Venerdì 10 Settembre 2010
 

La questione clandestini

Il dibattito sul decreto sicurezza.
Una cosa è certa: il complesso fenomeno delle migrazioni non può essere ridotto ad una mera questione di sicurezza. Ma la sicurezza diventa un risvolto di tale fenomeno nel momento in cui i numeri da accogliere crescono al punto da non poter garantire alle persone una condizione di vita dignitosa. O da non permettere alloStato quell’opportuna verifica delle presenze sul suo territorio che finisce con l’alimentare una zona d’ombra, all’interno della quale hanno campo libero i delinquenti che approfittano della disperazione altrui per fare i propri interessi in modo illecito.
Nasce dalla constatazione di questa complessità l’invito dei Vescovi italiani, che con il presidente della Cei evidenziano come sia necessario, di fronte all’ondata migratoria che investe il nostro Paese, conciliare sicurezza ed accoglienza. Proprio perché complesso - hanno sottolineato nel comunicato finale dell’ultima Assemblea plenaria della Cei - il fenomeno immigrazione “deve essere governato e non subito”. Va in questa direzione anche l’invito del Vescovo Ambrosio dei giorni scorsi, che ha parlato di un equilibrio da ricercare tra i bisogni di sicurezza delloStato e la richiesta di accoglienza da parte di un sempre maggior numero di persone straniere.
Diversi Stati dell’Unione Europea si sono già confrontati sulla materia. In Francia dal 2005 è stata introdotta una rigida regolamentazione degli ingressi, con la schedatura di coloro che fanno richiesta di visti e permessi di soggiorno. Chi resta sul territorio francese senza permesso può essere condannato sino a un anno di carcere e a 3750 euro di multa. InSpagna risale al 2000 la programmazione dei flussi che prevede sanzioni amministrative per chi favorisce l’immigrazione clandestina (compresi i datori di lavoro) oltre all’espulsione immediata dal territorio nazionale. In Germania esiste il reato di immigrazione clandestina, punito con la reclusione fino a 3 anni in caso di recidiva. Il governo tedesco dal 2005 ha avviato anche una politica di incoraggiamento della “immigrazione qualificata”, che consente di ottenere residenza immediata e permesso di lavoro. In Gran Bretagna esiste una graduatoria per l’ingresso dei “lavori qualificati” (tra i parametri di valutazione, c’è la conoscenza dell’inglese), mentre sono previsti arresto e multe per chi ha documenti falsi, per chi entra illegalmente - rischia 6 mesi di carcere - e per i datori di lavoro di immigrati irregolari (con pene sino ai 14 anni di carcere). Nell’Olanda della libertà a tutti i costi, l’immigrazione clandestina costituisce reato. Allo straniero è intimato di lasciare il Paese; se non ottempera, rischia una condanna fino a sei mesi. Anche in Belgio sono reato l’ingresso e la permanenza illegale sul territorio. InSvizzera chi viola le norme sull’ingresso rischia un anno di carcere.
Sono dei tentativi;  i fatti dimostreranno se sarà garantito il binomio integrazione-sicurezza. Il problema, lo ripetiamo, è complesso e ad un problema complesso non si possono dare risposte semplicistiche.
Le centinaia di badanti che si occupano dei nostri anziani e che non danno problemi di sicurezza, anzi, ci aiutano a far fronte a un’emergenza sociale, con il nuovo “reato di clandestinità” rischiano grosso. Clandestino non è sinonimo di deliquente. La clandestinità può diventare serbatoio di sfruttamento da parte di persone senza scrupoli: i cinesi costretti a lavorare come schiavi nei sotterranei, le prostitute africane, i lavoratori in nero nelle campagne... In questo caso, gli stranieri che gestiscono il traffico spesso non hanno problemi di documenti. Li hanno le vittime delle loro speculazioni. È però indubbio che, in un Paese dove manchi una regolamentazione per gli ingressi, si contribuisce a creare il terreno favorevole a questi traffici. 
Tra la porta spalancata e quella chiusa a doppia mandata, si deve trovare una via intermedia. Si dovrebbe dare alle persone la possibilità di suonare il campanello. Se vivo in un monolocale, potrò invitare a pranzo cinque persone, a stare abbondanti. Se vivo in una villa, potrò accoglierne di più. Fuor di metafora, si dovrebbe tener conto della realtà del Paese, della sua capacità di  accoglienza, delle offerte di lavoro possibili. Ci sono mestieri che gli italiani non fanno più; senza gli immigrati, che faremmo? Ma se il lavoro non c’è, e non c’è possibilità di garantire un luogo dignitoso in cui vivere, qual è il vero bene per il migrante e per la società che lo accoglie? Non sarebbe forse anche ora che i Paesi del ricco Occidente intraprendessero seri progetti per lo sviluppo delle Nazioni che sono terre d’emigrazione? Facile lamentarsi per i migranti che scappano dall’Africa quando le superpotenze giocano con i destini politici degli Stati per i loro interessi.
Insomma, la questione è spinosa. Bisognerebbe tenere da parte le ideologie, da qualunque area vengano, e partire dalla realtà. I pregiudizi dimenticano le persone. Cuore e ragione, accoglienza e legalità, usati con saggezza, dovrebbero permetterci di aiutarle meglio.
La questione resta aperta. L’auspicio è che si possa aprire sull’argomento un dibattito propositivo, rispettoso nei toni, non banale.
Barbara Sartori