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Immigrazione: l’eredità di Scalabrini
Padre Fongaro: era un Pastore e anche nel risolvere il fenomeno sociale dell’emigrazione italiana era interessato anzitutto alle anime
“Scalabrini non è un sociologo, un politico, un sindacalista. Scalabrini è un Pastore, anche nel risolvere il problema sociale dell’emigrazione italiana. A lui interessano le anime e la diffusione del Vangelo mediante il fenomeno - che alla fine della vita capirà essere un segno dei tempi - dell’emigrazione cattolica europea nelle Americhe. Se perdiamo di vista questo, falsiamo Scalabrini”. Un Vescovo che guarda alla realtà della sua diocesi, non risparmiata dall’ondata migratoria che porterà 25 milioni di italiani oltreoceano tra Ottocento e Novecento, e che, a poco a poco, matura un’attenzione al fenomeno, lasciandoci indicazioni valide anche per il nostro tempo. Padre Stelio Fongaro, attento studioso del fondatore della Congregazione dei Missionari di S. Carlo, a cui appartiene, riporta sulla giusta lunghezza d’onda la riflessione sul beato Giovanni Battista Scalabrini. Complice il recente decreto sicurezza, l’Apostolo dei Migranti - di cui l’8 luglio sono stati celebrati i 170 anni dalla nascita - è stato tirato in ballo più volte e non sempre a proposito.
Realismo e profezia Originario del comasco, alla guida della diocesi di Piacenza dal 1876 al 1905, sepolto in Cattedrale, questo grande Vescovo, seppe coniugare - si trattasse di emigrazione o catechesi - realismo e capacità profetica. “In molti casi, invocare Scalabrini è solo un genere letterario”, commenta padre Fongaro, avvertendo, da fine uomo di cultura qual è, che “si può fare storia solo di ciò che è stato fatto”. Occorre in altre parole partire da ciò che Scalabrini ha fatto per capire, con mutate condizioni, ma seguendo la sua linea di principio, come affrontare il fenomeno migratorio oggi. È un passaggio - sottolinea padre Fongaro - che gli stessi Scalabriniani hanno dovuto affrontare. “Fino al primo dopoguerra facevamo la professione religiosa di servizio nella Congregazione ‘pro italis emigratis’; oggi, la facciamo per i ‘migranti’. E, se guardiamo bene, specificatamente per i migranti cattolici”.
Una sfida per la fede “Emigrare o rubare” era un motto ricorrente nell’Italia del post Unità. Nella sua prima visita pastorale Scalabrini rileva, nel quaderno dove annota i problemi sociali del territorio, che “quasi il 12% delle mie pecorelle emigra”. È dunque da pastore che comincia a interessarsi ad un problema che apriva ferite sociali enormi. Primo, perché la legge autorizzava gli “agenti di immigrazione” - Scalabrini li chiama i “sensali di carne umana” - a reclutare masse di disperati prospettando loro una fortuna all’estero. Secondo, perché mentre altri Stati, come Francia e Germania, avevano predisposto strategie per tutelare i propri emigrati, il governo italiano era del tutto latitante. “Per un Vescovo come Scalabrini - evidenzia padre Fongaro - l’emigrazione, oltre che un grave problema sociale, era una sfida per la fede, una sfida che comporta dei pericoli, ma anche grandi possibilità, a patto che i migranti cattolici siano seguiti dai loro missionari”.
A rischio sradicamento “L’intuzione fondamentale di Scalabrini, fatta propria dalla Chiesa - spiega padre Fongaro - è che senza cultura nazionale, di cui la lingua è una parte importante, a lungo non si ha neppure più la fede. Gli italiani perdevano la fede e diventavano dei gangster non perché irretiti da altre confessioni, ma per il semplice fatto che una fede che non si esprima con la propria lingua, santi, madonne, costumi, religiosità popolare non resiste a lungo, si insterilisce”. È Scalabrini ad inaugurare la “pastorale specifica” per gli emigrati delle varie nazionalità, con propri catechisti, sacerdoti, medici, maestri. Non era una strategia di chiusura, ma un supporto all’integrazione. “Nelle prime due generazioni di emigrati - osserva padre Fongaro - è indispensabile mantenere viva la propria cultura, altrimenti l’emigrazione si traduce in sradicamento e non in trapianto”.
L’attenzione alla legalità Scalabrini va a verificare se la sua intenzione ha dato frutti con la visita in America del Nord nel 1901 e in Brasile nel 1904. “Dove si erano impiantate le sue missioni - illustra padre Fongaro - la fede teneva ed evangelizzava. Gli emigrati erano anche tra i migliori cittadini del Paese ospite”. Significativo il colloquio che ebbe con Rooswelt: gli italiani - gli riferì il presidente degli Stati Uniti - erano sempre i primi a scuola e “quasi gli ultimi” nella statistica della criminalità. “Nell’unica lettera scritta ai suoi missionari nel 1892 - fa notare padre Fongaro - Scalabrini raccomanda che gli italiani si distinguano per rispetto delle leggi e dedizione nel compiere i propri doveri. La legalità è la divisa dell’emigrato italiano assistito dalla pastorale scalabriniana”.
La legge del 1901 Scalabrini influì sulla nuova legge sull’emigrazione del 1901. “La filosofia di base è il pensiero migratorio di Scalabrini, che affermava la libertà di emigrare, ma non di far emigrare, abolendo le figure degli arruolatori di carne umana”, evidenzia padre Fongaro. Tra le istanze accolte, il medico di bordo sulle navi per i migranti, l’obbligo per le compagnie di navigazione di accollarsi le spese dal mezzogiorno prima dell’imbarco fino alla destinazione, la nascita di uffici di informazione e collocamento ai porti d’imbarco e sbarco, facilitazioni per l’invio delle rimesse da parte degli emigrati. Chi prestava per 5 anni servizio agli emigrati era esentato dalla leva. Non è cosa da poco, in tempi di “questione romana” e “non expedit”, con il conflitto aperto tra S. Sede e Stato italiano. Einaudi definirà quella legge frutto di Scalabrini e dei suoi missionari. Attraverso la famiglia scalabrianiana - i padri dal 1887, le suore dal 1895 e i laici della Società S. Raffaele dal 1889 - molte di quelle indicazioni erano infatti già una realtà. La comunità cristiana era stata un segno profetico per quella civile. Del resto nella 2ª conferenza sull’emigrazione del 1898, Scalabrini ricordava che “in tutto ciò che riguarda l’emigrazione, interesse religioso, civile e nazionale, pubblico e privato, non si possono distinguere senza danno”.
Scalabrini oggi E di fronte al fenomeno migratorio di oggi, che avrebbe fatto Scalabrini? “Questa domanda - conclude padre Fongaro - avrebbe da lui una risposta ineludibile: fate quello che fa la Chiesa. Nell’ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate, troviamo i princìpi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa, che poi sono i princìpi che hanno guidato Scalabrini: libertà di emigrare, rispetto del migrante, che è persona e non mere braccia da lavoro, diritto di coltivare la propria cultura, accoglienza e integrazione”.
Barbara Sartori
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