Nel cuore dell’Enciclica
Enciclica sociale. “Agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il Capo, Cristo”. Le parole di san Paolo parlano di carità, verità, e di crescita dell’uomo, del suo sviluppo. È questo il passo della lettera agli Efesini a cui si ispira la terza enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Si tratta di una enciclica sociale che si inserisce nella scia delle grandi encicliche che hanno espresso la dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII fino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, passando per la Populorum Progressio di Paolo VI. Benedetto XVI aveva pensato di proporre la Caritas in veritate proprio in occasione del 40° anniversario della promulgazione della enciclica sul progresso dei popoli: la redazione si è poi protratta e quindi la data del quarantennio è stata superata, ma l’enciclica di Paolo VI rimane il principale riferimento. Tutto il primo capitolo della nuova enciclica è quindi dedicato a una rilettura del documento del magistero di Papa Montini, alla luce di tutto l’insegnamento del pontefice che ha guidato la Chiesa nella seconda parte del Concilio Vaticano II e nella fase della sua attuazione. Benedetto XVI mette bene in luce come Paolo VI abbia strettamente collegato la Dottrina sociale della Chiesa con la evangelizzazione (Evangelii nuntiandi) ed abbia previsto l’importanza centrale che avrebbero assunto nelle problematiche sociali i temi legati alla procreazione (Humanae vitae). L’annuncio di Cristo morto e risorto che la Chiesa proclama lungo i secoli ha una sua attualizzazione anche rispetto al vivere sociale. Non si può dunque leggere la dottrina sociale fuori dal contesto del vangelo e del suo annuncio. La dottrina sociale, come mostra quest’ultima enciclica, nasce e si interpreta alla luce della rivelazione. D’altra parte, la dottrina sociale non si identifica con l’evangelizzazione, ma ne è un elemento.
La carità. La carità è quindi secondo le parole del Papa “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa”. Solo nella verità però la carità risplende e può essere autenticamente vissuta. “Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente”. Il fondamento di questa visione è l‘idea del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo come Logos e Agape: uno dei temi di fondo del pontificato di Benedetto XVI. Da questo discende, consegue, una precisa idea di uomo. Già Giovanni Paolo II aveva centrato la riflessione sociale sul problema antropologico: tale aspetto è fortemente ripreso nella Caritas in veritate. “Il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità”, ed in un altro passo, “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”. Il progresso, per essere tale veramente, deve cioè far crescere l’uomo nella sua completezza. La questione antropologica implica la risposta ad una domanda centrale: quale uomo vogliamo promuovere? Possiamo considerare vero sviluppo uno sviluppo che chiude l’uomo in un orizzonte intraterreno, fatto solo di benessere materiale, e che prescinde dalla questione dei valori, dei significati, dell’infinito cui l’uomo è chiamato? Può una civiltà sopravvivere senza riferimenti fondanti, senza sguardo all’eternità, negando all’uomo una risposta ai suoi interrogativi più profondi? Può esserci vero sviluppo senza Dio? Sono la carità e la verità che illuminano il significato di tutta l’esistenza, anche nei suoi rivolti personali e sociali, politici ed economici. Di conseguenza “l’adesione al cristianesimo è elemento non solo utile ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale”.
Sviluppo integrale. “La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati”; la dottrina sociale della Chiesa non è una “terza via”, cioè un programma politico da realizzare per giungere ad una società perfetta. La Chiesa ha invece “una missione di verità da compiere” perché vi sia uno sviluppo umano integrale. Infatti “l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della sua persona in ogni sua dimensione”. Senza la prospettiva della vita eterna il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro e si riduce al solo incremento dell’avere. Senza apertura alla trascendenza la ragione da sola non riesce a fondare la fraternità: “ la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli”. Per questo nel perseguimento dello sviluppo non basta affidarsi a soluzioni tecniche o a istituzioni, servono piuttosto “uomini di pensiero capaci di riflessione profonda votati alla ricerca di un umanesimo nuovo che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso”. Non c’è società nuova senza uomini nuovi. La dottrina sociale non rimane carta o ideologia solo se ci sono cristiani disposti viverla nella carità, con l’aiuto di Dio. “La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio”.
La crisi economica. Anche la crisi economica che stiamo attraversando è secondo il Papa una occasione preziosa per ricomprendere e riprogettare il cammino: il nostro mondo “ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore”. Uno dei temi che il Santo Padre propone come più evidenti è quello del rispetto per la vita: “le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi”, c’è la precisa volontà di diffondere “una mentalità antinatalista come se fosse un progresso culturale”. Benedetto XVI sostiene che “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”. È interessante notare come l’economista Gotti Tedeschi da tempo vada ripetendo che l’origine della attuale crisi, della espansione monetaria esagerata, della espansione del credito, della crescita consumistica a debito, è stato il tentativo maldestro di surrogare alla insufficiente crescita economica dovuta al crollo della natalità nei paesi sviluppati. Che idea ha di sé l’uomo moderno? “È erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società”. Tale convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione “ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo”. Tutto ciò discende da quello che la Chiesa chiama “il peccato delle origini”, il Papa lo richiama: “ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi”. Anche nell’economia si manifestano gli effetti del peccato. Quando l’uomo esce dalla logica del dono, dal principio di gratuità perde di vista anche se stesso.
La fraternità. “La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”. Per questo l’enciclica si conclude con un richiamo alla preghiera: “L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”. Per questo la enciclica si conclude con un richiamo alla preghiera: “Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è indispensabile per trasformare i «cuori di pietra» in «cuori di carne», così da rendere «divina» e perciò più degna dell’uomo la vita sulla terra.
Don Andrea Campisi
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