità e gli altri punti di forza del nostro operare per aggirare la concorrenza sfrenata”.
“Intendo con questo - spiega ancora il presidente di CIO - la sicurezza alimentare, la filiera sostenibile a km zero e soprattutto una spiccata capacità di comunicare tutto questo che va a convergere nel valore di una buona etica”. 

Un distretto più ampio
Il pensiero di Marco Crotti è sulla stessa linea di quello dell’assessore provinciale all’agricoltura Filippo Pozzi. La strategia che intende seguire il giovane assessore è “aprire a nuovi componenti tra realtà produttive e istituzionali” per fortificare e completare il distretto del pomodoro da industria che per il momento comprende Piacenza, Parma, Cremona e Mantova. 
Anche l’Arp di Gariga, che da sempre colleziona numeri lusinghieri, ha dovuto fre i conti con il 10% in meno di produzione rispetto al 2009. “Attualmente siamo a 850mila quintali lavorati, ma le piogge di inizio maggio hanno reso la campagna di quest’anno particolamente difficile con un pomodoro andato in campo a scaglioni differenti”, confessa il presidente dell’Arp Piergiorgio Bassi.
“Il problema di fondo resta il prezzo: già quello di contratto, 70 euro a tonnellata, non è certo un gran che; ora però le industrie conserviere lo stanno decurtando ulteriormente  imputando forti scarti qualitativi al prodotto. Se la qualità non corrisponde perfettamente al capitolato contrattuale non è certo per dolo del produttore, ma a causa dell’andamento climatico stagionale”, commenta Michele Lodigiani, presidente di Confagricoltura Piacenza. Secondo Lodigiani il rischio dovrebbe ricadere equamente su tutta la filiera e non solo sull’azienda agricola.

Qualcosa non va
“è da più di quarant’anni che sento lo stesso discorso, se il prezzo di contratto non andava bene, mi chiedo il perchè gli agricoltori lo abbiano firmato”, commenta senza tanti giri di parole Alberto Squeri, proprietario, insieme al fratello Dario, dell’azienda Steriltom. “Bisognerebbe capire che qualcosa non va - continua - perchè se i pomodori sono pochi significa che, con i dovuti controlli, aumenteranno le probabilità che siano ritirati dalle aziende”.
Intanto, dopo il vertice a Roma  lunedì scorso, è stato deciso che la crisi nera del comparto sarà tra i temi trattati al Consiglio dei Ministri. Tutta un’altra aria si respira invece in Spagna dove a Buñol 40 mila persone tra abitanti e turisti si divertono a buttarsi in faccia ogni anno 110 tonnellate di pomodoro con il rito della “Tomatina”, appena concluso. Una bravata tra ragazzi nata nel ‘45 è diventata un cult... dello spreco, ma tra i contadini del Belpaese c’è davvero poca voglia di sorridere. 
Sara Vigorita
 
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